Downfall Of Gaia – Atrophy – Un altro grande capolavoro.

Downfall Of Gaia – Atrophy

 downfall-of-gaia-atrophy-2016

 

Anno: 2016

Provenienza: Germania

Genere: black metal atmosferico/ post black metal

Membri: Anton Lisovoj – basso e voce, Dominik Goncalves Dos Reis – chitarra e voce, Micahel Kadnar – batteria, Marco Mazzola – chitarra

Casa discografica: Metal Blade Records

 

  1. Brood
  2. Woe
  3. Ephemerol
  4. Ephemerol II
  5. Atrophy
  6. Petrichor

 

Il fenomeno del black metal, come molti sanno, prese forma da quel magma di malvagità e occultismo urlato e vomitato da gruppi seminali come Bathory. Questa esasperazione dello speedthrash, sul finire degli anni ’80 e nei primi anni ’90, arrivò a contagiare orde di menti deviate che fecero compiere un ulteriore passo avanti al metal estremo. E’ così che in Norvegia Mayhem, Burzum, Darkthrone e Immortal guidarono l’ondata black metal più consistente e definita fino a quel momento. Il genere aveva trovato un canovaccio, un suono tipico, una glaciale tormenta di fulmini assordanti. Il verbo del male presto si diffuse in altre parti del Mondo: Marduk, Beherit, Blasphemy, Denial Of God, Mystifier, Samael, Mortuary Drape, Von ecc..

La sfornata successiva vide la nascita di qualcosa di più articolato e trasversale. I texani Absu forgiarono qualcosa a metà strada fra black, death e thrash, condito con atmosfere epiche e mitologiche; i Dissection aumentarono la melodia al fine di comporre vere e proprie architetture intricate di raffinato black metal; altri proseguirono la strada su binari non dissimili come Carpathian Forest, Dark Funeral, Satyricon e Nifelheim.

Il passo evolutivo più radicale però doveva ancora arrivare. I Dimmu Borgir inventarono appunto il black metal sinfonico, usando un approccio così radicale che in definitiva snaturò il genere stesso. Ulver e Borknagar vennero travolti così tanto dalle bufere di neve che sfociarono nell’ambient, con la complicità degli sviluppi artistici di Burzum. Non solo, abbandonarono del tutto le origini per proporre una miscela progressiva, elettronica e folk totalmente avanguardistica. Insomma, le vie del black metal sono infinite. Che strano, proprio come quelle del Signore…

Arrivando ai giorni nostri si può dire che le grandi atmosfere dilatate e contemplative abbiano preso il sopravvento (vedi i grandiosi Nocternity dalla Grecia), a meno che non si decida di fondere il suono primigenio con l’irruenza del crust o dell’hardcore (vedi canadesi Iskra). Dopo questo ampio “pistolotto introduttivo”, veniamo a noi dicendo che i Downfall Of Gaia hanno tracciato un percorso unico, (anche se già qualcuno inizia ad accodarsi), nell’Universo del black metal. Per chi non li conoscesse, questi tedeschi, in attività dal 2008, hanno rilasciato 4 dischi  uno più bello dell’altro. Definire quello che fanno in una sola parola è impossibile, esprimerlo con una sola emozione è altrettanto arduo. Fatto sta che i nostri hanno trovato il modo di riproporre qualcosa di estremamente classico con una veste tutta nuova, che va a pescare da epoche diverse, da passati più o meno recenti. Il gelo dei tradizionali riff minimali ossessivamente ripetuti a velocità siderale si va a sposare con sonorità sporche e più muscolari, figlie del post metal e del post hardcore. L’intensità del lavoro di batteria, talvolta imprevedibile, così come l’impetuosità delle chitarre, pesantissime e assordanti, dimostra di aver appreso benissimo dal neo crust dei Tragedy e da tutta quella progenie imbastardita e trasversale che sa’ coniugare inspiegabilmente il frutto di un elitarismo duro e puro come il black metal, con un sentimento da circuito anarchico e “fai da te” molto hardcore. In una parola: un miracolo. Un miracolo capace di trasmettere emozioni, dal sapore antico, ma con un occhio rivolto sicuramente al presente. Un’opera che non può scontentare l’ascoltatore più fine ed esigente.

E così Atrophy si apre con un grande pezzo, Brood. Questo pezzo, classicamente Downfall Of Gaia, si diffonde nell’ambiente circostante con furia spettrale, come scariche di black metal che attraversano una foresta d’inverno, producendo un eco inquietante. Il particolare che salta subito all’orecchio è l’unica grande novità di Atrophy: una produzione più grezza e un approccio leggermente più black metal del solito. La mortifera Woe è un limpido esempio del talento dei ragazzi di Amburgo. Sotto una bufera di chitarra si agita il solito eccellente tappeto di batteria, prima inarrestabile, poi insolito e studiato nel minimo dettaglio. Poi l’apoteosi: le trame di chitarra si liberano in riff suggestivi, che da anni permettono ai Downfall Of Gaia di essere fieri di ciò che fanno, fino a costituire un vero e proprio ponte tra l’occulto mondo black metal e quello tetro ed alienato del post metal e del crust. Il crescendo strumentale alla fine evoca un climax emozionante che stavolta, insolitamente non si libera ma svanisce nel nulla, come un taglio netto con tutto.

Con Ephemerol aprono a sonorità quasi new wave dark ’80 in un intro arpeggiato che promette solo devastazione. Di lì a poco infatti si scatena una rincorsa crust infarcita di doppio pedale e disperazione. Strutturatissima, la trama si apre in lancinanti sferragliate mai così emozionanti, maneggiate con una sensibilità commuovente. La batteria fa’ il bello e il cattivo tempo, prima con minimalismo accompagna stentorea, poi stupisce con tempi storti di grande fattura. Conclusione impetuosa da pelle d’oca. Questo capolavoro prosegue nella sfumatura di arpeggi incrociati nella breve Ephemerol II. Le lunghe composizioni della produzione tutta dei Downfall Of Gaia fa’ capire che i nostri non vanno di fretta, vogliono prendersi tutto il tempo necessario per avvolgere l’ascoltatore in una fitta coltre di nebbia umida e trasportarlo con la mente in un viaggio a metà fra il nichilismo e la riconciliazione con se stesso. Parlando di struttura ogni loro lavoro ha un’architettura da opera lirica. La traccia che da’ il titolo al disco è un’altra gemma magistralmente composta tra parti veloci e rallentamenti, accompagnata da una batteria potentissima ed instancabile. Scavando ancora di più negli attacchi più ignoranti e tradizionali i tedeschi tirano fuori un acuto di chitarra solitaria che irrompe dal cielo come un tuono aprendo la strada ad una sgomitata black metal. Questo è Petrichor, una sfuriata irrazionale e devastante che si chiude con un pianoforte cupo e drammatico inaspettato.

Ancora una volta i Downfall Of Gaia tirano fuori un capolavoro che mette in luce la loro abilità, il loro gusto e la loro sensibilità; e questo per un gruppo così è tutto dire. Il metallo nero, nelle mani e nelle menti di ragazzi coraggiosi, ha trovato una nuova identità, capace di lacerare l’anima con i suoi dolorosi fischi di chitarra.

Voto: 10

Zanini Marco

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