Il giardino – Racconto di Sandra Pauletto edito da Sensoinverso Edizioni

il giardino

Il giardino

C’ era stato un tempo in cui quel giardino era curato, non come in quel momento.

L’ uomo lo guardava incredulo. Doveva essere passato davvero tanto tempo da allora.

Stavano succedendo cose strane in quella zona, diverse denunce erano arrivate alle Forze dell’Ordine, confermate dal vociare di chi aveva preferito non denunciare nulla e farsi i fatti propri.

Il sindaco convocò una riunione tra tutti i dipendenti addetti al verde pubblico, ma nessuno diede disponibilità per prendersi cura del giardino. Non li biasimava, tutti loro avevano famiglia, e li conosceva da troppi anni per permettersi che succedesse qualcosa.

“Farò prendere tutte le precauzioni, non succederà nulla, sono solo leggende” disse fra sé per farsi coraggio, cercando di scacciare un ricordo che si portava dietro da quando era bambino.

Fece tirar fuori dalla lista dei disoccupati senza titoli e senza famiglia una decina di nomi, e come fosse una roulette russa de: “Il cacciatore”, ne estrasse uno e consegnò il prescelto al suo impiegato affinché facesse il resto.

Ad un uomo quel giorno, di punto in bianco, squillò il telefono.

“Sappiamo che è disoccupato da tempo, si presenti all’ufficio 25, domani alle dieci. Ci son domande?”

Di domande ne avrebbe avute almeno mille, ma gli sembravano tutte sbagliate, balbettò qualcosa che lui stesso non capì, ma che dall’altra parte parvero apprezzare e con un: “Perfetto” si chiuse la comunicazione.

E così, si ritrovò con un lavoro fin troppo ben retribuito, se non fosse stato per le leggende poco rassicuranti che giravano attorno al luogo in cui avrebbe lavorato.

A sentire l’addetto comunale che l’aveva assunto, doveva solo tagliare le erbacce del “giardino”.

Non era richiesta nessuna qualità di botanico: “Lei prenda queste.” Gli aveva detto mettendogli in mano un grosso paio di cesoie, “vada lì e tagli. Più che può. Anche tutto, se riesce. Il suo orario di lavoro sarà dalle 7.00 alle 16.28, non si fermi oltre, semmai vada via qualche minuto prima. E’ importante, mi raccomando.”

Mai in tutta la sua vita di lavoratore qualcuno gli aveva detto: “Vada via qualche minuto prima”, semmai, c’era l’obbligo di fermarsi qualche ora in più, ovviamente a parità di salario.

E così quel giorno andò con l’intenzione di far piazza pulita di tutte le erbe infestanti.

Poteva vedere quel giardino già da lontano come una macchia verde e informe che bloccava l’orizzonte.

“Mi servirebbe un macete, altro che cesoie” pensò sospirando mentre percorreva il viale.

Più si avvicinava e più gli sembrava grande.

Erano le sei e mezza del mattino, il cielo chiaro prometteva una gran quantità di luce.

Quando arrivò davanti al cancello arrugginito e accostato, provò una strana sensazione di timore. Lo spinse sperando quasi che non si aprisse, ma contro ogni previsione e nonostante l’evidente ruggine, il cancello si spostò docile sotto la pressione dell’uomo, senza neanche permettersi di cigolare. Un brivido gli salì rapido su per la schiena.

Fece qualche passo avanti, addentrandosi: era immenso.

“Ci vorrebbero almeno dieci persone qui” valutò girando su se stesso.

Guardò l’orologio: 07.02.

“Diamoci dentro” disse senza troppa convinzione, e iniziò a tagliare qualche piccolo cespuglio.

Moriva l’erba senza fatica sotto le affilate lame delle forbici.

Dopo un inizio un po’ lento, quasi timoroso, l’uomo prese il ritmo, e con colpi sempre più decisi iniziò a farsi spazio nella folta vegetazione.

I cadaveri verdi giacevano ai suoi piedi come tanti soldati morti in battaglia.

L’uomo fischiettava il motivetto de: “Il Barbiere di Siviglia” mentre, senza porre nessuna attenzione a quanto stesse facendo, dava colpi di cesoia qua e là.

Erano quasi le 16.00, “Meglio prima che dopo si son raccomandati, e allora oggi, visto che ho lavorato tanto, me ne andrò, prima di un po’ prima.”

Aveva fatto un buon lavoro a giudicare dalla quantità di sterpaglia sparsa su terreno.

Appena a casa si fece una doccia bollente, spese qualche minuto per mangiare, prima di cadere in un sonno ristoratore. La sveglia lo sorprese mentre ancora stava sognando, ma fu felice di essere strappato via da quello che a breve sarebbe diventato un incubo. Si stava facendo la barba quando squillò il telefono.

Allarmato dall’ora insolita rispose:

“Buongiorno, sono l’addetto del Comune.”

L’uomo, ancora con la faccia piena di schiuma, sentì cadersi il mondo addosso “Dannazione, si sono accorti che sono andato via troppo presto ieri e ora mi toglieranno l’impiego.”

“Buongiorno” rispose cercando di mascherare il timore “C’è qualche problema?”

L’addetto rispose: “A dire il vero è quello che vorremmo sapere da Lei, abbiamo provato a chiamarLa ieri sera, ma non ha risposto.”

“Devo essermi addormentato profondamente” cercò di ridacchiare sollevato dalla motivazione della telefonata.

“Allora mi conferma che è tutto ok?”

Assolutamente” e la chiamata si chiuse con i saluti di rito.

La seconda giornata di lavoro procedeva senza intoppi.

Verso le dieci del mattino, mentre continuava a farsi spazio in quella natura apparentemente indomata, spostando una frasca, vide una panchina in pietra nascosta tra il fogliame. L’uomo si sfregò le mani:

“Proprio quello che mi serve, così potrò appoggiare le cose e far merenda in modo civile.”

Concentrò i suoi sforzi per liberare la panchina. Dopo quasi un’ora, era tornata ad essere agibile. Aveva fatto davvero un buon lavoro, tagliando anche i rampicanti che coprivano i piedi del sedile, riportando alla luce un’opera architettonica inquietante e originale: quattro braccia con mani robuste uscendo dal terreno sostenevano la pietra.

“Un vero artista deve averle scolpite, sarebbe stato davvero un peccato lasciarle nascoste nell’edera.”

L’uomo andò a prender le sue cose e si accomodò con un sospiro sulla panchina.

Era decisamente assorto, quando iniziò a sentire, portato dal sottile incedere del vento, un odore strano, sgradevole.

Masticò l’ultimo pezzo del panino e con un piccolo colpo di tosse si rimise al lavoro.

L’odore che prima era appena accennato, iniziava ad essere più forte. L’uomo si guardò più volte la suola delle scarpe, temendo di essere finito in qualche “ricordino”, anche se per dirla tutta quel genere di odore sarebbe stato profumo, al confronto.

“Mamma mia che puzza orrenda!”

Sentì che lo stomaco iniziava a soffrirne. Prese le sue cose e se ne andò. Erano le sedici, strabuzzò gli occhi, il tempo era volato.

Arrivato a casa si buttò subito sotto la doccia, quell’odore schifoso gli si era infilato fin sotto la pelle, almeno quella era la sua sensazione.

Fresco di doccia e con le braccia doloranti si preparò da mangiare, facendo ben attenzione stavolta all’eventuale trillo del telefono, che però non squillò.

Si svegliò nel cuore della notte. Non riusciva a respirare, non per un problema fisico, ma per la puzza, quella puzza.

Cercò di calmarsi, non aveva senso, eppure un conato di vomito gli esplose in bocca così velocemente che non riuscì a trattenerlo, imbrattando il letto. Spalancò la finestra in cerca d’aria. Quella esterna era puilta, leggera, respirabile. Si vestì rapidamente solo con l’indispensabile, e corse in strada. Dopo un po’ lo stomaco si calmò, e anche il suo respiro. I locali erano tutti chiusi tranne un negozio di Kebab. Entrò. Il gestore lo squadrò e si scambiò uno sguardo con il collega tenendosi pronti a buttarlo fuori al primo cenno di ubriachezza o squilibrio.

Un the. Per piacere.” – chiese con un filo di voce. I due uomini si rilassarono e gli prepararono quanto chiesto.

Si buttò su un tavolino vicino al bagno ingurgitando la bevanda bollente pronto a correre nel caso lo stomaco avesse protestato di nuovo, ma il liquido caldo calmò il fastidio restante.

Rimase lì, la presenza dei due uomini lo tranquillizzava. Il locale era quasi deserto, dopo un po’ il gestore turco lo chiamò avvisandolo che stavano per chiudere.

I fatti precedenti gli sembravano solo un brutto ricordo. Il cielo stava schiarendo, si diresse verso casa per darsi una sistemata e recarsi al lavoro. Aprì la porta con un leggero tremore nelle mani, ma entrando trovò solo freddo a causa della finestra spalancata; l’aria era pulita, appena acida nella stanza da letto dove le lenzuola necessitavano urgentemente di esser cambiate dopo l’incidente notturno. Senza pensarci troppo le tolse e le infilò in un sacco della spazzatura assieme alla maglietta che aveva addosso, si fece una doccia e ripartì verso la giungla non troppo convinto, appoggiò le cose sulla panchina e si mise al lavoro. Il tappeto di foglie tagliate ai suoi piedi era ormai notevole. Nnonostante cercasse di non fermarsi, la notte movimentata e quasi in bianco iniziava a chiedere il suo tributo. Era stanco, mortalmente stanco. “Sono appena le due del pomeriggio, non posso certo andarmene, mi siedo un po’, devo riposarmi, e poi ricomincio.” Per timore di addormentarsi mise la sveglia sul telefonino. L’appoggiò vicino a sé e si sistemò sulla panchina. Per quanto non fosse delle più comode, sentì calare su di sé l’oblio del sonno. Tranquillo del fatto che da lì a un’ora avrebbe suonato la sveglia, lasciò che il sonno che prepotente lo avvolgeva facesse il suo dovere e lo portasse con sé nel mondo di Morfeo permettendo al corpo di riposare un po’.

Dormiva così forte che non si accorse dell’arrivo di due ragazzi che ridacchiando si avvicinarono a lui, gli rubarono il cellulare e se la diedero a gambe. L’uomo continuava a dormire, il troppo sonno arretrato non gli avrebbe permesso di svegliarsi in un tempo breve. L’aria iniziò a cambiare, il sole iniziava la sua lenta discesa verso il tramonto. Le ombre si allungavano nel giardino mentre i rari uccelli sui rami volavano via o smettevano di cantare. L’uomo, sempre addormentato si agitò sulla panchina, un guizzo improvviso, un sonno divenuto improvvisamente agitato con il diminuire della luce. Il vento si intensificò facendo schiantare un ramo. L’uomo spalancò gli occhi. D’istinto si mise seduto appoggiando i piedi a terra. Il terreno sembrava improvvisamente molliccio. Guardò la panchina cercando il cellulare ma non lo vide. Imprecò immaginando la sola cosa che poteva esser successa. “Ladri!” disse fra i denti “Non si può proprio mai star tranquilli.” Stava quasi per rilassarsi in uno sbadiglio, quando colto da un’ondata di panico, guardò al polso che ora fosse: 16:45.

Sorrise. “Sono vivo e non ci sono mostri né fantasmi attorno, cosa non si inventano quelli del Comune pur di non pagarti gli straordinari!” disse quasi divertito, anche se dentro di lui avrebbe voluto fuggire a gambe levate, ma per dimostrare a se stesso che non aveva paura delle superstizioni, mosse con relativa calma. La luce al tramonto dava a tutto un aspetto sanguigno. Si alzò in piedi. Sentì un leggero smottamento. Il terreno era più morbido di quanto non gli fosse già sembrato quando si era limitato ad appoggiare i piedi a terra. Sollevò una scarpa per vedere ma filamenti rossi e appiccicosi la tenevano ancorata al terreno. Si ricordò quando da piccolo giocava a far filare la colla, ma non lo trovò affatto divertente “Ho capito che mi son fermato troppo a lungo, ora me ne vado, stai calmo.” disse come stesse parlando al giardino stesso.

Facendo una fatica incredibile ed aiutandosi addirittura con le mani per sollevarsi le gambe e muovere i passi, riusciva appena appena a spostarsi. Le foglie che l’uomo nei giorni aveva tagliato ribollivano di sangue. La terra iniziò a risalire il fetore che l’uomo ben conosceva. Ora aveva davvero paura: “Devo andarmene da qui.” diceva mentre con tutte le sue forze continuava millimetricamente a spostarsi verso l’uscita. Fuori il mondo scorreva normalmente, addirittura di tanto in tanto passava qualche macchina. “Aiuto” iniziò a gridare “Qualcuno mi aiuti.” Ma le auto non si fermavano. La puzza di sangue decomposto era ormai insostenibile e iniziava a sentire il ronzare dei primi insetti emofagi arrivare da più punti. Tutti si posavano a terra e si nutrivano. L’uomo era troppo stanco, e l’uscita sembrava non arrivare mai. Chiuse gli occhi per riprendere le forze, e riaprendoli vide un vecchio accompagnato da un cane vecchio come o più di lui. “Aiuto, la prego, mi aiuti” disse con quanto fiato aveva in gola sputando le mosche che gli entravano nella bocca. L’uomo lo guardava ma restò immobile. L’operaio del giardino si sbracciava per attirare la sua attenzione. Il cane abbaiò più di paura che di allarme. “C’è qualcuno lì dentro?” chiese il vecchio. L’uomo prigioniero cominciò ad urlare con quanto fiato aveva in corpo. “Sì, la prego, mi aiuti, mi tiri il guinzaglio del cane e lo ancori ad un palo, potrei riuscire a venirne fuori.” Il vecchio non capiva bene quello che stava succedendo, non vedeva nessuno lì dentro, ma sua nonna per spaventarlo da piccolo gli aveva raccontato un sacco di cose strane su quel posto e ora vista la sua età era più curioso che spaventato per l’eventuale morte.

” Buck, ora ti slaccio, tu accucciati qui e non muoverti qualunque cosa accada, se le cose si mettono male scappa e va a casa. Lì il signor Eugenio saprà prendersi cura di te.” Il cane si accucciò e rimase lì mentre il vecchio ancorava da un lato il guinzaglio di quelli a prolunga. “Che Dio la benedica, che Dio la benedica” ripeteva l’uomo dentro al giardino”Non la vedo” disse il vecchio,” spero di tirare nel posto giusto.” “Aspetti” gridò l’uomo “mi dica cosa riesce a vedere che le dò le indicazioni.” “Vedo alberi, erba, e vedo mi pare sia una panchina, è buio ma sembra una panchina” “Sì!” urlò l’uomo fuori di sé dalla gioia “Io sono appena qualche passo più avanti.”

“Aveva ragione mia nonna” bofonchiò “Questo luogo è davvero stregato! Io mica la vedo!”

“Si fidi di me” continuò l’uomo nel giardino, se vede la panchina è perfetto, io son proprio lì. Crede di riuscire a tirare fino a quaggiù?”

“Non è lontanissimo, il guinzaglio è lungo, se le braccia non mi tradiscono non dovrei aver problemi.”

“Sono nelle sue mani. Faccia un miracolo la prego.”

Il vecchio fece roteare in aria un guinzaglio come fosse un cow-boy, e presa velocità lo lasciò. Il pezzo del guinzaglio arrivò più o meno alla portata dell’uomo, che si buttò in ginocchio per prenderlo. “L’ho preso” disse al colmo della felicità. Agguantò il guinzaglio con due mani, riuscì ad alzarsi in piedi, trascinandosi fuori da quella specie di sabbie mobili insanguinate. Era riuscito a fare qualche passo verso la salvezza, quando una forza sconosciuta gli strappò il guinzaglio di mano, la terra iniziò a tremare forte. L’uomo ricadde sulle ginocchia. Il vecchio fuori sembrava di non accorgersi di nulla.

“Come va figliolo? Continuo a non vederti, ma sentivo la tua voce più vicina.”

Dentro il giardino intanto stava avvenendo l’incredibile. Le mani di pietra, che reggevano la panchina, si erano animate impossessandosi del guinzaglio. Un essere mostruoso stava uscendo dal terreno. Il suo viso brulicava di vermi e di brandelli di terra mista a carne che cadeva sul terreno. L’operaio perse i sensi per la puzza enorme e per la visione impossibile da sostenere. Il morto uscì completamente dal terreno, e man mano che si avvicinava all’uscita il suo corpo rapidissimamente si ricostruiva come se il processo di decomposizione stesse avvenendo in senso inverso. L’operaio invece rimasto a terra privo di sensi veniva fagocitato dal terreno senza lasciare traccia. La creatura apparentemente ormai uomo uscì dal giardino abbracciando il vecchio e ringraziandolo. Il cane ringhiò forte ma bastò uno sguardo della creatura per fargli abbassare la coda e guaire dallo spavento.

“Sono contento di essere riuscito a salvarla” disse il vecchio “Mia nonna raccontava un sacco di cose su questo giardino e mi sa che aveva ragione. Ora ragazzo si faccia una bella dormita e soprattutto un bel bagno, scusa se te lo dico, ma puzzi da far schifo.” Il similuomo ringraziò ancora il vecchio, e se ne andò, sicuro ma senza una meta. Tracce di sangue lasciavano le sue impronte e il suo passo era incerto. Se ne andò mentre il buio calava ancora, e alle sue spalle come per magia, o una maledizione, l’erba ricominciò a crescere rigogliosa e forte, come se nessuno al mondo l’avesse mai tagliata.

Racconto inserito nell’antologia Un penny dall’inferno edito da Sensoinverso Edizioni disponibile in tutte le librerie on line o sul sito della casa editrice: www.edizionisensoinverso.it/

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