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Un bar di periferia. Racconto di Sandra Pauletto

Un bar di periferia.

Poca gente, sempre la stessa. Sempre le stesse facce, sempre gli stessi discorsi.

E sempre io, dietro al bancone.

La settimana si divide in: chi e perché ha perso la partita (dal lunedì al mercoledì) e chi vincerà la partita (dal giovedì alla domenica).

Certe volte mi domando se in città le cose sono diverse, se la vita, il mondo, riesce a guardare al di là del pallone.

Io mi alzo presto, apro alle sei, anche se prima delle otto non arriva nessuno. Ho due ore di tempo per me.

Per illudermi che il giorno sarà diverso, per guardar fuori senza voci attorno, per leggere il giornale.

Dovrei smetterla di farlo. Se la mia periferia è triste e monotona, da quello che leggo, il mondo fa schifo.

A volte ho la sensazione che così come l’intonaco che vedo alle pareti si crepa e ingiallisce per il tempo che passa, così il mondo peggiora e si sfalda.

Sarà colpa dell’inquinamento, sarà colpa della tecnologia, ma colpa di qualcuno dev’essere, è sempre colpa di qualcuno, possibilmente di qualcun altro.

Del resto che colpe possono avere quattro poveri diavoli che passano il loro tempo in questo piccolo bar?

Potrebbero in qualche modo influire sulle sorti del pianeta, loro che non sono in grado neanche di non pisciarsi sulle scarpe?

Non lo dico per offenderli sia chiaro. Sono così: distratti, vacui diciamo.

Una volta ho provato a farlo notare, ma come risposta ho ricevuto un’alzata di spalle e un “si asciugheranno”.

Ho rinunciato.

Li osservo come animali rari, anche se rari non sono, anzi sono un’ottima rappresentanza del meglio che in questo buco si riesca a trovare. Mancanza di stimoli? O semplice gusto dell’accontentarsi?

Vivono un po’ come se niente potesse scalfirli, niente li riguardasse, a parte il calcio ovviamente.

Ci son giorni che vorrei rimanere a letto e non alzarmi, altri che nel cuore della notte vorrei prendere il primo treno per andarmene, ma avrei dovuto farlo tempo fa, troppo tempo fa. Ora quel treno è passato portandosi dietro pure le rotaie.

Comunque sono affezionato a questo schifo di posto. E’ uno schifo familiare.

Se me ne andassi ci sarebbe lo stesso schifo, con la sola differenza del panorama.

Tutto il mondo è paese dicono i saggi, e credo sia la verità. Piccoli microcosmi chiusi in se stessi ognuno con il proprio schifo.

Il solo modo per sopravvivere è omologarsi. Guardare come guardano gli altri e convincersi che se loro sono felici così lo potrai essere anche tu, e che tutto lo schifo che ti circonda non fa poi così schifo. C’è di peggio. Sicuro, sempre. C’è sempre di peggio.

Bombe, guerre, attentati.

Io sono fortunato, la sola cosa che può scoppiare qui è una lampadina del bar, che più di un “puff” non fa, e quando succede non se ne accorge nessuno. Tranne me. Io mi accorgo di tutto, di ogni piccolo dettaglio. Vedo cose che gli altri non notano, e non sto parlando dei super poteri degli eroi dei fumetti, considerando che la miopia mi compagna fin da ragazzino, ma solo di attenzione per le cose. Qui la gente guarda ma non vede, io vedo anche se non guardo. Mi sforzo di non vedere, di non accorgermi, ma non ne sono capace. Sarà per questo che mi sento perennemente fuori luogo, diverso, incompreso perfino da me stesso?

Il bancone del bar segna la linea di demarcazione, io di qua loro di là.

C’è sempre stata una linea che mi separava dagli altri, anche quando avrei fatto di tutto perché non ci fosse.

E più passa il tempo più questa differenza la noto, e mi pesa.

“Sei fortunato” dice qualcuno, “è bello avere la tua sensibilità”.

Non ne sono sicuro, non ne sono affatto sicuro.

Vi siete mai trovati assieme a tanta gente dove tutti ridono per una battuta che a te non fa ridere neanche se ti sforzi? A me capita sempre. In tutto. E quando, appunto, la cosa non si limita all’ironia, inizi a farti delle domande: “Possibile che siano tutti scemi e tu il solo furbo? Perché non potrebbe essere il contrario?”

La cosa appare molto più probabile. Inadeguato, fuori luogo o semplicemente diverso. Decisamente diverso, quasi di un altro pianeta.

Ma gli altri non mi vedono poi così alieno, mi trovano bizzarro, riservato, scontroso a volte, ma normale. Forse hanno pena di me, come io ne ho di loro.

Sorrido al primo cliente della giornata che entra portandomi via dai miei pensieri.

“Mi fai un caffè? Vado un attimo in bagno” mi dice mentre lo vedo sparire dietro la porta.

Giusto il tempo di preparare la prima tazzina di caffè bollente e profumato che Mario esce, prende il caffè, e va a sedersi al tavolino di fronte al bancone.

“Hai visto la partita ieri sera?” mi dice mentre butta lo sguardo in giro.

“Cerchi questo?” gli rispondo allungandogli il giornale sportivo.

Me lo prende di mano e si siede al tavolo sorridendo rilassato e accavalla le gambe.

Gli sbircio le scarpe: bagnate.

Sorrido anch’io. Dopo la lunga riflessione di questa mattina credo di aver capito tutto è solo una questione di punti di vista, di legittime opinioni. Nessuno ha torto, nessuno ha ragione. Tanto vale rilassarsi un attimo, pisciarsi sulle scarpe come fosse la cosa più normale del mondo e ridere, ridere più che si può. Con la consapevolezza che per quanto puoi pisciarci sopra prima o poi le scarpe si asciugheranno

periferia

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