Lotta per la sopravvivenza – Racconto di Alberto Zanini

Lotta per la sopravvivenza

Ci sono luoghi meravigliosi dove non esistono orari e il tempo è regolato dal sole con l’alternarsi naturale del giorno e la notte.

All’imbrunire, incomincia l’eterna lotta per la sopravvivenza. Piccoli o grandi sono tutti predatori, ma per alcuni di loro il ciclo della vita è destinato a chiudersi. E’ la legge della natura eterna ed immutabile. Per le prede non esistono certezze, e nascondersi o sfuggire agli attacchi rimane l’unica soluzione.

Verdi alberi punteggiavano la radura che dolcemente scendeva verso lo specchio d’acqua

Centinaia di lucine intermittenti si rincorrevano illuminando il buio della sera; le lucciole brillavano grazie alla bioluminiscenza, cioè alla combinazione tra l’ossigeno e la luciferina.

I maschi danzavano festosi, mentre le femmine, pronte per l’accoppiamento, aspettavano ferme sul prato.

Una tignola, con le ali bordate da una frangia di fili, volava silenziosa, ma non abbastanza da sfuggire al pipistrello, l’unico mammifero volante. Dalla laringe del silenzioso predatore partirono degli ultrasuoni che raggiunsero l’insetto. L’eco di ritorno diede le informazioni sulla dimensione, la velocità e la direzione della preda. In un attimo planò sull’insetto per poi allontanarsi alla ricerca di un’altra vittima.

Una rana verde picchiettata di nero uscì dall’acqua mimetizzandosi tra l’erba umida in attesa di appetitose prede. Dopo aver mangiato dei vermi, vide un scarabeo bombardiere (mai appellativo fu più azzeccato…) e con un movimento velocissimo svolse la lunga lingua ricoperta da muco viscoso, lo afferrò e lo trasportò in bocca per poi scaricarlo nello stomaco. La reazione dell’insetto fu immediata e decisiva; spruzzò un fluido irritante e bollente, prodotto da ghiandole addominali, costringendo la rana a vomitare l’insetto indigesto.

Purtroppo, per la povera rana verde, la giornata era destinata a finire male, perché una volpe, avvicinatasi silenziosamente, la colse di sorpresa, contribuendo all’equilibrio naturale della vita animale.

La luna, velata da nuvole, illuminava parzialmente la radura quando un grosso cervo si mosse con calma verso lo specchio d’acqua. Con il capo chino, sormontato da un imponente palco rivestito di “velluto”, brucava la fresca e tenera erba. La femmina, mentre mangiava una ghianda, teneva il piccolo cerbiatto vicino per proteggerlo da eventuali predatori: volpi, aquile reali ma anche cinghiali.

Un barbagianni grigio chiaro, con una maschera facciale bianca a forma di cuore, osservava con i suoi scuri occhietti obliqui un piccolo topolino che si nascondeva in mezzo all’erba della radura. Silenziosamente planò, grazie alla sua notevole apertura alare, sibilando sulla sua preda e afferrandola con gli artigli. Raggiunse il ramo di un albero dove, con calma, ingoiò il topolino intero per poi rigurgitarne il pelo e le ossa.

Poco lontano un riccio, da poco uscito dal letargo, mise fuori il suo musetto dalla tana scavata nel terreno. Con il corpo ricoperto da seimila aculei, come arma di difesa, si mise in caccia e dopo aver mangiato insetti e lombrichi, vide un serpentello che venne ridotto all’impotenza in breve tempo.

L’alba presentò un cielo plumbeo, e dalle nuvole, gonfie d’acqua, scese una sottile pioggia che in breve si trasformò in grosse gocce che si schiantarono rumorosamente al suolo.

I piccoli insetti, come impazziti, cercarono un riparo freneticamente.

Una lucertola attaccò una coccinella che stava cercando riparo sul ramo di un ciliegio. L’insetto, con le ali rosse punteggiate di nero, emise un odore repellente per scoraggiare il piccolo rettile che si allontanò infastidito. Il piccolo coleottero rosso, tranquillizzato, ritrasse le zampe sotto le ali incassando la testa sotto il nero torace e si accomodò sotto la foglia.

Una farfalla, con una bellissima livrea, interruppe il suo volo e avvolse la spirotromba sotto il capo dopo avere succhiato il polline da un fiore. Una sosta obbligata per evitare che le ali si inzuppassero d’acqua.

Una zanzara, grazie alla sua piccola massa corporea e al suo robusto esoscheletro, accompagnò la goccia nella caduta facendosi inglobare e sfruttando la sua peluria idrorepellente e poco prima di schiantarsi al suolo uscì dalla goccia stessa con la leggiadria di una ballerina.

Ma mentre le sue velocissime ali la riportavano in alto, i suoi occhi composti si riflessero in quelli, altrettanto composti, di una elegante libellula rossa che l’attendeva sospesa, muovendo le quattro ali indipendenti comandate separatamente dal cervello. Per “la magnifica assassina” fu un gioco da ragazzi mangiarla.

Cessato il temporale, il cielo assunse un tenue colore lavanda per cangiare repentinamente nell’arancio dell’aurora.

Sciabolate di luce s’infilarono tra le nubi e l’erba bagnata scintillò come una lastra d’argento.

All’ombra di un albero una chiocciola, protetta della conchiglia mangiava l’erba umida di pioggia.

Dal tronco cavo di un castagno alcune api esploratrice presero il volo in cerca di cibo, attirate dai colori, dai profumi , ma anche dagli impulsi elettrici delle piante.

Alcune api si diressero verso macchie di girasoli e malva, mentre altre si tuffarono nel giallo arancio della calendula che spiccava in mezzo al verde della radura.

Non vennero risparmiati neanche i fiori di lavanda irresistibili con il loro inebriante profumo.

Le api esploratrici dopo aver succhiato il nettare dai fiori con la spirotromba o raccolto con le zampette il polline tornarono veloci verso il favo.

Giunta nei pressi, un’ape esploratrice, comunicò alle compagne la posizione di un campo vicino compiendo una danza circolare.

Un’altra ape invece, arrivata da più lontano segnalò la zona disegnando in volo un “otto” accompagnato da uno scodinzolamento e da un ronzio persistente. I meccanismi di questa particolare danza associati con la posizione del sole, usato come una sorta di bussola, indicano la direzione e la distanza della fonte del cibo.

Ricevute le indicazioni fondamentali per il ritrovamento delle zone ricche di fiori, le api bottinatrici incominciarono i loro incessanti voli, che le avrebbero portate a visitare fino a 10 mila fiori al giorno.

Un Ditisco, un coleottero con il corpo ovale ed appiattito e dal rivestimento molto duro, si apprestava a cacciare sott’acqua; prima di immergersi aspirò l’aria convogliandola in una bolla posta sul dorso e dopo una decina di minuti riemerse in superficie.

Un microcosmo dove il ronzio si mescolava al brulichio incessante ed allo zampettare alacre degli insetti instancabili.

La lunga tunica sfiorava l’erba umida. Il vecchio diede un’occhiata al cielo prima di entrare sotto il cono d’ombra della maestosa quercia alta più di trenta metri che svettava dritta e frondosa. La mano accarezzò la dura corteccia e l’albero sentendo il palmo si tranquillizzò.

“Ciao Duir” disse mentre si accarezzava la barba immacolata.

L’albero rispose tramite delle vibrazioni: “Ciao Lignum”.

“Sono più di tre secoli che viviamo insieme qui e ricordo che eravate poco più che degli arbusti. Siete cresciuti senza impedimenti. La luce del sole era tutta per voi e avete esteso i rami liberamente, limitando tuttavia il sole agli alberi più giovani e costringendoli in una lotta continua alla ricerca di luce indispensabile alla crescita.” Disse Lignum

“Adesso, noi madri, ci occupiamo di loro che purtroppo faticano a crescere. Le nostre radici, attraverso la rete dei filamenti fungini, portano il nutrimento a tutti gli altri alberi anche di specie diverse. Riversiamo il carbonio ai funghi e loro restituiscono il favore sotto forma di sostanze nutritive ed acqua. Siamo in simbiosi e questo bosco praticamente diventa un unico organismo.”

“Sento questo fluire incessante nel sottosuolo” riconobbe il druido

La radura era in fermento, un via vai concitato tra insetti che si incrociavano veloci, mentre la natura seguiva il suo corso inevitabile di eventi.

Su un piccolo albero di biancospino si riposava un Bacillius Rosius, comunemente conosciuto come insetto stecco, dopo la caccia notturna, tra i rami contorti della pianta. Malgrado fosse immobile e perfettamente mimetizzato non sfuggì agli occhi attenti di un uccello. L’insetto allarmato si irrigidì e facendo finta di essere morto si fece cadere al suolo, ma non prima di essere afferrato dal predatore affamato. Il Bacillius venne preso per la zampina che si staccò dal corpo rimanendo nel becco dell’uccello che volò via. L’insetto rimase immobile e quando si rese conto del cessato pericolo riprese a muoversi allontanandosi.

Nei pressi dello stagno, a ridosso di un albero, una colonia di formiche si muoveva frenetica ma organizzata. All’interno del nido la regina, l’unica in grado di procreare, veniva curata ed alimentata dalle operaie, che instancabile raccoglievano anche il cibo da immagazzinare nelle celle del formicaio. Nel frattempo le formiche soldato difendevano l’ingresso da eventuali attacchi esterni.

Una lunga fila di formiche operaie uscì dal nido e guidate dalla scia di feronomi, lasciata da una esploratrice, si diresse verso una fonte di cibo.

Sul ramo in alto, un rumore di fronde che cadevano e una presenza in cima oscurò la vista del cielo. Un’aquila immobile, con lo sguardo attento, scrutava lo stagno, quindi dispiegando le ali riprese a volare alta nel cielo.

Dopo aver percepito la presenza di larve sotto la corteccia, un picchio rosso maggiore, dalla livrea bianca e nera con una macchia rossa sulla testa, martellava il tronco di un vecchio albero ad alta velocità.

L’uccello ha un cervello molto piccolo, che riempie completamente il cranio, in modo che non subisca contraccolpi. La protezione è data anche dal tempo di contatto tra il becco e il legno che è di appena mezzo millisecondo.

Una volta stanata la preda, il picchio svolse la lunghissima lingua vischiosa e la afferrò. L’albero presentava anche larghi fori ellittici dove l’uccello aveva nidificato.

Il picchio rosso è considerato un ottimo segnalatore dello stato di salute degli alberi. La sua presenza indica un malessere della pianta.

Un maschio di mantide, continuava, imperterrito, l’accoppiamento, sebbene la femmina gli avesse già mangiato la testa in attesa di divorarlo completamente.

Il vecchio druido, con le braccia incrociate dietro la schiena, andava avanti ed indietro per la radura pensieroso. Nel frattempo insetti e piccoli animali si accodarono accompagnandolo nel cammino, in rispettoso silenzio, formando in breve una lunga fila. Il vecchio accortosi di non essere solo si girò e dopo aver dato un’occhiata riprese la camminata mentre un sorriso appena accennato increspava il volto.

Lignum, mentre passeggiava per il bosco, riconobbe un pino nero ampiamente defogliato. Qualche tempo prima, dalle uova deposte sul ramo dell’albero, dalla “Thaumetopoea”, nacquero centinaia di larve grigiastre irte di peli urticanti. Voraci e dotate di robuste mandibole mangiarono quasi tutti i tipici aghi del pino, indebolendolo notevolmente.

Il pino nero, completamente defogliato, era una triste visione in mezzo ai rigogliosi fratelli che impreziosivano il bosco.

I bruchi di “Thaumetopoea pityocampa”, poco prima dell’inverno, formarono sull’albero un nido sericeo di colore bianco opaco dove svernare fino all’inizio della primavera.

Con i primi tepori della primavera i bruchi, in fila indiana come una processione, scesero lungo il tronco alla ricerca di un posto idoneo per interrarsi, dove vi rimasero fino all’inizio dell’estate quando trasformati in falene adulte uscirono sfarfallando alla ricerca del maschio per accoppiarsi.

Querce e altri pini, subirono gli attacchi dei terribili invasori, che vennero respinti grazie agli aiuti di uccelli e predatori di insetti.

Cinciallegre, cuculi ed Upupe sono soliti bucare con il becco i resistenti nidi sericei, mentre il coleottero Calosoma è un temuto predatore dei bruchi defogliatori.

La coccinella attirata dal rafano del campo vicino combatteva contro i parassiti che infestavano le piante e la libellula, dopo la caccia agli insetti dello stagno, svolazzava pigra sulla radura.

Dopo anni di assenza si sentirono frinire le cicale. Le larve, dopo aver vissuto nelle tane sotterranee per anni risalirono in superficie adulte, pronte per nutrirsi della linfa degli alberi suggendola con la proboscide.

L’appuntamento era al tramonto, quando centinaia di maschi si riversarono verso lo stagno. Il nugolo di zanzare volteggiava sullo specchio d’acqua in frenetica attesa.

Meno numerose dei maschi, ma più grandi, le femmine arrivarono e quelle sessualmente mature emisero un ronzio irresistibile per i maschi che le presero d’assalto.

Le femmine hanno le papille gustative sulle zampe e sembra non gradiscono certi sapori e durante il corteggiamento molti maschi vengono respinti.

Grandi virtuosi del volo, i maschi accettati, si accoppiarono in volo ed in quei venti secondi circa con lo sperma iniettarono nelle femmine anche un ormone per impedire accoppiamenti successivi.

Poco dopo l’accoppiamento le femmine deposero le uova in acqua.

In pochi giorni si schiudono le larve, che continuano a vivere in acqua, finché avviene la trasformazione in pupe, che avendo necessità di ossigeno, abbandonano l’acqua e si trasferiscono sulla terra ferma. Ancora pochi giorni e viene completata la trasformazione in zanzara adulta.

Il tempo passava lentamente e alla fine della giornata l’oscurità della sera scese secondo il consueto ritmo del tempo immutabile.

Sul ramo di Duir il barbagianni Tyto attento ai movimenti serali, sentì la presenza di Lignum in basso appoggiato con la schiena al tronco della madre quercia.

La loro attenzione fu attirata da Bolbo, lo scarabeo stercorario, che spingeva una enorme pallina con le zampe posteriori muovendosi con difficoltà, perché la scarsa luce lunare gli impediva di orientarsi sufficientemente.

Ma quando le nuvole incominciarono a diradarsi, rivelando il cielo stellato, lo scarabeo alzò lo sguardo e per un attimo gli occhi composti rifletterono la luce lunare, quindi compiendo una singolare danza sulla pallina velocemente si rimise in cammino seguendo una linea retta.

Lignum e Tyto guardarono interessati lo scarabeo mentre si allontanava.

“Si orienta utilizzando la luce emessa dalla via lattea, e quando ci sono le serate nuvolose perde la direzione” spiegò Lignum “gli scarabei sono instancabili e utili perché mantengono la radura pulita dagli escrementi degli altri e, al contrario di quello che si possa pensare, emettono una secrezione che serve a pulire le proprie zampe.”

Dopo la notte, con il tepore del mattino gli insetti ripresero le loro attività.

Una mamma di capriolo dopo aver nascosto il cucciolo, nell’erba alta, andò in cerca di cibo.

Anche una coppia di gatti selvatici era alla ricerca di piccole prede.

Una Poiana accovacciata su un alto ramo scrutava attentamente l’erba in attesa di individuare qualche preda: topolini, lepri, conigli, anfibi o rettili.

Un cinghiale, dopo aver fatto incetta di ghiande e funghi durante la notte, si riposava sazio in una buca in mezzo ai cespugli.

Lignum nel suo consueto passeggiare nel bosco vide fra l’erba un libro consunto, sporco di terra e dalla copertina mangiucchiata. Lo raccolse, lesse il titolo ed incuriosito incominciò a svogliarlo.

Ritornato nella radura, il vecchio si diresse verso la madre quercia e con movimenti lenti ed attenti si sedette ai piedi dell’albero appoggiando la schiena al tronco.

Tyto scese dal tronco e si appollaiò vicino al druido che dopo essersi accarezzato la barba aprì il libro, alzò gli occhi e vide che nel frattempo, gli animali si erano avvicinati silenziosamente guardandolo incuriositi.

Lignum, visibilmente compiaciuto, incominciò con voce ferma a dire: vediamo di cosa parla questo libro…“ C’era una volta….”

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