La storia di una sedia – Racconto di Sandra Pauletto

La storia di una sedia

sediaQuesta è solo la storia di una vecchia sedia, quasi zoppa per di più. Di quelle in legno, con lo schienale lavorato, che son belle da vedere ma terribilmente scomode.

Rumorosa, scricchiolante, niente a che vedere con le nuove sedie ergonomiche, magari riscaldate e con i braccioli, che sembrano poltrone.

Nulla di tutto questo: legno e basta, neanche paglia sul sedile.

Chi userebbe oggi una sedia così?

A sedercisi sopra si aveva la sensazione che avrebbe potuto schiantarsi di li a poco. Ogni singolo movimento del corpo, seppur minimo, veniva segnalato da uno scricchiolare forte e quasi invadente, al punto che il proprietario, esasperato, un pomeriggio la prese di malo modo e la abbandonò fuori da un cassonetto dei rifiuti.

Povera Sedia.

Aveva sopportato il peso di tante persone, ascoltato i loro discorsi senza mai intervenire, muta, e ora che in qualche modo riusciva a parlare, aveva ottenuto soltanto di essere buttata fuori di casa, pronta per l’inceneritore.

Eppure un tempo pochi avrebbero potuto permettersene una così lavorata, di un legno così pregiato.

Quattro generazioni si erano passate quella sedia e ora sembrava proprio che la sua esistenza fosse prossima alla fine.

Era sabato pomeriggio quando venne depositata li. Il camion sarebbe venuto a ritirare l’immondizia appena il lunedì mattina, intanto Osvaldo, l’ex proprietario, stava terminando il suo giro in città, aveva comprato diverse cose ed era soddisfatto. Mentre si accingeva ad aprire il portone vide la sedia che lui stesso aveva buttato, ma non se ne curò, e salì in casa.

L’appartamento era abbastanza grande se fossero stati almeno in tre, lui era solo quindi risultava grandissimo, al punto che per non sprecare calore, usava oltre al bagno e la cucina una sola stanza. Le altre le teneva chiuse a chiave da così tanto tempo che neppure ricordava che ci fosse dentro. Aveva ereditato quella casa molto tempo prima, la casa e tutto quello che conteneva.

Unico erede e ultimo.

Niente figli e anche niente moglie. Vedovo. Ma si era abituato, del resto sua moglie non se ne era andata dal giorno alla notte, aveva dovuto tribolare molto, troppo, al punto che lui non solo aveva avuto il tempo di prepararsi al trapasso, ma gli risultò, per quanto possibile, un sollievo.

Ma stiamo divagando.

Appoggiò le sporte della spesa sul tavolo, si levò la giacca e la lanciò in quello che era un gesto consolidato negli anni, senza neppure guardare, sulla sedia.

Mise la roba nel frigo e fece per andare in stanza quando vide la sua giacca a terra.

Possibile che dopo tanti anni avessi sbagliato ?” si chiese

Poi si ricordò che la sedia non c’era più, era stato lui a buttarla, brontolò qualcosa sulla sua scarsa memoria, raccolse la giacca, le diede qualche pacca per eliminare l’eventuale polvere, e si guardò attorno tenendola in mano. Quale sarebbe diventato il nuovo posto per la sua giacca quando rientrava in casa?

Farò come tutti” disse quasi convinto, dirigendosi verso l’attaccapanni.

Questo è il tuo posto, ora starai qui.” E così dicendo l’appese, ma non riuscì a fare due passi che la giacca ricadde a terra, tornò indietro e la sistemò meglio. Rimase fermo qualche secondo per vedere se teneva, poi se ne andò nella sua stanza.

Era stanco, il giro in città lo aveva stressato: troppa gente, troppi acquisti e le braccia gli dolevano. Si stese sul letto e chiuse gli occhi.

Dopo qualche minuto si appisolò.

Quando si svegliò, si diresse in cucina e si sedette a sbucciare delle patate.

La casa era immersa nel silenzio.

Quasi riusciva a sentire i battiti del suo cuore. Accese la Tv, ma quel vociare sempre litigioso dei politici lo infastidiva mentre il tono piatto dei film gli era ingombrante.

Non riusciva a concentrarsi, a pensare.

Non che avesse cose chissà che importanti su cui riflettere, ma gli piaceva ripassare i programmi per il giorno successivo, e ripensare alle cose fatte il giorno stesso, la compagnia della tv non andava bene.

Cenò nel silenzio.

Non si dava pace.

Perché quella casa era diventata così dannatamente silenziosa?

Possibile che la solitudine, alla quale aveva creduto di aver trovato rimedio, fosse riuscita a predominare nella sua vita da vedovo?

No. Lui fino a poco prima si sentiva bene, non aveva avuto nessuna avvisaglia di un cambio di umore, ne alcun motivo per sentirsi improvvisamente tanto solo.

Continuò a mangiare picchiettando sul piatto per rompere quel nulla. Riuscì a portare a termine la cena, ma era inquieto.

Passerà, ora vado a dormire e domani andrà meglio.” Si disse con poca convinzione.

Non faticò a prendere sonno e questo lo rilassò.

Il mattino dopo si sentiva sereno, al punto che decise che avrebbe fatto colazione al bar.

Si pulì e si fece la barba. Andò per prendere la giacca e la trovò per terra.

Sospirò, la raccolse e dopo averle dato due pacche la indossò e uscì.

Si sentiva bene. La sensazione era del tutto scomparsa.

Chiacchierò con un suo amico, salutò i passanti che conosceva di vista, insomma: era in grande forma.

Tornò a casa, buttò la giacca dove l’aveva buttata per anni, e ovviamente cadde a terra.

Scosse la testa, la raccolse e l’appese al solito attaccapanni.

Come il giorno precedente sistemò le cose nel frigorifero.

Riflettendo, faceva una vita molto ripetitiva ma chi non la fa? Certo, lui da anni non lavorava più, ma significava soltanto che aveva un’abitudine diversa dagli altri. Anche i lavoratori fanno una vita abitudinaria. Ogni giorno devono alzarsi e andare al lavoro, in un lavoro che magari disprezzano, ma fanno perché spesso non c’è alternativa. Quindi nessuno poteva accusarlo di essere ripetitivo o almeno non più di quasi tutti gli altri.

Quando fu ora di pranzo si sentiva ancora molto sereno, ma la sensazione di solitudine tornò appena si sedette per mangiare.

Di nuovo troppo silenzio.

Ma che diavoleria era mai questa.” Perché non poteva mangiare in pace senza avere addosso quella spiacevole sensazione?

Non si alzò neanche per accendere la Tv, aveva già provato e non serviva a placare quel disagio.

Poi passò, come il giorno prima, ma lui non era contento, questo malessere lo intimoriva, non voleva sopportare quel magone. Voleva essere sereno, ma da due giorni non ci riusciva, eppure c’era il sole fuori. Cosa c’era di nuovo che lo destabilizzava?

Aprì la finestra, si sentì mancare l’aria. Sotto, la strada era deserta.

Nessuno passava da quelle parti, era una stradina interna.

Pochi erano i rumori che venivano dalla strada. Si affacciò e vide arrivare il grosso camion della raccolta rifiuti, puntuale, come ogni lunedì, sorrise pensando alla loro vita ripetitiva. Due omoni scesero dal camion. Parlavano tra di loro. Nel silenzio, l’uomo, poteva sentire tranquillamente le loro voci. Rientrò in casa per non farsi vedere affacciato, spesso quella che è solo una richiesta di compagnia viene scambiata per curiosità pettegola. Rimase appena dietro alla finestra tanto per non farsi vedere ma potendo sfruttare la compagnia di quelle voci inaspettate.

Dai, ancora questi due cassonetti e poi possiamo andarcene a casa a pranzo. Quanto l’hanno riempito? Mi sa che i nostri colleghi non sono passati al turno precedente, non sono mai così pieni di solito”. Sentì dire uno dei due uomini mentre, faticosamente, spingeva assieme al suo collega il cassone dell’immondizia verso il camion che l’avrebbe agganciato e svuotato nelle sue viscere.

Se il comune si decidesse a togliere il parcheggio, potremmo entrare fin sotto con il camion senza doverlo lasciare così indietro e trascinare i bidoni a piedi”, continuò a brontolare.

L’altro non sembrava interessato alla conversazione, si limitava a grugnire spingendo il bottino.

L’uomo in casa ascoltava la conversazione, ma con più attenzione ascoltava il suo corpo per sentire se l’ansia stava allentando la morsa, non gli sembrava, o comunque, non in maniera percettibile.

I tonfi erano il segnale che il camion aveva svuotato il primo cassonetto, ora i due uomini sarebbero tornati per prendere il secondo, e poi anche quella poca compagnia sarebbe cessata.

Al pensiero sentì crescere l’ansia. Gli uomini avevano riportato il contenitore vuoto. Era ancora solo uno dei due uomini a parlare:

Son stanco, siamo anche leggermente in anticipo, dobbiamo comunque staccare alle 13, lascia che mi riposi un attimo”.

Nel silenzio improvviso, all’uomo in casa, giunse all’orecchio un suono famigliare che subito gli sciolse l’ansia che gli stringeva il petto.

Si affacciò, e vide che uno dei due spazzini era seduto sulla sedia che lui aveva buttato il sabato precedente.

Ora aveva capito cosa gli mancava in quei giorni. Scese le scale con la velocità che i suoi anni gli permettevano, ma prima si mise le scarpe perché in pantofole temeva di scivolare, perdendo così altro tempo prezioso.

Avrebbe dovuto chiamarli dalla finestra pensò, mentre gradino dopo gradino scendeva, ma la buona educazione dei tempi antichi gli impediva di farlo.

Quando arrivò giù, i due uomini avevano buttato la sedia dentro al cassone e stavano spingendo il tutto verso il camion.

Fermi” quasi gridò “per piacere, aspettate!” i due a metà strada tra l’uomo e il camion si voltarono. Lo videro venire con passo affaticato ma svelto verso di loro e si fermarono.

Buongiorno qualche problema?” chiese l’omone mentre con i guanti continuava a tenere il cassonetto.

La sedia” rispose trafelato appena ebbe un po’ di fiato, appoggiandosi le mani alle ginocchia.

I due operai si guardarono senza capirci molto.

Quale sedia?” chiese uno dei due. Solo in quel momento l’uomo si rese conto che non l’avevano con loro, mosse gli occhi attorno quasi terrorizzato.

Indicò con la mano il punto dove ora era rimasto un solo bottino e ripeté con lo sguardo perso:

La sedia”.

Al timore di averla persa per sempre, si rese conto di quanto per lui quel vecchio mobile fosse importante, e si pentì di averlo buttato.

L’operaio che tra i due era quello che non aveva mai parlato, sempre in silenzio, aprì il coperchio del cassonetto e infilandoci dentro una mano e con presa sicura tirò fuori la vecchia sedia, sulla quale, nel frattempo, si erano attaccate sopra delle bucce di mela.

Come la mise a terra la sedia subito cigolò.

Sinfonia per le orecchie dell’uomo che temeva di non riaverla più.

Si, si è questa!” disse felice come un bimbo al quale veniva restituito l’orsacchiotto.

Grazie, grazie” disse, mentre incurante del fatto che gli uomini indossassero i guanti sporchi da lavoro, stringeva loro la mano in segno di gratitudine.

L’uomo al colmo della felicità e con il cuore libero dall’ansia, se ne tornò verso casa, riversando alla sedia un profluvio di scuse per averla così stupidamente buttata, e dopo poco, scomparve nel portone, lasciandosi alle spalle qualche buccia di mela caduta dallo schienale.

I due operai, dopo essersi scambiati un segno per indicare che quell’uomo doveva essere un po’ svitato, finirono il loro giro, e tornati al camion, si diressero verso casa come erano abituati a fare da trent’anni a questa parte.

L’uomo appena chiusa la porta di casa, prese un panno e pulì il vecchio mobile da cima a fondo.

Poi la rimise al suo posto a capotavola, si sedette, e mentre la sedia cigolò di soddisfazione, lui le sussurrò in risposta: “Bentornata!”

Il racconto è contenuto nell’antologia ” Come Marylin Monroe” edito dalla Sensoinverso edizioni che ringraziamo.

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