Bathory – Hammerheart – Battezzato nel fuoco e nel ghiaccio.

Bathory – Hammerheart

Anno: 1990

Paese di provenienza: Svezia

Genere: heavy metal, epic metal, viking metal

Membri: Quorthon – voci, chitarre, effetti; Kothaar – basso; Vvornth – batteria e percussioni

Casa discografica: Noise Records

  1. Shores In Flames
  2. Valhalla
  3. Baptised In Fire And Ice
  4. Father To Son
  5. Song To Hall Up High
  6. Home Of Once Brave
  7. One Rode To Asa Bay
  8. Outro

 

Con l’inizio di un nuovo decennio prende forma la nuova incarnazione musicale dei Bathory. Hammerheart fa’ piazza pulita di tutto ciò che potesse riguardare il thrash o il black metal e si butta a capofitto nell’heavy metal più classico, che forte di un grande senso di appartenenza alla storia scandinava, contribuisce alla creazione del cosiddetto viking metal. I presentimenti suscitati dalla chiusura di Blood Fire Death quindi si fanno del tutto fondati e si legano perfettamente a Hammerheart in tutta la sua interezza. Commentando la virata stilistica della band di Stoccolma non si può che dare merito al senso di un’evoluzione continua, andata al di là di ogni appeal commerciale. Gli anni ’90 infatti si fecero durissimi per le frange più tradizionaliste del metal, soppiantate da nuove etichette più moderne legate al nucleo d’origine. Anche il viking metal dunque, nonostante venisse dipinto come una novità, diventò una nicchia ristretta, una variazione sul termine di heavy metal classico.

L’album si apre probabilmente con l’esempio migliore dei nuovi Bathory. Shores In Flames, con i suoi dieci minuti, avvolge l’ascoltatore con una magia epica e prorompente, che non promette ancora grandi variazioni, ma bensì linee musicali e vocali continue che trasportano verso il folklore nordico. L’approccio non è mai concitato ma fragoroso ed evocativo, come i Manowar, ma in cui viene meno l’animo rock e prevale un accento misterioso ed oscuro. Valhalla è la dimostrazione esatta di questa attitudine, altra composizione dalle dimensioni titaniche. Nove minuti che trasudano epicità e un affondo netto nel mito scandinavo. Il registro altisonante sicuramente contribuisce ad un’immedesimazione notevole nel viaggio mentale e sonoro dei Bathory, ma sono in assoluto i cori a scagliarci un vento gelido di neve in faccia. Baptised In Fire And Ice chiude il trittico simbolo di Hammerheart con qualità grazie ad un ritornello che rimane subito in fissa. Per il resto sono chitarre ribassate e pesantissime a legarsi perfettamente l fragore di un altro brano poderoso nella durata (quasi otto minuti).

Nonostante Hammerheart sia un buon disco, in cui è stato fatto un bel lavoro di caratterizzazione, a partire da una produzione mai cristallina, che lo mantiene ancora saldamente confinato ad un modo di concepire la musica molto alternativo, è probabilmente l’album più ostico dei Bathory fino a questo punto. Caratteristica che colpisce, considerato che non è il disco più estremo, ma anzi il più accessibile a livello di sonorità. Lunghezza estrema dei pezzi e sentimento epico molto accentuato però sono due scelte che rendono la digestione di un disco complicata e in Hammerheart, fatta eccezione per l’inizio, questo un po’ si percepisce. Father To Son, così come Once Rode To Asa Bay, entrambi lunghissimi, non sono pezzi particolarmente esaltanti, anche perché spesso emerge il non troppo raffinato approccio dei Bathory ad un tipo di musica passata tra le mani di musicisti molto più ingentiliti.

Home Of Once Brave tuttavia certifica che Hammerheart sia intenso ed emozionante. Qui la voce di Quorthon va a scolpire un ritornello encomiabile, disperato e stentoreo. Hammerheart come inizio di una parabola che porterà i Bathory a scavare in se stessi, per poi riscoprire le origini (Requiem e Octagon). Hammerheart come inizio di un percorso che porterà Quorthon a sostenere da solo la propria creatura. Fino alla morte.

Voto: 7

Zanini Marco

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