Treno Italicus

treno italicus

Treno Italicus

Alle 20. 42 del 3 agosto 1974, il treno espresso 1486  Italicus partì dalla stazione Roma Tiburtina, con destinazione Monaco di Baviera, con sette minuti di ritardo rispetto all’orario previsto.

Era una calda notte, quella tra il 3 e il 4 agosto, quando alle 0.17 il treno fece sosta al binario 11 della stazione di Santa Maria Novella di Firenze. Un uomo salì sulla quinta carrozza completamente vuota, e nel secondo scompartimento mise una valigetta ventiquattrore sotto un sedile. All’interno vi erano circa due chili di una miscela di nitrato di ammonio e tritolo con una sveglia della Uhren di Rottweil che sarebbe servita come timer. Quindi scese incrociando la famiglia Russo che saliva.

Dopo una sosta di 19 minuti il convoglio riprese la sua corsa nella notte verso la sua destinazione.

Era l’1.17 quando il treno, con 17 carrozze e con 342 passeggeri, venne scosso da una terribile esplosione all’interno della galleria appenninica, lunga 18 chilometri, che collega la Toscana all’Emilia.

Il macchinista Giovanni Mancini riuscì a condurre con estrema perizia il treno fuori dalla galleria, verso la stazione di San Benedetto Val di Sambro.

L’immagine che si presentò ai primi soccorritori fu terribile. La quinta carrozza, con una fiancata squarciata dall’esplosione, era avvolta da fiamme altissime che resero le lamiere incandescenti. Alcuni passeggeri uscirono dai finestrini con le vesti in fiamme. Un odore di carne bruciata si diffuse nell’aria, mentre il controllore Silver Sirotti cercò disperatamente di salvare i corpi avvolti dalle fiamme con un estintore, salvando la vita di Maria Russo, finché non fu sopraffatto anch’egli dalle fiamme morendo arso vivo.

Sul marciapiede della stazione vennero adagiati 12 corpi carbonizzati pietosamente coperti da lenzuola bianche:

Nicola Buffi

Elena Donatini

Elena Celli

Raffaella Garosi

Herbert Kontriner (tedesco)

Fukada Tsugufumi (giapponese)

Antidio Medaglia

Jakobus Wilhelmus Hanema (olandese)

Silver Sirotti

Nunzio Russo con la moglie Maria Santina Carraro e il figlio Marco di 14 anni, che salirono a Firenze e si sedettero nello scompartimento numero 5.

Si salvarono invece gli altri due figli: Mauro di 13 anni e Maria di 19 anni, che sebbene ustionata completamente, fu salvata grazie all’intervento del controllore Silver Sirotti.

L’attentato venne rivendicato da Ordine Nero tramite un volantino trovato il 5 agosto in una cabina telefonica di Bologna. Ma due giorni dopo vennero trovati a Milano e a Bologna altri 2 volantini che smentivano la responsabilità di Ordine Nero nella strage dell’Italicus.

Maurizio Del Dottore, un simpatizzante neofascista aretino, impiegato alla Lebole di Licio Gelli, pochi giorni dopo l’attentato denunciò al maresciallo dei carabinieri Franco Cherubini, il camerata Luciano Franci, incolpandolo di essere l’attentatore, e indicando l’Alpe di Poti come il luogo dove trovare l’esplosivo nascosto usato per gli attentati. Il materiale venne, in effetti, trovato il 7 agosto e fatto brillare impedendo il raffronto con quello usato nell’attentato. Inspiegabilmente i carabinieri, comandati dal colonnello piduista Domenico Tumminello, non fecero partire nessuna indagine.

Deluso dal qualunquismo riscontrato, Del Dottore ne parlò anche al maresciallo Proietti che riportò la confidenza alla Questura di Arezzo.

Si saprà in seguito che Franci, che lavorava come carrellista del servizio postale alla stazione di Firenze, quel giorno chiese un cambio turno ad un collega, e la sera dell’attentato era presente proprio sul marciapiede dove fece la sosta il treno espresso Italicus.

Tra il 31 dicembre 1974 e il 7 gennaio 1975 ci furono altri tre attentati sulla linea ferroviaria, ma senza grosse conseguenze.

La polizia, il 22 gennaio, durante un controllo trovò 15 chili di esplosivo vicino Castiglione Fiorentino e in un appostamento venne fermata una macchina con a bordo Luciano Franci e Piero Malentacchi. Durante la perquisizione, fu trovato un foglio, scritto da Franci, dove si rivendicava un attentato programmato per il 22 gennaio alla Camera di Commercio di Arezzo. Dopo l’arresto, la polizia mise sotto controllo il telefono della compagna di Franci, Margherita Luddi. Da una telefonata intercettata con un fantomatico “Mario” (Tuti), si venne a conoscenza di un deposito dove era nascosto dell’esplosivo.

Tuti era, un geometra impiegato all’ufficio tecnico del Comune di Empoli e fondatore del Fronte nazionale rivoluzionario, da tempo noto alla polizia, sebbene fosse praticamente sconosciuto dall’opinione pubblica.

Il 24 gennaio tre poliziotti si presentarono davanti alla casa di Tuti per un controllo, ma vennero accolti con delle raffiche di un fucile mitragliatore. Il brigadiere Leonardo Falco e l’appuntato Giovanni Ceravolo furono colpiti mortalmente, mentre l’appuntato Arturo Rocca rimase ferito gravemente. Tuti riusci a scappare in Francia, abbandonando l’arsenale che custodiva in casa. Rimase nascosto fino a luglio 1975, quando venne fermato ed arrestato dai gendarmi francesi. Estradato in Italia, non fu mai processato per la strage dell’Italicus ma solamente per omicidio dei due poliziotti.

In carcere Franci confidò, al compagno di cella, Aurelio Fianchini che fu Piero Malentacchi a mettere sotto il sedile dello scompartimento del treno la valigetta con l’esplosivo, procurato da Mario Tuti, il vero capo ed ideatore della strage.

Nel mese di aprile del 1981, Tuti e Concutelli nel cortile del carcere di Brescia, uccisero Ermanno Buzzi in attesa del processo di appello per la strage di Piazza della Loggia. Ucciso per impedire che potesse rivelare i veri autori dell’attentato in quanto considerato “infame.” All’omicidio assistette anche Franci, che interpretò il gesto come un tacito avvertimento per il processo per la strage dell’Italicus che ci sarebbe stato in novembre.

Il giorno dell’attentato Aldo Moro avrebbe dovuto prender il treno Italicus, ma all’ultimo momento fu raggiunto dai Funzionari del Ministero per fargli firmare dei documenti urgenti e quindi dovette rinunciare a partire.

Gli obiettivi ferroviari furono una precisa caratteristica degli attentati fascisti di quegli anni. Anche la strage della stazione di Bologna rientrava in quel preciso disegno sovversivo. Ormai è assodato che dietro agli attentati c’era una strategia della tensione finalizzata ad una presa di potere della destra, le connivenze tra la Cia, la massoneria deviata e i servizi segreti sono una certezza. Tutto secondo un progetto esteso alle democrazie occidentali per impedire che il comunismo potesse prendere il potere.

Agli inquirenti fu chiaro il collegamento tra i vari gruppi estremisti di destra toscani, che furono anche finanziati economicamente da Licio Gelli tramite Augusto Cauchi.

Fin dalla strage di Piazza Fontana, del 12 dicembre 1969, i servizi segreti, manovrati dalla P2, hanno provveduto a numerosi depistaggi per impedire che la verità venisse a galla. Servizi segreti che hanno sempre negato ai magistrati bolognesi l’accesso alle notizie riguardanti Licio Gelli.

Il 23 settembre 1982 e il 28 marzo 1985 si fece ricorso due volte al segreto di Stato per impedire che scomode verità venissero a galla.

Il 20 luglio 1983 la Corte d’Assise di Bologna assolse Tuti, Franci, Malentacchi e la Luddi per insufficienza di prove.

Il 18 dicembre 1986 la Corte d’Assise di Appello di Bologna condannò Tuti e Franci all’ergastolo come esecutori della strage. Malentacchi e Luddi vennero assolti.

Il 16 dicembre 1987, la prima sezione della Cassazione presieduta dal giudice Corrado Carnevali, (chiamato: “L’ammazzasentenze”) annullò la precedente sentenza.

Il 4 aprile 1991 Tuti e Franci vennero assolti dalla Corte d’Appello di Bologna, e il 24 marzo 1992 la Corte di Cassazione assolse definitivamente Tuti e Franci.

Malgrado l’assoluzione la seconda Commissione parlamentare d’inchiesta sentenziò: “la strage dell’Italicus è ascrivibile ad una organizzazione terroristica di ispirazione neofascista o neonazista operante in Toscana; che la Loggia P2 svolse opera di istigazione agli attentati e di finanziamento nei confronti dei gruppi della destra extraparlamentare toscana; che la Loggia P2 è quindi gravemente coinvolta nella strage dell’Italicus e può ritenersene anzi addirittura responsabile in termini non giudiziari ma storico-politici, quale essenziale retroterra economico, organizzativo e morale.”

Nessuno ha mai avuto la volontà o la possibilità di trovare i colpevoli. Depistaggi, bugie e connivenze hanno sempre impedito che la mano, vigliacca e assassina delle dodici vittime avesse un nome.

 

Alberto Zanini

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