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Intervista a Manuel Santagati – Angelo con le rughe – Dialoghi

Intervista a Manuel Santagati – Angelo con le rughe – Dialoghi

Abbiamo da poco recensito “L’angelo con le rughe” di Manuel Santagati e abbiamo ora la possibilità di scambiare quattro chiacchiere con lui per parlare del suo libro.

Buongiorno Manuel Santagati , grazie per aver accettato di chiacchierare con noi. Mi permetto di darti del tu se per te non è un problema:

D: E’ la prima volta che ti recensiamo e che quindi abbiamo il piacere di intervistarti. Ci piace prima di tutto conoscere meglio l’autore che andiamo a scoprire di cui impariamo ad apprezzare le opere. Ci puoi raccontare qualcosa di te come persona e come artista?

 

R: Il piacere è tutto mio e ti ringrazio! Diamoci pure del tu, ci mancherebbe.
Sono nato a Milano trentaquattro anni fa, ma risiedo a Erba ormai da diverso tempo assieme
alla mia compagna e al nostro bimbo di quattro anni. Nella vita sono un consulente orafo,
anche se la scrittura è, da sempre, la mia più grande passione.
Posso dire che è nata molto presto: già all’età di otto anni “divoravo” il fumetto d’autore e,
crescendo, non ho potuto fare altro che dedicarmi con passione alla lettura dei romanzi in
tutte le loro molteplici sfaccettature. E poi i racconti, altro grande amore. Credo che siano
come i baci dati di nascosto, solo più profondi. Adoro scriverli e ne ho già pubblicati alcuni
per diversi editori. Ma i romanzi, loro sì che sono i veri protagonisti della mia vita.
“Il luogo del solenne ciao” l’esordio nel 2017.
“L’Angelo con le rughe” l’ultima fatica in quest’anno tanto strano.
Ma sono soddisfatto, davvero.

 

D: Aldo Bonaventura è il protagonista del tuo ultimo libro, L’angelo con le rughe (Dialoghi), ed è un personaggio molto affascinante e interessante. Come è nata l’ispirazione che ti ha portato a scriverne la vita?

 

R: Ti ringrazio e sono convinto che anche lui sarebbe felice di saperlo!
L’idea di Aldo è nata partendo proprio dal nome di battesimo, lo stesso di mio nonno
materno. Entrambi condividono la stessa età, il fatto di essere divertenti quando è necessario
e la grande bontà di fondo, ma le similitudini finiscono qui. Avevo deciso semplicemente di
approfondire il vissuto di un uomo anziano rimasto solo, ma al contempo ancora fortemente
amato dalla propria comunità. Al contempo però volevo anche un protagonista che, per gran
parte della narrazione, restasse in qualche modo sempre un passo indietro, figurando la sua
presenza come un uomo in punta di piedi appena varcata la soglia di casa per non fare
rumore. La mia intenzione era dimostrare quanto i fatti valgano sempre più delle parole. Soprattutto quando si parla di sentimenti.
Sono contento di esserci riuscito.

 

D:La valigia piena di foto che Aldo si porta con se l’ho vista un po come una metafora dei ricordi che ognuno di noi si porta dentro e che hanno un loro peso specifico. Quanto a tuo avviso il passato può influenzare il futuro?

 

R: E’ una bella metafora che condivido. Ho idealizzato una valigia perché Aldo è un
uomo ancorato in tutto e per tutto al tangibile, al concreto, in un mondo che nel 1999 – anno
in cui il libro è ambientato durante il presente che è il piano dell’intervista –
irrimediabilmente stava mutando sempre più in ciò che è oggi. Per lui, invece, il
passato era ciò che gli restava per non dimenticare il sacrificio che è la stessa vita,
presa nella sua interezza.
Cosa che, ahimè, non facciamo più molto spesso.

 

D: Ho trovato molto bella l’interazione tra Daniela e Aldo. Daniela è un personaggio che credo meriti un capitolo a se, magari un libro tutto suo. Hai mai pensato ad una sorta di spin-off in cui racconti della giornalista?

 

R: Sai che mi hai dato una bella idea?
In principio, Daniela era stata creata nella classica funzione di spalla per Aldo, un mezzo per
far emergere il protagonista in tutte le sue sfumature. Invece, capitolo dopo capitolo, Daniela
si è poi dimostrata cruciale per l’evolversi della storia. D’altronde senza il suo coraggio, Aldo
sarebbe rimasto nell’oblio.
Ammetto che la sua vita ha molto da dire. Forse un giorno parlerò ancora di lei, magari sotto
un’altra luce. Quella del successo per esempio.

 

D: Hai raccontato nel libro tante storie e tanti personaggi. C’è qualcuno tra questi in cui ti riconosci di più? Qualcuno che hai amato di più o che ti ha ispirato antipatia ma era necessario alla tua storia?

 

R: Non credo di riconoscermi nei personaggi, perché sono stato spettatore non pagante delle
loro vicende, inconsapevole delle loro avventure e del loro futuro avvenire. Ed è stato un
bene perché non sentivo la necessità di coinvolgermi direttamente. Credo anzi che mi
abbiano fatto capire come non comportarmi in certi frangenti.
Voglio però bene a tutti loro, in un modo o nell’altro, (sicuramente ho un occhio di riguardo
per il buon Aldo), ma se c’è stato un personaggio che ho odiato con tutto me stesso, bé,
quello non può che essere Luciano, il padre di Margherita alias suocero di Aldo; è stato un
fastidio continuo. L’ho detestato per tutto il romanzo, e ho debitamente voluto evidenziarne i
lati peggiori solo per non sentirmi abbandonato nei giudizi che l’avrebbero riguardato. E’ detestabile senza appigli.
Vorrei invece fare una menzione speciale per Gianfranco Santon, dei coniugi: mi ha sempre
fatto una gran pena, e ho cercato di perdonarlo per le sue azioni.

 

 

D: Il racconto lo avevi già in testa o si è sviluppato nel corso della stesura? Da cosa nasce l’ispirazione per questa storia?

 

R: La storia è sempre stata con me: un uomo anziano seduto su di una panchina di un parco
pubblico e uno sconosciuto ad ascoltarlo. Idealizzavo l’idea come la semplice intimità,
ingenua aggiungerei, che pian piano va scomparendo, dunque di per sé preziosa.
E allora mi chiesi: e se qualcuno fosse lì a registrare quella voce per non perderla del tutto?
Ecco allora la figura professionale di una giornalista, e via tutto il resto, una parola dietro
l’altra come lo sono i giorni mentre il mondo va avanti indifferente tra le sue faccende.
Credo che questa storia possa essere letta in molti modi, e credo altresì che almeno uno dei
miei personaggi riesca a coinvolgere, nel bene o nel male, il lettore. Alcuni dei tasti da loro
toccati sono dolenti, altri più leggeri, ma sono sempre tasti che ci appartengono.

 

D: In periodo di Covid come ti sei organizzato per promuovere il tuo libro? Vuoi lasciarci qualche tuo “recapito” social?

 

R: Brutto momento. Niente presentazioni, niente incontri. Ma la comunità social, quella sì,
sempre presente. Post, messaggi, foto, recensioni. Ma anche copie firmate spedite
direttamente dal sottoscritto, con grande gioia, condivisioni di progetti e di idee. Tutto molto
bello, nonostante il periodo che stiamo affrontando. Andiamo avanti, cercando di non
perdere la bussola.
Sono presente su Facebook, Instagram e Twitter, sempre a nome Manuel Santagati. E non
posso che ringraziarvi con tutto il cuore. Vi auguro tante cose belle. Anzi: le più belle.
Servono come il pane, adesso come adesso.
Un abbraccio virtuale!
Ciao!
Manuel

 

Ringraziamo Manuel Santagati per la gentilezza e disponibilità, arrivederci a presto sulle pagine de I gufi narranti

 

 

 

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