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Analisi silloge “Della stessa sostanza dei padri” e intervista a D.R. Colacrai

“Della stessa sostanza dei padri” è una silloge scritta da Davide Rocco Colacrai, e pubblicata nel 2021 dalla casa editrice Le Mezzelane. La silloge consta di 67 poesie. Troviamo nella postfazione scritta da Maria Grazia Beltrami (capo editor della casa editrice), un’ammirazione sentita per la poesia dell’autore Colacrai, come scrittura civile e sociale, con un’apertura anche al sentimento e alla cristianità, alla rabbia, ma anche al dolore  purificato dal bene. Si intravedono grandi sentimenti, l’amore per i riferimenti culturali, alcuni più trascorsi, altri più recenti. Nella silloge inoltre c’è una pagina dedicata alla biografia del poeta Colacrai.

“Creo il senso alla vita con il corpo”, come se il movimento del fisico rispecchiasse lo stato d’animo: ecco che lo spiegamento di braccia e gambe appare come il volo di un uccello libero e senza vincoli. Danzare è un bisogno primario, fin dall’antichità: sono state applicati tanti generi di danza che, al di là della disciplina (rigida e statuaria come nella danza classica), permettono all’uomo di dominare lo spazio, di rendersi autonomo attraverso la carne e i muscoli, di misurare l’intensità del suono. Ma quello che più appare nella poesia di Colacrai, è il senso di libertà che traspare attraverso tutto il corpo, prendendo come punto di riferimento Nureyev, un colosso della danza classica che riuscì con la sua energia a fare vibrare gli animi, al di là delle regole accademiche.

“Siamo frutti dello stesso cordone ombelicale”, gli uomini facenti parte della stessa terra madre, esprimono comunque in modo diverso pensieri e azioni. C’è comunque un comune sentire, un comune pensare, una stessa moralità, che traspare in tutte le civiltà. Certamente ognuno di noi appare diversificato rispetto all’altro, ma la spiritualità è la stessa. Come spiritualità intendo non propriamente la ricerca della divinità in senso assoluto, ma più che altro “il sentire l’altro”, la generosità, l’intensità empatica che dovrebbe possedere l’uomo.

Il poeta Colacrai vuole farsi carico dei bisogni delle minoranze, parlando dei malati psichici, degli omosessuali e delle minoranze politiche. La normalità espressa dall’uomo in quanto tale non esiste, i confini non esistono: ecco che allora si parla dei campi di concentramento (“Non avevamo tempo per l’anima”), di come un altro uomo possa crocifiggerne un altro rivestendosi di capricci sbagliati, di assurde regole imposte da una civiltà spietata o un’autorità. Consideriamo errate allora le grandi dittature come il comunismo, il nazismo e il fascismo che avevano in odio tutto quello che è apparentemente diverso o facente parte di una debolezza. La storia non si deve ripetere più: abbiamo imparato dagli errori e abbiamo pagato un prezzo alto.

La poesia “La coniugazione dei respiri” tratta dell’autismo: ecco che la sensibilità in questa poesia raggiunge l’acme. L’autismo diventa spunto di riflessione per la disuguaglianza che non deve però essere d’ostacolo all’empatia. In realtà la persona autistica possiede un vasto repertorio di pensieri, i quali rimangono tuttavia chiusi in loro stessi, nel loro circolo.  Marcélo viene paragonato a un colibrì, quindi un animale gentile e leggiadro, che vola da una lacrima di una rosa. Traspaiono in questa similitudine, il pianto e la solitudine, la disgiunzione con l’altro simile che porta al dolore, fino al disfacimento sociale. Ma Marcèlo crede nella bontà del cielo, nelle notti stellate, nella comprensione di Dio e dell’uomo: egli, pur rimanendo isolato, non abbandona la speranza di vivere e amare la vita. Parla in terza persona come la natura semplice, delle piccole cose, dei gesti quotidiani e ciclici. Tutta la natura perdona la diversità e accoglie il seme che cresce diverso, ammettendolo pur sempre in un ciclo vitale. Tutto, anche nella morte, avrà una sua collocazione precisa in natura.

La poesia del poeta Colacrai si rende civile e giusta; “Come una virgola di farfalla”, dedicata a Stefano Cucchi, racchiude la rabbia per la morte, ma nel contempo la speranza della vita dopo la morte. Ma c’è il dolore, esasperato nella climax (“Muri nudi d’amore, freddi, sterili, quasi di lutto”), il quale gli occhi non riescono a vedere, rimanendo raggelati dal dolore.

Ho apprezzato questa silloge per i numerosi spunti culturali e sociali, per la considerazione disincantata nei riguardi delle grandi dittature ( come quella di Castro ad esempio) con un graduale distacco da queste, per l’amore verso gli umili e gli offesi, per la grande sensibilità e cultura (intesa non come sapere nozionistico ma grande apertura spirituale). Ho notato come il poeta Colacrai, pur trattando temi sociali e civili, non si disgiunga dalla spiritualità vera, autentica, nella quale il forte difende il più debole. Consiglio questa silloge, che io ho trovato davvero particolare e gradevole, per chi, come me, vuole definire meglio la propria cultura e il proprio travaglio introspettivo. Di rara sensibilità la poesia “Francesco giocava con le bambole”, dove il poeta Colacrai riprende sempre lo spunto della diversità per aprirsi all’universo, vale a dire colui che può accogliere senza giudicare (“Dicevano che avevo l’amore storto”).

Eloisa Ticozzi

 

ColacraiINTERVISTA A DAVIDE COLACRAI – SILLOGE “DELLA STESSA SOSTANZA DEI PADRI” – LE MEZZELANE EDIZIONI.

 

E dopo aver recensito “Della stessa sostanza dei padri”, scritto da Davide Colacrai, edito da Le Mezzelane Edizioni e abbiamo ora la possibilità di scambiare quattro chiacchiere con l’autore. Buongiorno, grazie essere tornato a trovarci, possiamo darci del tu?

 

  • Come ti senti dopo aver scritto una poesia?

Innanzitutto vi ringrazio per avermi ospitato. E dobbiamo darci assolutamente del tu. Veniamo alla domanda – non ho dei precisi ricordi, dal punto di vista della coscienza pratica, relativamente al momento successivo a cui una poesia si è materializzata attraverso di me. Probabilmente si tratta di una specie di leggerezza, nel senso che mi sento essere portatore di un peso in meno e quindi meno attaccato alla terra e allo stesso tempo più vicino al cielo. Immagino alcune delle emozioni che una donna può provare dopo che ha partorito per esempio.

 

  • Si scrive poesie per comunicare o per sfogarsi?

Da un punto vista che può sembrare filosofico o spirituale ma che tale è solo in apparenza, è una domanda che dovresti porre alle poesie nell’atto in cui decidono che devo essere io il loro padre. Dal mio punto di vista, scrivo per raccontare, per stimolare chi legge ad usare gli strumenti che abbiamo a disposizione e approfondire al fine di formare un pensiero critico. Quindi nel momento in cui condivido questo “peso di parole” probabilmente si tratta anche di un atto di che racchiude uno sfogo e una rivoluzione emotiva e umana.

 

  • Hai mai pensato di passare alla prosa?

Devo dire che non ho ancora pensato alla prosa, ma non escludo nel futuro di poterci provare. Mi affascina e terrorizza contemporaneamente.

 

  • Come credi che la poesia dovrebbe venir trattata a scuola?

Non so se esiste un metodo giusto per avvicinarsi alla poesia a scuola. Sicuramente studiare i versi come facciamo tradizionalmente ha portato le persone ad allontanarsi da essi, a considerarli qualcosa di lontano, di metafisico, qualcosa che non le riguarda, e le ha portate anche a provare sentimenti negativi nei loro confronti, di paura e di rifiuto. Manca a mio avviso uno stimolo e un coinvolgimento del pensiero e delle emozioni, la possibilità di esprimersi in merito a quanto si è letto, l’occasione per un incontro tra i vari punti di vista, ognuno soggettivo e universale. Siamo abituati invece a dare per vera e per scontata quell’unica interpretazione che ci viene imposta. E lo scopriamo solo anni dopo, e ci sentiamo ingannati.

 

  • Quando capisci che una silloge è completa?

Non lo capisco, ma lo sento quando un libro è pronto e maturo per essere.

 

 

Grazie mille per la disponibilità, arrivederci a presto sempre sulle pagine de I Gufi Narranti.

 

 

 

 

 

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