Recensione: Mohican Fumetto – di Daniele Iannantuoni

Mohican

Titolo: Mohican

Editore: Bonelli

Anno: giugno 2010

Volume: Copertina flessibile di 272 pagine

Copertina e disegni: Roberto Diso

Sceneggiatore: Paolo Morales

 

 

Come ogni inizio estate che si rispetti, la Bonelli pensa ai suoi lettori e sforna edizioni più corpose da leggere sotto l’ombrellone, che sia al mare in montagna non importa: l’importante è leggere le storie che con dedizione da anni ci regalano piacevoli momenti di svago e divertimento.

Ma a dire il vero non si può definire Mohican un fumetto divertente, dato che ricorda e racconta il genocidio dei pellerossa inflitto dagli europei ai tempi delle colonie.

Ma andiamo con ordine:

La copertina di Mohican ci apre una finestra su un paesaggio montano, con un corso d’acqua e un’aquila reale (spesso presente nelle storie e nella simbologia indiana), con il nostro avventuriero di turno che guarda l’orizzonte.

Copertina realizzata da Roberto Diso, nato a Roma nel 1932 ex studente di liceo artistico, tenta la sua strada in architettura, ma presto lascia la facoltà per dedicarsi a pieno nel disegno del fumetto.

A 22 anni collabora con il “Vittorioso” per poi prestare le sue abilità di disegnatore oltremanica, in Inghilterra, per la casa editrice Fleetway.

Affermatosi in terra inglese torna sul continente per sbarcare in Francia (sembra paradossale ma sono esattamente le nazioni rivali che danno vita alla storia che stiamo raccontando!) e lavorare per la  Editions Aventures et Voyages fino a trovarsi nel 1965 in Germania a disegnare per lo studio di Alberto Giolitti, realizzando tra gli altri, fumetti per adulti della serie Goldrake.

Nel 1974 torna in patria e con un così ricco curriculum trova subito spazio tra gli autori della Bonelli, cominciando con la realizzazione di due episodi della serie Collana Rodeo per diventare copertinista ufficiale (dal n° 116) e disegnatore principale della serie Mister NO.

Contemporaneamente all’impegno con la casa editrice Milanese Diso si dedica a disegnare le tavole de L’Eternauta e nel 2003 approda nel West di Tex Willer, impegno che manterrà anche dopo la chiusura di Mister NO nel 2006

Questa è in breve una piccola fotografia del disegnatore di questo numero, che si sovrappone a quella dello sceneggiatore in alcuni punti: vediamo insieme quali.

Paolo Morales nasce a Roma (anche lui!) nel 1956 come disegnatore/fumettista e nel 1978 presta il suo talento allo studio Alberto Giolitti per la serie L’uomo mascherato e vari fumetti horror.

Dal 1981 per 9 anni collabora per le  due riviste settimanali a fumetti Skorpio e Lanciostory, disegnando anche lui per L’Eternauta.

La sua vena creativa si completa sempre di più, arrivando a creare un suo personaggio di nome Renè per l’Intrepido di cui cura sceneggiatura e disegni.

Nel 1991 si dedica a disegnare e scrivere le storie di Martin Mystere, cosa che farà fino al giorno della sua morte a 56 anni.

Oltre che sceneggiatore e fumettista, Morales era anche insegnante alla Scuola Romana del Fumetto e sceneggiatore per la RAI, per cui scrisse sceneggiature per la serie animata di Sandokan e cartoni animati come L’ultimo dei Mohicani.

Proprio l’opera di Cooper dal 1826 “L’ultimo dei Mohicani” fa da prequel alla storia che raccontiamo:

Le montagne innevate e i fitti boschi attraversati dal fiume Hudson, fanno da cornice ad una delle più sanguinose guerre che l’umanità abbia mai conosciuto: tanto sanguinoso, quanto poco discusso, il genocidio dei pellerossa ha pesato enormemente su equilibri e dinamiche di terre che avevano trovato il loro equilibrio sociale e spirituale, vivendo a stretto contatto con una natura selvaggia, ricca di possibilità e florida di pace e serenità, sia con il mondo al di qua del fiume, sia con il mondo che ci aspetta una volta che la nostra fiamma terrena si spegne.

Mondo devastato dalla sete di conquista dell’Occidente, che ha sempre logorato e invaso popoli e nazioni, imponendo con forza la propria supremazia, millantando un potere al di là delle possibilità delle popolazioni invase, che si sono visti depredati di terre, beni, possibilità e dignità.

I “cattivi” di questa vicenda sono Francia ed Inghilterra che, una volta sbarcati nelle Americhe, cominciano una guerra di potere a suon di conquiste di villaggi di Pellerossa di ogni tribù, impadronendosi dei terreni e costruendo colonie, ad immagine delle città europee da cui provenivano, ricostruendo dinamiche sociopolitiche molto simili alle proprie capitali, portando gli stessi indiani (chi sopravviveva), ad allearsi con l’una o ‘altra fazione, costringendoli, con inganni ed intrighi di guerra,  a darsi battaglia tra di loro: tribù di ogni tipo ( Apache, Cherokee, Cheyenne, Navajo, Sioux, Uroni) si ritrovano a vivere un’esistenza di guerra per dei potenti che avevano a cuore solamente il proprio predominio verso un vecchio nemico, lasciando per sempre la vita armoniosa e di collaborazione, che avevano conosciuto.

Presto così, il pellerossa è stato visto come un nemico pericoloso per la società, da eliminare e confinare il più possibile perché pericoloso per una società che stava nascendo in territori selvaggi, che l’uomo bianco si è arrogato il diritto di poter domare.

Lo scontro vero e proprio tra Inghilterra e Francia ebbe inizio nel 1754 quando, il 3 luglio, l’esercito franco-indiano sconfisse gli inglesi di Gorge Washington nella battaglia di Fort Necessity.

Washington non si arrese, cercò di perfezionare le tattiche di guerra, e continuò a combattere contro i francesi non avendo mai la meglio sul nemico fino a che nel 1756 scende in campo il Segretario di Stato della Corona d’Inghilterra William Pitt “il Vecchio”, che portò avanti la guerra per sette anni, quando nel 1763 fu finalmente firmata la Pace di Parigi.

Uno scenario così si presta molto al racconto di avventure, intrighi e tradimenti, che sono i protagonisti della nostra storia. Un bianco di nome Nathan, conosciuto dai più come “Occhio di falco” adottato da Chingachgook, indiano purosangue, guida in una spedizione suicida attraverso foreste brulicanti di indiani rivali e battute dai soldati in conflitto, un Pastore, la cui missione è quella di chiedere la grazia al generale Washington per conto di un soldato che aveva ammutinato un reparto inglese.

Di sangue in Mohican ne viene versato molto, anche se nel disegno troviamo più tratti paesaggistici e di azione che di splatter anni ’60, un ampio respiro in foreste vergini e fiumi cristallini, che ci viene soffocato ad ogni colpo di scena.

La guerra di per sé fa da sfondo ad una vicenda che racconta il coraggio e l’amore, ma che alla fine ci ricorda che molte delle scene che leggeremo hanno fatto da sfondo ad un pezzo di storia che ha raccontato la parte più brutta dell’essere umano: la supremazia con la forza verso un proprio simile.

Il conflitto tra le due nazioni europee lasciò una terra devastata: antiche foreste sparite per lasciare spazio ai nuovi insediamenti, popoli e tribù decimate sia con l’assassinio diretto della guerra, sia strozzate dalla fame da un conflitto che non ha lasciato loro niente, se non la disperazione di vivere una vita che non gli appartiene e che non gli apparterrà mai. Fa molta tristezza sapere che ancora oggi i pochi sopravvissuti siano confinati in riserve e la maggior parte degli uomini si sia ritrovata a condurre vite per niente all’altezza dei loro antenati. Lo stesso regista  Babak Jalali, nel suo film “Land” presentato a Berlino nel 2016, racconta di un popolo schiacciato da alcolismo e dipendenze, di persone che non ci provano nemmeno più a ricostruire ciò che ancora brucia del loro passato, ormai troppo feriti e prossimi al nulla.

“Immagini che mi hanno scioccato per la durezza della vita unita alla bellezza dei paesaggi, e mi hanno ricordato il mio Paese d’origine, l’Iran. Anche lì ci sono molte zone isolate, in un certo senso dimenticate dal governo delle città principali, i cui abitanti vivono questo senso di isolamento che è anche uno stato mentale. Così ho deciso di capirne di più e, prima di iniziare a scrivere il progetto, mi sono trasferito in Sud Dakota per un paio di mesi, spingendomi in seguito anche a visitare una trentina di riserve in America”.

Queste sono le parole del regista che descrive come è iniziato il suo “raccontare” di un popolo che sta morendo e finisce dicendo:

“Il ritratto di un’America di frontiera poco raccontata, pervasa da un diffuso senso di disperazione e rassegnazione e da cui traspare il disagio di intere comunità, relegate in fazzoletti di terra dove si barcamenano in una vita apparentemente senza speranza, totalmente ai margini della nazione più potente e ricca al mondo”.

Ecco come, in poche righe viene dipinto un popolo distrutto: dove prima dell’uomo bianco vivevano in armonia diverse tribù, brutali come animali, ma in pace con la terra e gli spiriti che li guidavano tra le stelle, per lasciare spazio ad una parte di mondo allora sconosciuta, ma che si è rivelata da subito una bestia feroce che, contro tutte le leggi della natura, è stata capace di piegare il coraggio di antichi guerrieri per portare solamente una civiltà che ancora oggi ci sta, a poco a poco, distruggendo tutti.

La storia che abbiamo appena raccontato è  Mohican una classica storia western, dove indiani combattono con pugnali e tomahawk tra tribù e soldati rivali, una storia classica, di quelle che siamo abituati a vedere nei vecchi sceneggiati alla TV quando ci fingevamo malati per non andare a scuola, passando la mattina a fare zapping tra i canali delle televisioni locali e come a scuola questa storia si prende un bel 10 per quello che mi ha smosso leggendola, ma soprattutto per avermi fatto ricordare che di tutte le disgrazie che leggiamo sui libri di storia, quella degli Indiani è una di quelle meno studiate, pur essendo stata una delle più cruente.

 

Io sono un uomo rosso. Se il Grande Spirito avesse voluto che io fossi un uomo bianco mi avrebbe fatto in quel modo prima di tutto. Nel vostro cuore ha messo i vostri desideri e piani, nel mio cuore ha messo altri desideri diversi. Ogni uomo è buono ai suoi occhi. Non è necessario per le aquile essere corvi. Siamo poveri … ma siamo liberi. Nessun uomo bianco controlla i nostri passi. Se dobbiamo morire … moriamo difendendo i nostri diritti.

Toro Seduto

Daniele Iannantuoni

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