Intervista ad Ivano Barbiero – Torino. Il guardiano dei Cavalieri

Barbiero

Intervista ad Ivano Barbiero – Torino. Il guardiano dei Cavalieri

Ivano Barbiero classe 1952; dall’età di tre anni vive a Torino. Giornalista professionista, ha lavorato per 35 anni per l’Editrice La Stampa (Stampa Sera, La Stampa, Torinosette) scrivendo di Spettacoli, Cronaca, Teatro, Arte. Per vent’anni cronista di nera, dal 1990 al 1992 è stato Presidente del Gruppo Cronisti del Piemonte e della Valle D’Aosta. Nel 2011 ha curato la mostra storica fotografica al Borgo Medievale del Valentino “Torino, la città che cambia (1880-1930)”, visitata da aprile ad ottobre da oltre 180.000 visitatori. Appassionato di gastronomia, coltiva peperoncini piccanti, oltre ad avere numerosi esemplari di orchidee e piante grasse. Possiede una collezione di oltre 300 esemplari di elefantini in miniatura. Da piccolo sognava di riparare gli orologi dei campanili.

 

Ciao Ivano, possiamo darci del tu?

R. Certamente.

Ti interessi di esoterismo?

R.  Me ne sono occupato come giornalista ed ho anche assistito a episodi all’apparenza inspiegabili. Ma non posso considerarmi un esperto, meglio dire che mi ritengo come molti un curioso del paranormale, uno che cerca di osservare e descrivere i vari misteri di questa e di altre città con i piedi ben piantati a terra.

Nel tuo periodo di cronista di nera, qual è il caso più strano in cui ti sei imbattuto?

R. C’è ne sono stati diversi. Fra questi il funerale civile di un’anziana truffatrice. Alla cerimonia funebre da un lato c’era l’unico parente che piangeva addolorato, dalla parte opposta alcuni conoscenti e amici che incuranti del luogo urlavano e maledicevano senza ritegno la vecchietta perché si rendevano conto che oltre a lei non avrebbero più rivisto i soldi prestati.

Come ti è venuto in mente di dare al commissario quella geniale caratteristica?

R. Il romanzo che ho scritto è in gran parte pura fantasia. Però in alcuni casi i caratteri dei personaggi li ho presi, diciamo in prestito, da chi ho conosciuto e conosco. Fra questi un mio compagno di scuola che a tredici anni aveva già letto mezzo vocabolario e che aveva il puntiglio di voler imparare a memoria la Divina Commedia. A questo punto uno potrebbe anche dire, tutto qui? No perché il mio amico, che attualmente è un critico d’arte internazionale, voleva scoprirne la struttura, tutta fondata sul rapporto dell’uno e del tre, numeri perfetti “a somiglianza di Dio, che è uno e trino”. Tre sono le cantiche, corrispondenti ai tre regni dell’oltretomba; 33 sono i canti di ciascuna cantica più uno di introduzione generale; ciascun canto è costituito da terzine che, legate l’una all’altra per lo stretto gioco delle rime, si chiudono in un solo verso che risponde alla rima seconda dell’ultima terzina e conchiude così tutta la serie. L’Inferno poi è diviso in 3 parti: Incontinenza, Violenza, Frode, intervallate da tre zone speciali dove si trovano il Limbo, gli eretici, i Giganti (custodi e dannati perché ribelli alla divinità). Si potrebbe anche andare avanti. Ebbene come lui c’è ne sono tanti, tantissimi.

Cosa c’è di te nei tuoi personaggi femminili?

R. Non so rispondere. Alcune donne che ho descritto e raccontato nel Guardiano dei Cavalieri hanno caratteristiche uniche, sono piene di fascino nella loro diversità, piacevoli da incontrare. Forse non saranno ideali, buone compagne di viaggio, ma chi può dirlo?

Come mai hai scelto di ambientare il tuo libro negli anni ’60?

R. Ho svolto per quasi quarant’anni la professione di giornalista ed ho scritto questo intreccio di vite perché volevo raccontare alcune tra le migliaia di storie che ho incrociato. Più che le vicende ho voluto raccontarne l’essenza: l’amore, la generosità, lo spendersi interamente per gli altri, il dolore, ma anche la cattiveria, l’aridità e la malvagità di cuore. Questo romanzo l’ho scritto prevalentemente di notte, circondato dai silenzi e dalle paure, non solo mie, cercando un possibile conforto che non posso trovare nella fede che mi manca. E ho raccontato una città che è l’evocazione di molte città. Ed è anche la non città dei derelitti dei disperati, di quelli che è meglio non vedere.

Inizialmente sembra un libro di spionaggio, come nasce quindi la storia?

R. Tanti anni fa mi ero occupato dello scandalo del manicomio di Collegno con decine di arresti e ruberie incontrollate. Allora, come ora, quegli spazi, quei padiglioni, quei lunghissimi camminamenti, anche sotterranei, mi avevano provocato una profonda inquietudine e intristito. Risale anche a quel periodo la conoscenza di diversi ricoverati. Sereno, uno dei protagonisti del mio noir, è la summa di molti di questi infelici. Gente che pur entrando sana nella struttura manicomiale era destinata ad ammalarsi della malattia degli altri.

Grazie ad Ivano Barbiero per la disponibilità a presto sulle pagine dei Gufi Narranti.

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