Uniform – Wake In Fright – recensione musica

Uniform – Wake In Fright

 

Anno: 2017

Provenienza: USA

Genere: industrial

Membri: Ben Greenberg – chitarre, sintetizzatori e drum machine; Michael Berdan – voce

Casa discografica: Sacred Bones Records

 

  1. Tabloid
  2. Habit
  3. The Lost
  4. The Light At The End (Cause)
  5. The Killing Of America
  6. Bootlicker
  7. Night Of Fear
  8. The Light At The End (Effect)

 

Sputati fuori dalle strade più sporche di New York, gli Uniform assordano le nostre orecchie dal 2013, quando Ben Greenberg e Michael Berdan decisero di unire le forze per comporre questo duo apocalittico. Spinti dal disgusto per la violenza perpetrata nella nostra società realizzano Wake In Fright, un’ecatombe industrial violenta e nichilista.

La prima traccia, Tabloid, da un’idea parziale di come si sviluppa l’idea degli Uniform. Schitarrate monotone e lobotomizzanti si ripetono per 3 minuti e 15 secondi, facendoci precipitare in un baratro di urla e disperazione attraverso suoni di chitarra distorti e cacofonici. Il punto di riferimento è l’industrial più tradizionale. Nonostante l’innegabile espressività della proposta, Tabloid è estremamente ripetitiva. Della stessa pasta è l’angosciante Habit. Ciò che gli Uniform realizzano nelle prime due tracce non è tutto però. The Lost infatti risulta più varia grazie all’introduzione elettronica e, nonostante la voce di Berdan non sia il massimo, si fa’ apprezzare anche per la caparbia tessitura di chitarra, più elaborata di quelle precedenti. Addirittura, una volta raggiunto il giusto climax, The Lost riesce ad emozionare! Il risultato finale è un misto di Ministry, Godflesh e Death In June. Davvero ben fatto! Con the Light At The End (Cause) tornano i massacri nichilisti e spietati. I rumori sintetici e disturbanti accompagnano una trama in cui la forma canzone viene annientata, risultando poco digeribile.

The Killing Of America invece è uno dei momenti migliori di Wake In Fright. Per questa canzone i newyorkesi realizzano un video semplice ma efficacemente inquietante, in cui su di una cartina geografica vengono segnalati con puntini rossi tutti gli omicidi americani; tutto questo seguendo la base ritmica della drum machine. La massacrante partenza è un immediato riff thrash metal. Col passare dei secondi la chitarra grattata si fonde ai sintetizzatori in un olocausto alla Killing Joke ripetuto fino alla nausea. Stavolta però l’aggressività rende The Killing Of America molto incisiva. Alla fine, sulla struttura di base comunque confusa ed anarchica, si libera un assolo di chitarra davvero potente. Nel suo piccolo un grande pezzo. In Bootlicker gli Uniform spingono definitivamente sull’accelleratore. Sincopata e cattiva la batteria duella con la chitarra ipnotica relegando la traccia ad un’eccessiva monotonia. Molto meglio Night Of Fear, che con la sua atmosfera scura ed angosciosa ti si pianta nel cervello come dei chiodi arrugginiti. Uno degli episodi più esaltanti di Wake In Fright. Inesorabile, lenta ed inquietante, questa è The Light At The End (Effect). Lo strumentale conclusivo del disco è di quasi 6 minuti e vede solo l’intervento di due voci parlate, femminile e maschile, al di sopra della musica negativa e plumbea. Il clima è denso di tensione e sporcizia e sembra di essere piombati veramente nelle strade più luride di New York. Senza dubbio un epilogo di spessore.

A mio avviso Wake In Fright non può essere definito un capolavoro. L’intento degli Uniform è chiaro: creare un’apocalisse sonora capace di fare a pezzi l’aspetto più tradizionale della forma canzone. Si può dire che in questo ci riescano fin troppo. Molte volte infatti l’approccio anarchico del duo pregiudica il risultato finale. Tuttavia, bisogna riconoscere l’efficacia di pezzi come The Lost, The Killing Of America, Night Of Fear e The Light At The End (Effect), che sono delle vere perle. Con maggiore varietà compositiva gli Uniform potrebbero esprimere al meglio le loro potenzialità, che abbinata alla loro solida natura politica, creerebbe una visione d’insieme devastante. Per ora bene, ma si può fare di meglio.

Voto: 7

Zanini Marco

 

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