Suspiria (2018) – Tanti buoni propositi ma la sceneggiatura è confusa.

Suspiria (2018)

Anno: 2018

Titolo originale: Suspiria

Paese di produzione: Italia, USA

Genere: orrore

Regia: Luca Guadagnino

Produttore: Luca Guadagnino, David Kajganich, Francesco Melzi d’Eril, Marco Morabito, Gabriele Moratti, William Sherak, Silvia Venturini, Fendi, Bradley J. Fischer

Cast: Dakota Johnson, Tilda Swinton, Chloë Grace Moretz, Mia Goth, Vanda Capriolo, Jessica Harper, Lutz Ebersdorf, Sylvie Testud, Ingrid Caven, Renée Soutendijk, Angela Winkler, Elena Fokina, Fabrizia Sacchi, Christine Leboutte, Marjolaine Uscotti, Alek Wek, Malgosia Bela, Brigitte Cuvelier, Clémentine Houdart, Vincenza Modica

Susie Bannion, nel 1977, lascia l’Ohio e si reca a Berlino per entrare nella famosa scuola di ballo Markos Tanz Company. Susie si esibisce per la prima volta da sola e il suo talento attira subito l’attenzione delle insegnati. Non c’è dubbio: Susie deve entrare a far parte del corpo di ballo e dovrà essere la figura principale dello spettacolo chiamato Volk. Qui incontra la coreografa Madame Blanc, la cui importanza all’interno della compagnia pesa anche sull’eterna rivalità con la direttrice Helena Markos, figura che continua a rimanere segreta agli occhi delle allieve. Nel frattempo la vicenda si sposta sulla figura del Dottor Jozef Klemperer, psicoterapeuta di Patricia Hingle, ragazza che ha frequentato la Markos Tanz Company ma ora scomparsa, presumibilmente per entrare nella RAF. In realtà Patricia aveva confessato a Klemperer di aver scoperto che nella scuola trama una congrega di streghe e che la guida della setta, Helena Markos, ormai in fin di vita, vuole trasferire l’entità maligna Mater Suspiriorum che alberga in lei, nel corpo di una ragazza. Dov’è finita in realtà Patricia? Chi si nasconde dietro il volto di Helena Markos veramente? Chi sarà la ragazza che dovrà ospitare una delle Tre Madri, esistenti prima di tutto, dentro di sé?

Fase del ballo Volk. Al centro Dakota Johnson (Susie Bannion).

Finalmente Guadagnino realizza il desiderio, mai nascosto, di ri esplorare il film di Dario Argento che lo impressionò. Di quel Suspiria il regista è stato capace di evocarne l’aura oscura e a tratti le dimensioni spaziali; tuttavia il suo adattamento ha una certa ambizione e differisce parecchio dall’originale. Se Dario Argento si era preoccupato di trasmettere inquietudine attraverso le architetture “barocche” e sfaccettate riempiendole di colori saturi e sgargianti, qui dominano i chiaro scuri di una Berlino falcidiata da pioggia e neve e gli ambienti sono perennemente inondati dai lividi colori di una luce fioca quasi noir. Ho detto che solo “a tratti” sono state evocate le “dimensioni spaziali” del vecchio film perchè dovrete dimenticare quel fantastico fraseggio agorafobico di Argento in Königsplatz, dove il pianista cieco Daniel veniva sbranato dal proprio cane. Non troverete niente di questo genere, ma si può dire che per l’intrico degli interni, corridoi, sale e quant’altro, Guadagnino ha saputo recuperare certe atmosfere. Ha voluto pure dimostrarsi al passo coi tempi, proponendo i sogni delle streghe attraverso tensivi montaggi che riescono a spaventare, pur rappresentando ormai qualcosa di poco originale. La buona fattura c’è comunque: inquadrature giuste, un gusto ed un’attenzione all’emotività dei personaggi che sembra voler spostare la vicenda sui territori del cinema d’autore e, fiore all’occhiello dell’opera, una contestualizzazione storica inedita. A fare da sfondo all’intreccio stregonesco gli attentati della Banda Baader – Meinhof nell’Autunno tedesco. L’approccio è coraggioso e sembra voler alzare l’asticella quindi. Ma se c’è un elemento davvero riuscito nell’approccio di Guadagnino è la volontà di muoversi verso la tematica pagana usando la danza, in questo caso violenta ed evocativa. Perchè di danza ce n’è tanta in questo Suspiria e, grazie a lunghe sequenze senza dialoghi, riesce a comunicare una sorta di stato di trance perfetto per trasmettere l’idea della congiunzione con qualcosa che esula dalla realtà, e abbraccia l’infinità dell’inconoscibile come un vero e proprio rituale.

Fin da subito infatti sono i passi di Volk a costituire il tramite con cui si assiste alle scene più cruente ed impressionanti, tra cui sicuramente spicca la prima, dove una ballerina si contorce all’inverosimile. Voi direte: caspita ma allora Guadagnino ha proprio fatto centro! Vi dirò che per lunga parte del primo tempo si ha la sensazione che si, il regista palermitano abbia compiuto un’interessante e caparbia rilettura. Peccato che il film duri due ore e quaranta minuti e ci sia ancora il secondo tempo da affrontare, fase che riesce a mettere in dubbio ampiamente una sceneggiatura che pare mal assemblata e priva di fluidità. Sono molti infatti gli svincoli della trama che vengono lasciati solamente sottendere al pubblico, che più volte osserva lo schermo con aria interrogativa. Il rischio quando c’è molta carne al fuoco in fin dei conti è questo. Soprattutto è un pericolo in cui si può incorrere quando, con una durata del genere, non si riesce ad ottimizzare a dovere il tempo a disposizione per articolare in maniere cosciente gli elementi utilizzati. E’ così che il filo intrapreso con gli attentati svanisce nel nulla, come d’altronde alcuni personaggi che non si capisce bene che attinenza rilevante abbiano nel contesto. E fidatevi che la trama si impegna fino alla fine a destare dubbi, incongruenze ed incoerenze. A questo poi si va ad aggiungere una recitazione disomogenea, che va dagli immotivati toni altisonanti, all’inconsistente mediocrità.

In più ciò che di buono gli effetti visivi artigianali avevano fatto all’inizio, viene macchiato da una sequenza finale interminabile, al limite del ridicolo e inzuppata di CGI, terribile persino per il gusto della casa cinematografica Asylum (quella di Mega Piranha per intenderci). Così lentamente, dall’alto delle sue grandi ambizioni, il tentativo di Guadagnino si smonta e al netto di quello che si vede risulta molto più confuso e riuscito a metà rispetto al più semplice ma efficace e consapevole ottimo lavoro di Dario Argento.

Marco Zanini

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