Alien: Covenant – Recensione film

Alien: Covenant

 

Anno: 2017

Titolo originale: Alien: Covenant

Paese di produzione: USA

Genere: fantascienza, orrore

Regia: Ridley Scott

Produttore: Ridley Scott, Mark Huffam, Michael Schaefer, David Giler, Walter Hill

Cast: Michael Fassbender, Katherine Waterston, Billy Crudup, Danny McBride, Demiàn Bichir, Carmen Ejogo, Amy Seimetz, Jussie Smollett, Callie Hernandez, Nathaniel Dean, Alexander England, Benjamin Rigby

 

Peter Weyland è in un’asettica stanza bianca con un androide che ha appena creato. Si autonomina David. Riflettendo sulla perfezione dell’essere a cui ha appena dato vita, Weyland esprime la ferrea volontà di scoprire chi ha creato l’uomo. Nel 2104 la Covenant attraversa lo spazio in cerca del pianeta Origae – 6, futura casa del genere umano. E’ una missione di colonizzazione composta da 2.000 persone in criosonno più qualche embrione. Ad un certo punto un’esplosione stellare danneggia la Covenant, causa la morte di 47 coloni e costringe quindi l’equipaggio a svegliarsi. Durante le riparazioni, viene intercettata una trasmissione radio. Si scopre provenire da un pianeta molto più vicino di Origae – 6, che sembra averne le stesse caratteristiche. Un po’ per curiosità, un po’ per la stanchezza, l’equipaggio decide di indagare, nonostante qualcuno non sia d’accordo. Il luogo sembra effettivamente adatto alla vita e disabitato, ma poco dopo lo sbarco due membri della scialuppa si sentono male. E’ l’inizio di un incubo che svelerà cosa c’è realmente su quel pianeta.

Considerati gli ultimi istanti di Prometheus, sarebbe stato logico aspettarsi un proseguimento dell’esplorazione spaziale degli unici superstiti Dr. Elizabeth Shaw e David. Ridley Scott invece decide di lasciare questo sviluppo sullo sfondo facendogli fare per giunta una brutta fine, preferendogli una nuova astronave venuta dalla Terra, con un nuovo gruppo di persone ed una nuova missione da compiere. Un inizio già di per se poco originale, che ha come aggravante l’avvalersi di un cast piuttosto anonimo, eccetto il sempre bravo Fassbender. Katherine Waterston (Daniels) non regge il confronto con Noomi Rapace (Elizabeth Shaw) e figuriamoci con Sigourney Weaver (Ellen Ripley). Prometheus inoltre poteva vantare un paio di personaggi interessanti, come il Capitano Janek (Idris Elba) e Meredith Vikers (Charlize Theron). Alien: Covenant no.

Quella brutta faccia dello xenomorfo.

La verità è che, arrivati sul pianeta misterioso, l’inizio dell’incubo non è tanto per i personaggi ma più che altro per lo spettatore. E non sto parlando di incubi dovuti alle sequenze terrificanti del film, ma di elucubrazioni mentali inevitabili sull’operato di Ridley Scott. Questo perché nel suo ultimo lavoro funziona poco e niente. Convenuto che ci troviamo di fronte ad un approfondimento della materia creazionista inaugurata in precedenza, si riconoscono degli appesantimenti concettuali che stridono con tutto ciò che si è visto prima, partendo dal 1979 ad oggi. E’ ambizione quando si parla di un androide, esistente per eseguire ordini e proteggere gli essere umani, che rivendica anch’esso la facoltà di poter creare qualcosa e con questo pretesto diventa artefice di un male incurabile. Diventa pretenzioso quando si ricorre di continuo all’arte classica, alla musica o alla letteratura. Per non parlare della biblicità in cui Ridley Scott sembra essere incappato ultimamente. Tutto questo si traduce in sequenze che, non solo esulano totalmente da Alien, ma in più annoiano e non destano grande interesse. Il ricorso alla religiosità inoltre, non solo stona, ma è distribuito in maniera inconsistente nelle mani del capitano della Covenant. Non che mettere in scena un santone sarebbe stato meglio, ma a questo punto se ne poteva anche fare a meno. Alien: Covenant fondamentalmente è un recipiente di cose di cui si poteva fare a meno. Come i dialoghi, che considerata la qualità, si potevano elidere; le interpretazioni, mediocri, che valeva la pena sostituire con dei siparietti alieni.

Particolare ancora più sorprendente la scarsa qualità delle scene d’azione, qui più numerose che in altre occasioni. E’ impressione nitida che i troppi effetti speciali e il costo elevato non giovino molto al regista, che avendo tra le mani i mezzi necessari per mettere in scena tutto ciò che si può immaginare, dimentica quel gusto formidabile nel preservare il mistero di Alien. La creatura terrificante si vedeva appena, celata nel buio di un condotto o parzialmente illuminata da una luce intermittente. Ora dell’alieno non ci sono più segreti, si vede tutto e anche troppo, acciaccato da inquadrature e tagli senza ispirazione ma funzionali solo al dinamismo. Effetti digitali che, spiace dirlo, ma non valgono un’oncia del costume utilizzato quasi cinquant’anni fa. Epoca in cui ogni silenzio e lenta successione di immagini terrorizzanti creavano un ritmo paradossalmente al cardiopalma, cosa che Alien: Covenant non vuole avere. Un paragone a cui è costretto sottoporsi visto che strutturalmente ne plagia quasi ogni passaggio. Gli xenomorfi sono due, più qualche altra bestiaccia raccapricciante che logicamente fuoriescono dai corpi umani con impeto sprezzante. Mai avrei immaginato di potermi stancare di questi attimi di inaudita violenza, ma è così. Già, perché di nuovo non c’è niente e il continuo ripetersi, meccanico e privo di quell’attenzione leggendaria, toglie sapore a tutto. Quasi non ci si spaventa più, a parte nel finale adeguatamente angosciante. Ridley Scott dopo aver dimostrato, nel bene e nel male, di essere un regista capace, ora sembra proprio aver smarrito la rotta nello spazio.

Zanini Marco

I commenti sono chiusi.