Paolo Borsellino. La strage di via D’Amelio. Cosa Nostra Servizi segreti e depistaggi. (2/3)

Paolo Borsellino. La strage di via D’Amelio. Cosa Nostra Servizi segreti e depistaggi. (2/3)

Gaspare Mutolo decise di seguire il consiglio che Giovanni Falcone gli diede qualche giorno prima di morire. Paolo Borsellino, in quei giorni si trovava in Germania per lavoro, e quindi Mutolo si rivolse al capo della Procura Pietro Giammanco che decise di non informare Borsellino ma di mandare altri magistrati (Aliquò, Lo Forte e Natoli) a raccogliere le confessioni del pentito.

Mutolo però si rifiutò di parlare con loro.

Borsellino quando seppe di essere stato richiesto da Mutolo montò su tutte le furie nei confronti di Pietro Giammanco, che per l’ennesima volta lo aveva ignorato. Il procuratore Capo su suggerimento di Aliquò scese ad un compromesso e diede l’incarico a Borsellino di raccogliere la testimonianza del pentito affiancandogli però i tre magistrati precedentemente scelti.

 

Gaspare Mutolo
Gaspare Mutolo

Il primo incontro con Mutolo avvenne il pomeriggio del primo luglio nella sede della Dia (Direzione investigativa antimafia) a Roma. Dopo aver appoggiato sul tavolo le immancabili sigarette e la famosa agenda rossa, avuta in dono dai carabinieri, il magistrato incominciò a raccogliere le prime dichiarazioni. Mutolo fece i nomi di Bruno Contrada, ex poliziotto e funzionario del SISDE (i servizi segreti italiani), e del giudice Domenico Signorino.

Borsellino rimase visibilmente scosso quando sentì il nome del collega. Mentre Mutolo raccontava di come fosse strutturata Cosa nostra, il magistrato ricevette una telefonata dal Ministro degli Interni, Nicola mancino; poco dopo, alle 17.40, l’interrogatorio venne interrotto e Borsellino, dopo averlo comunicato a Mutolo, si diresse verso il Viminale.

Quando Borsellino ritornò Mutolo si rese conto del visibile nervosismo del magistrato anche perché teneva due sigarette contemporaneamente, una in mano e l’altra in bocca. Il colloquio avuto scosse profondamente Borsellino che non nascose di avere incontrato il Capo della Polizia Parisi e anche Bruno Contrada, il quale gli chiese addirittura di salutargli Mutolo, dimostrando di essere al corrente di un incontro segretissimo.

Anni dopo, Vittorio Aliquò, dirà di aver accompagnato quel giorno Borsellino davanti alla porta del Ministro ma di non essere entrato. Mancino negò in un primo momento l’incontro, e successivamente di non ricordare quel particolare. Aliquò però smentì risolutamente dell’incontro con Contrada. Sicuramente dichiarazioni sconcertanti e inquietanti.

In seguito Borsellino scoprì che Pietro Giammanco gli tenne nascosto anche un rapporto del Ros che sosteneva l’arrivo del tritolo a Palermo e che sarebbe servito per il suo omicidio. Un agente della scorta notando la sua preoccupazione gli chiese perché fosse così serio e il magistrato rispose che era arrivato il tritolo per lui, ed era preoccupato ed amareggiato per tutti loro.

Borsellino negli ultimi giorni ebbe atteggiamenti e comportamenti inusuali, come volersi confessare in ufficio quando don Cesare Rattoballi lo andò a trovare pochi giorni prima di morire. Venerdi 17 luglio prima di tornare a casa per il suo ultimo weekend salutò i colleghi abbracciandoli e baciandoli, una iniziativa che meravigliò tutti.

Il 10 luglio Pietrina Valenti denuncia il furto di una Fiat 126 del 1985. Inspiegabilmente la polizia mette sotto controllo il suo telefono.

Domenica 19 luglio

Borsellino si trovava nella villa al mare di Villagrazia di Carini e nel pomeriggio decise di andare a prendere la madre per accompagnarla da un suo amico cardiologo per una visita.

Dopo aver salutato gli amici abbracciandoli e baciandoli, appoggiò sul sedile posteriore della sua auto la borsa con il costume bianco e le due agende di lavoro, una grigia, con i numeri telefonici e l’altra rossa, avute in dono dai Carabinieri, si mise al volante e con le due vetture di scorta si diresse verso Palermo.

La scorta seppe della destinazione poco prima di partire e nessuno di loro conosceva l’ubicazione di via Mariano D’Amelio. Fu lo stesso Borsellino ad indicare la strada da prendere ad Antonio Vullo che apriva il corteo. Sulla stessa auto viaggiavano anche Traina e Li Muli. Sull’altra auto di scorta, che chiudeva il corteo, sedevano Cusina, Catalano e Loi.

Quel giorno alcuni ragazzini giocavano vicino ad una Fiat 126 posteggiata in via D’Amelio al numero 19 e Salvatore Vitale, inquilino della stessa abitazione della madre del giudice, li allontanò rimproverandoli, e quindi con tutta la sua famiglia si recò a Castelbuono.

Salvatore Vitale era un mafioso che nel 2007 fu condannato all’ergastolo per il sequestro di Giuseppe Di Matteo, figlio di Santino Di Matteo pentito e collaboratore di giustizia.

Il ragazzo fu rapito il 23 novembre 1993 su ordine del boss di San Giuseppe Jato, Giovanni Brusca, detto lo “scannacristiani” per la sua ferocia, per dissuadere suo padre a parlare della strage di Capaci.

L’11 gennaio 1996, dopo 799 giorni di prigionia, Giuseppe venne strangolato con una corda da Vincenzo Chiodo, mentre Enzo Brusca (fratello minore di Giovanni ) e Giuseppe Monticciolo lo tenevano fermo.

Il piccolo Giuseppe venne quindi messo in un bidone e sciolto nell’acido.

Giovanni Brusca

Via D’Amelio era una via chiusa con in fondo un giardino di limoni e su entrambi i lati sorgevano alti palazzi. Era un obiettivo sensibile e malgrado fosse stata richiesta, più volte, la rimozione delle auto le autorità l’avevano sempre negata.

In effetti l’ingresso nella via si presentò problematica; le numerose vetture parcheggiate diedero a Vullo una strana e fastidiosa sensazione.

Arrivati davanti al numero civico 19, il magistrato fermò la croma blindata al centro della via e scese dall’auto, subito imitato da Traina e Li Muli, mentre Vullo, si diresse verso il fondo della via per impedire l’accesso alle persone. L’altra auto si posizionò secondo la procedura.

Borsellino si accese l’ennesima sigaretta Dunhill e dopo aver pigiato il campanello del cancelletto entrò nel cortiletto interno dello stabile, seguito dai componenti della scorta. Insieme si avviarono verso il portone d’ingresso del palazzo. Nel frattempo Vullo decise di spostare la vettura e mentre faceva la retromarcia sentì un’enorme ondata di calore seguita dall’esplosione. Quindi il buio totale scese sulla via. L’aria acre e irrespirabile si diffuse tutto intorno.

Erano le 16 e 58 quando il boato fortissimo si udì fino a parecchi chilometri di distanza.

Via Mariano D’Amelio divenne il proscenio di una tragedia.

La Polizia trovò decine di auto distrutte dall’esplosione e altre ancora avvolte dalle fiamme, mentre i proiettili esplodevano per il calore. Il silenzio dei corpi oscenamente straziati era oltraggiato dalle urla dei feriti.

L’edificio presentava danni fino all’undicesimo piano.

via D’Amelio e le tre croma

Dopo l’esplosione centosei famiglie si trovarono senza abitazione e furono costrette a trovarsi, a proprie spese, un’altra sistemazione, in quanto il Comune di Palermo non volle assumersi l’onere della spesa.

La scena che si presentò ai primi soccorritori fu terribile. Borsellino e gli agenti di scorta furono colpiti in pieno dall’esplosione e giacevano a terra in parte carbonizzati e in parte depezzati.

Alcune parti delle vittime proiettati dall’onda d’urto rimasero attaccati alle pareti dell’edificio. Una mano carbonizzata venne ritrovata dietro ad un palazzo dopo aver scavalcato dodici piani.

Il corpo di Borsellino fu trovato nel cortile del palazzo; il corpo era privo di entrambi gli arti inferiori e dell’arto superiore destro. Con il metal detector furono rilevate numerose schegge metalliche, ma nessuno ebbe l’idea di verificare da dove provenissero.

Le vaste lesioni al cranio e al torace causarono il decesso del magistrato.

Emanuela Loi, prima donna poliziotto a morire in un attentato, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina e Vincenzo Li Muli non trovarono, purtroppo, una morte migliore. Anche loro in parte depezzati, persero la vita in seguito a politraumi da esplosione.

gli angeli di Borsellino

L’agente Antonio Vullo si salvò protetto dalla vettura blindata. Uscito dalla macchina rimase attonito nel buio della via coperta dal fumo nero, vagò per qualche minuto sul luogo della carneficina calpestando brandelli di carne dei colleghi, quindi si diresse verso il fondo di via D’Amelia dove nel frattempo stava giungendo una volante della polizia. Fu l’unico sopravvissuto della scorta.

Antonio Vullo l’unico sopravvissuto alla strage di via D’Amelio

Ci furono anche ventiquattro feriti.

Poco dopo la via venne invasa da: polizia, carabinieri, vigili del fuoco, sanitari, polizia scientifica, giornalisti, curiosi e ragazzini; un caos indescrivibile che inquinò irrimediabilmente la scena della strage.

Nella totale confusione l’ispettore Francesco Paolo Maggi, uno dei primi ad arrivare sul luogo della strage, vide 4/5 persone, vestite in giacca e cravatta malgrado il caldo torrido della giornata, che si aggiravano con fare sospetto tra le macchine del magistrato e della scorta.

Maggi riconobbe tra loro alcuni agenti dei Servizi Segreti di Roma visti in passato in occasione della strage di Capaci.

La presenza dei Servizi venne confermata anche, dall’Ispettore di Polizia, Giuseppe Garofalo, il 15 febbraio del 2015, quando dichiarò che un’agente dei Servizi gli chiese esplicitamente: “se c’era la borsa del Magistrato dentro l’auto blindata”.

Cosa ci facevano gli agenti dei servizi segreti di Roma, a Palermo, sul luogo della strage pochissimi minuti dopo lo scoppio?

I tecnici della scientifica, agli ordini della dottoressa Margherita Pluchino, raccolsero i referti lungo tutta la via fino a tarda ora, in modo superficiale e senza essere catalogati.

Alla fine il materiale venne raccolto in un centinaio di sacchi neri ed inviato al laboratorio della Scientifica di Roma dove furono analizzati dai tecnici dell’Fbi, incaricati dal Procuratore capo Giovanni Tinebra.

Vennero individuate tre postazione ideali da dove sarebbe stato possibile usare il telecomando senza rischiare di essere colpiti dall’esplosione.

La nuova strategia di “Cosa nostra” di colpire con sicurezza auto blindate e scorte armate, fu di utilizzare esplosivo in modo da limitare i rischi e aumentare le probabilità di successo.

Fu così per l’attentato di Capaci e per quello di via D’Amelio. Novanta chili di plastico (Semtex-H composto da T4 e Pentrite) di fabbricazione cecoslovacca, nel cofano di una Fiat 126. Un esplosivo usato da gruppi terroristici e paramilitari.

Ottobre 2001. Durante un processo venne proiettato un video inedito che sollevò delle perplessità. Nelle immagini si vedeva un blocco motore annerito, di quasi ottanta chili, che fu trovato il giorno dopo verso le tredici e trenta vicino alla croma azzurrina degli agenti di scorta, dai consulenti incaricati dalla Procura di Caltanissetta.

Tramite il numero di telaio del motore si riuscì, grazie ad un tecnico della Fiat di Termini Imerese, a risalire al tipo di vettura. Era di una 126 rossa-amaranto.

In seguito i tecnici spiegarono che la Fiat 126, parcheggiata a spina di pesce, in seguito allo scoppio della carica di tritolo, il motore, alloggiato nella parte posteriore, avrebbe dovuto impattare la Croma azzurra della scorta, ferma in mezzo alla via, proprio davanti alla 126. Invece i tecnici trovarono il blocco motore di fianco alla vettura.

Dalle riprese televisive, del 19 luglio, della Rai, di Mediaset e dei Vigili del Fuoco non si vedeva nessun blocco motore.

Si invitò la Corte d’Assise d’Appello di acquisire i filmati, ma la Corte non diede seguito alla richiesta dando per scontato che il blocco motore fosse presente in via D’Amelio già il 19 luglio.

Il 22 giugno, tre giorni dopo, venne trovata sotto una macchina anche una targa. Presumibilmente falsa.

Borsellino segnava tutto su una agenda rossa ma che fine abbia fatto non si sa.

Alcune immagini televisive recuperate recentemente ritraggono il carabiniere Giovanni Arcangioli, all’epoca capitano, con in mano la borsa di pelle marrone del magistrato, che si allontanava velocemente dalla Croma blindata del giudice prendendo la direzione di via Autonomia Siciliana. Erano circa le 17 e 30, ma dopo pochi minuti la borsa ricomparve all’interno dell’auto del magistrato.

Il capitano Arcangioli pur ammettendo di aver prelevato la borsa dalla vettura non diede spiegazioni soddisfacenti e i giudici  ritennero le risposte “scarsamente credibili”.

Arcangioli, che nel frattempo è diventato tenente colonnello, comunque è stato prosciolto dall’accusa di furto dell’agenda rossa con una sentenza di non luogo a procedere del 2008 e in seguito confermata dalla Corte di Cassazione nel 2009.

Il proscioglimento non ha tuttavia chiarito i dubbi e le perplessità in merito alle dichiarazioni di Arcangioli, che apparvero ai giudici poco convincenti.

Giovanni Arcangioli mentre si allontana con la borsa del magistrato appena dopo l’attentato

L’assistente capo di Polizia Francesco Paolo Maggi giunse quasi subito sul luogo dell’attentato con il commissario Paolo Fassari e all’ingresso della via vide il collega Vullo seduto sul marciapiedi, in evidente stato di shock, mentre si teneva la testa. Inoltrarsi nella via a piedi non fu facile, il fumo acre ed irrespirabile lo costrinse a fermarsi più volte. Dopo aver constatato il decesso dei colleghi e prestato le prime attenzioni alla zona, scorse anche un paio di ambulanze, i vigili del fuoco e notò la croma del magistrato con la portiera posteriore sinistra aperta. Un vigile del fuoco cercava di spegnere il fuoco che stava lambendo la borsa di Borsellino appoggiata sul sedile.

Francesco Paolo Maggi ha dichiarato di aver prelevato la borsa dal sedile della vettura (quindi dopo che era misteriosamente ricomparsa), e su indicazione del commissario Fassari, averla portata in Questura. Infatti verso le 18.30 del 19 luglio la borsa viene depositata sul divano dell’ufficio di Arnaldo La Barbera, dirigente della squadra Mobile di Palermo.

Occorre anche far conto che secondo la ricostruzione giudiziaria fu Rosario Farinella, agente di scorta di Giuseppe Ayala, parlamentare all’epoca dei fatti, colui che prese la borsa appoggiata sul sedile posteriore sinistro e la diede ad una persona in abiti civili su indicazione di Giuseppe Ayala.

In seguito l’ex Pm Ayala, che all’epoca abitava a meno di 200 metri da via D’Amelio e che fu tra i primi a giungere sul posto, non diede risposte convincenti ai giudici dimostrando vuoti di memoria in quanto cambiò versioni più volte in merito ai momenti successivi alla strage.

Della borsa trovata nel suo ufficio La Barbera non ne fece mai menzione e non venne mai fatta una relazione in merito, tranne cinque mesi dopo, quando, il dirigente, ne scrisse una allorché Francesco Paolo Maggi fu convocato dal Pm di Caltanissetta Fausto Cardella.

La Barbera, alcuni mesi dopo, restituì la borsa alla moglie del magistrato e alla richiesta della figlia Lucia negò piccatamente, che ci fosse anche la famosa agenda rossa.

L’unico dato inoppugnabile è testimoniato dalle immagini che ritraggono Arcangioli con la borsa in mano.

Per voler della famiglia del magistrato furono rifiutati i funerali di Stato. Lo Stato venne ritenuto impresentabile e contestato apertamente dai palermitani che accettarono solamente la presenza del Presidente Scalfaro, dell’anziano ex capo Antonino Caponnetto che fece l’orazione funebre molto toccante e del capo della polizia Parisi.

Antonino Caponnetto

Le indagini

La macchina delle indagini si mise in moto coordinata dal procuratore capo di Caltanissetta, Giovanni Tinebra che chiese immediatamente la collaborazione dell’Fbi, come era già avvenuto per la strage di Capaci, quindi convocò, il giorno dopo, nel suo ufficio l’allora numero tre del Sisde (Servizio segreto civile) Bruno Contrada e con una iniziativa vietata dalla legge gli chiese di collaborare all’indagine. Contrada orientò il suo gruppo di lavoro in due direzioni: una nella ricerca del latitante Provenzano, e l’altra nel controllo della famiglia Madonia, ritenuta esperta nell’uso degli esplosivi.

Bruno Contrada in seguito fu accusato dal pentito Gaspare Mutolo di collusione con Cosa nostra. Accusa che venne confermata anche da Buscetta e Francesco Marino Mannoia. L’agente del Sisde venne arrestato nel dicembre del 1992 con l’accusa di “concorso esterno in associazione mafiosa” e fu condannato definitivamente a dieci anni di carcere nel 2007.

Di questi dieci anni previsti Contrada ne trascorse quattro in carcere, quattro ai domiciliari e gli ultimi due gli furono condonati per buona condotta.

In carcere fino al 2012, il 7 luglio 2017 la Corte di Cassazione ha revocato la condanna a dieci anni, ed essendo la condanna già scontata questa revoca avrà risvolti solo sull’aspetto pensionistico.

 

il funzionario del SISDE Bruno Contrada durante il processo a suo carico

 

All’epoca, a Palermo, il capo della squadra mobile era Arnaldo La Barbera, un poliziotto risoluto che usava con disinvoltura una Magnum 357.

Arnaldo La Barbera

Nel 2010 si venne a saper che Arnaldo La Barbera era stato un collaboratore del Sisde dal 1986 al 1988 con il nome in codice “Rutilius”. Collaborazione che non si era mai interrotta.

Il Sisde condizionò pesantemente le indagini della Procura di Caltanissetta orientando le ricerche nella direzione desiderata.

Lunedì 20 luglio 1992, il giorno dopo la strage, nelle prime ore del mattino Giuseppe Orofino, di professione carrozziere, denunciò la sparizione delle targhe di una 126 di una cliente.

Poco dopo, verso le 11 la Squadra Mobile inviò la Polizia scientifica a fare un sopralluogo nella medesima officina.

La solerzia della scientifica a presentarsi nell’officina rimane un mistero, in quanto non era ancora stata trovata la targa trafugata e non si conosceva ancora il modello della ipotetica autobomba.

Strano anche come fonti della Polizia ipotizzassero, già poco dopo l’esplosione, l’impiego di una Fiat di piccola cilindrata.

Il Sisde di Palermo, il 13 agosto, comunicò alla Direzione di Roma di aver appreso in via ufficiosa informazioni sull’auto bomba parcheggiata in via D’Amelio, sugli autori del furto dell’auto, nonché sul luogo dove sarebbe stata custodita prima di essere utilizzata per l’attentato.

Parte il depistaggio.

Gli investigatori, il 30 luglio, intercettarono telefonicamente Pietrina Valente e sua cognata mentre accennavano ad un’orgia consumata nel quartiere palermitano della Guadagna, la sera prima, dove furono coinvolti due parenti e un tale Salvatore.

Nel prosieguo della conversazione Pietrina palesò la convinzione che la 126 esplosa in via D’Amelio fosse la sua e che l’autore del furto potesse essere proprio Salvatore.

Il 5 settembre 1992 venne arrestato per rapina e violenza carnale, Salvatore Candura, un piccolo delinquente della Guadagna.

Per lo stesso motivo furono arrestati anche Roberto e Luciano Valenti, parenti di Pietrina Valenti.

Come mai la polizia mise sotto controllo il telefono di una che aveva denunciato il furto della propria auto nove giorni prima dell’attentato di via D’Amelio?

Candura e i Valenti furono portati nel carcere di Bergamo dove vennero intercettati da una microspia nascosta nella cella.

Si sa che in carcere le confidenze sono all’ordine del giorno tra mafiosi, ed infatti (ingenuamente?) Candura, mentre parla con i suoi compagni di avventura disse di aver rubato la 126 su richiesta di Scarantino.

La polizia a questo punto non poté esimersi di interrogarlo e il balordo ammise che il furto gli era stato commissionato, in cambio di 500 mila lire, da Vincenzo Scarantino, un altro balordo della Guadagna, dedito abitualmente allo spaccio ed al furto di auto.

Anche per Scarantino si aprì il portone del carcere nel settembre del 1992, con l’accusa di ricettazione della 126 usata come autobomba in via D’Amelio e di conseguenza indagato per concorso in strage.

Vincenzo Scarantino

Nel settembre 1993 Scarantino entra nel carcere di Pianosa.

Scarantino all’inizio, probabilmente credette di poter passare dal suo status di balordo e piccolo delinquente dedito allo spaccio e ai furti d’auto, a quello di uomo d’onore. Si assunse la responsabilità di aver commissionato il furto della 126 e di averla condotta personalmente sul luogo della strage. Millantò anche conoscenze e frequentazioni che in seguito furono smentite recisamente dai pentiti con i quali ebbe modo di confrontarsi davanti ai giudici.

Nello specifico Scarantino sostenne di aver partecipato ad un incontro segreto nella villa di Giuseppe Calascibetta, capo mandamento della cosca palermitana di Santa Maria di Gesù, al quale parteciparono molti boss mafiosi tra cui anche Totò Riina. Scarantino disse anche che durante il summit si decise di far fuori Borsellino.

Nel settembre del 1998 messo a confronto con il pentito giovanni Brusca il “picciotto della Guadagna” ammise di essersi inventatola famosa riunione a casa di Calascibetta.

Il 29 settembre 1992 il procuratore capo di Caltanissetta Giovanni Tinebra in conferenza stampa dichiarò con soddisfazione l’arresto di Vincenzo Scarantino definendolo come uno degli autori dell’attentato di via D’Amelio. Non poche perplessità sollevò l’arresto in quanto “il picciotto della Guadagna”, come veniva chiamato Scarantino, era conosciuto come un piccolo balordo di scarsa importanza. Tinebra respinse ogni obiezione sostenendo che: “Non ci siamo posti la domanda e che Scarantino non è uomo di manovalanza”.

Intanto nel gennaio 1993 la Presidenza del Consiglio firmò un decreto che autorizzava la costituzione di un gruppo investigativo chiamato: Falcone-Borsellino con l’esclusivo compito di indagare sulle stragi, senza nessun ostacolo burocratico.

Sotto la direzione del Procuratore Giovanni Tinebra il comando delle indagini venne preso da Arnaldo La Barbera.

Giovanni Tinebra

Il 27 maggio 1993 venne arrestato Pietro Scotto, tecnico dell’Elte (una società siciliana di telefonia) e fratello del capo “famiglia” della borgata palermitana dell’Arenella, Gaetano. Pietro era sospettato di essere il telefonista di Cosa Nostra e di essere coinvolto nella strage di via D’Amelio.

Il 31 settembre 1993 fu la volta di Giuseppe Orofino, che secondo gli inquirenti ospitò nella sua officina la 126 imbottita di esplosivo. Anche per lui l’accusa è di concorso in strage.

Pochi giorni dopo venne arrestato Salvatore Profeta, boss della Guadagna e cognato di Scarantino, considerato il coordinatore della strage.

Il 4 gennaio 1994, il falso pentito, Francesco Andriotta confermò che fu Scarantino a commissionare il furto della 126 e che poi la portò in via D’Amelio.

Nel frattempo, Gioacchino Genchi, esperto di telefonia della polizia, studiando i tabulati telefonici scoprì che da una utenza clonata del mafioso Calabrò, erano partite delle chiamate verso alcuni numeri intestati al Sisde.

Nel luglio del 1994, il “picciotto della Guadagna”, Vincenzo Scarantino, dopo esser stato sotto il regime del 41 bis nel carcere di Pianosa, decise di collaborare con la magistratura.

Nell’inferno del carcere di Pianosa le angherie per i carcerati erano all’ordine del giorno.

Manganellate, sputi, schiaffi e calci dalle guardie vestite con le mimetiche, di giorno e di notte per impedire di dormire. A tavola non è che andasse meglio; vermi e mosche nella pasta e pipi nella minestra.

Alla fine del 1993 il “picciotto della Guadagna” venne trasferito nel carcere di Busto Arsizio. Sempre a regime di 41 bis ma sicuramente meglio di Pianosa.

Coincidenza volle che la sua cella fosse di fronte a quella di Francesco Andriotta, ergastolano che in cambio di una promessa di detenzione domiciliare avuta da La Barbera, accusò Scarantino di aver commissionato il furto della 126 e che poi la portò in via D’Amelio.

Scarantino ammise di essere stato l’autista della Fiat 126 e si assunse anche la responsabilità di altri crimini ed omicidi.

Ma la madre e la moglie del pentito sostennero che il ragazzo avesse subito continue sevizie psicologiche e intimidatorie per costringerlo a confessare.

La Barbera, che accarezzava il sogno di diventare questore di Palermo, dopo essere stato il regista di questa operazione incastrando alcuni balordi chiuse sollecitamente l’indagine e consegnò i colpevoli alla Magistratura.

Nel luglio 1995 ” il picciotto della Guadagna” ritrattò energicamente riconoscendo di aver accusato degli innocenti, ma non venne creduto dai giudici.

Tre anni dopo Scarantino negò nuovamente il suo coinvolgimento nella strage di via D’Amelio, ma anche questa volta non venne preso sul serio dai giudici che evidentemente avevano altri interessi.

Scarantino disse che il capo della squadra mobile Arnaldo La Barbera gli aveva promesso 200 milioni di lire in cambio della sua confessione.

Sebbene fosse un pentito la mafia non cercò mai di ucciderlo, malgrado non fosse particolarmente protetto.

Nell’ottobre del 1994 il Pm Ilda Boccassini avanzò forti dubbi sull’attendibilità del balordo della Guadagna e lo fece presente inviando al Procuratore di Palermo Gian Carlo Caselli e a quello di Caltanissetta Giovanni Tinebra una minuziosa relazione.

Anche il Pm di Palermo, Alfonso Sabella, durante un interrogatorio si rese conto della totale inattendibilità.

Scarantino venne descritto come persona di modesto livello intellettuale, quasi analfabeta con grosse difficoltà a leggere anche il giornale e uomo poco evoluto. Un uomo fragile sia mentalmente che emotivamente, ed in effetti molte perplessità sorsero sull’impiego di un balordo, da parte di Cosa Nostra, per una operazione complessa.

fine seconda parte

 

Alberto Zanini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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