Snowpiercer – Lotta di classe ad alta tensione sul treno eterno.

Snowpiercer

Anno: 2013

Titolo originale: 설국열차 – Seolgug – Yeolcha

Paese di produzione: Corea del Sud, USA, Francia

Genere: fantascienza, drammatico, azione

Regia: Bong Joon – ho

Produttore: Park Chan – wook, Jeong Tae – sung, Lee Tae – hun, Steven Nam

Cast: Chris Evans, Song Kang – ho, Go Ah – sung, John Hurt, Ed Harris, Jamie Bell, Octavia Spencer, Ewen Bremner, Luke Pasqualino, Tilda Swinton, Emma Levie, Steve Park, Vlad Ivanov, Adnan Haskovic, Alison Pill, Tòmas Lemarquis, Paul Lazar, Clak Middleton


Nel 2031 il pianeta Terra è ricoperto dai ghiacci. Il genere umano è quasi del tutto estinto, ma su un treno chiamato Snowpiercer viaggiano gli ultimi superstiti. L’ordine delle carrozze non è casuale. Dall’inizio alla fine infatti è stato riprodotto un ordine sociale: l’area di testa in cui vivono i più ricchi, un’area centrale per le guardie e, in coda, i bassifondi che ospitano i poveri. Quest’ultima classe, ridotta a vivere in scarse condizioni igieniche e nutrita solo ed esclusivamente di barre proteiche nere, cerca di ribellarsi all’ordine prestabilito facendo scoppiare continue rivolte, che tuttavia vengono sempre sedate. Tra i poveri però c’è Curtis che vuole raggiungere la testa del treno per prendere il comando e sovvertire il sistema.

Bong Joon – ho nel 2013 valica col botto il confine del cinema asiatico alla volta di quello americano. Snowpiercer è il film coreano più costoso di sempre. Numerosi e famosi sono infatti gli attori statunitensi impiegati. Inoltre il regista, dopo aver cercato di dare nuova linfa al cinema di fantascienza di serie B con l’interessante The Host (2006), diventa a tutti gli effetti un saldo narratore di storie che sanno intrattenere ma anche insegnare qualcosa. Con il successivo Okja (2017) diventa chiaro che nelle sue opere ci siano sempre riferimenti alla causa ecologista o alla critica sociale.

Si potrebbe pensare che Snowpiercer, collocabile a metà fra il cinema post apocalittico e quello fanta distopico, abbia goduto di particolare attenzione anche dettata dalla profezia Maya che nel 2012 dava il Mondo per spacciato e che aveva già proliferato nel cinema americano più becero. Tuttavia c’è il fumetto francese Transperceneige a chiarire la provenienza del soggetto, a cui Bong Joon si è ispirato. Se è evidente che nella lotta di classe e nelle tinte grige utilizzate per dipingere la depressa classe povera ci siano riferimenti orwelliani, la peculiarità più importante di Snowpiercer sta nello snodarsi continuo del treno, che offre allo spettatore la possibilità di immergersi sia in ambienti che per la loro bellezza non possono che risultare poetici e fantastici, sia quella di essere travolti da differenti linguaggi cinematografici. Il moto progressivo che vede Curtis e il “popolo” attraversare le carrozze alla conquista della locomotiva è infatti pieno di ostacoli, costituiti da guardie armate o da subdoli tranelli.

Uno degli strabilianti vagoni di Snowpiercer è un acquario diorama.

Qui Bong Joon – ho non può esimersi dal richiamare i combattimenti di cappa e spada con autentiche scene belliche. Così come saggiamente si addentra nella suspense più pura in un’indimenticabile caccia alla preda nel vagone delle saune; momenti di grande cinema accompagnati da inesorabili silenzi. Oltre ad uno spiccato senso scenografico il regista coreano punta tutto sui personaggi che vanno a comporre un microcosmo molto ben congegnato. C’è infatti l’eroe, la sua spalla, il saggio anziano che lo consiglia, il misterioso conducente del treno, presumibilmente malvagio, la guardia cattivissima che non muore mai, il funzionario del conducente (una Tilda Swinton acida, maligna e petulante) e il tecnico che sa aprire le porte (è Song Kang – ho che interpreta Namgoong Minsu, un tossico risvegliato dal sonno/ prigione, in una prova come sempre essenziale ma che ne esalta perfettamente la fisicità).

Insomma, pur seguendo dinamiche già viste, Snowpiercer riesce a creare un climax convincente fino alla fine, forse grazie anche alla capacità di Bong Joon di mantenere presente il cinema orientale in quello occidentale. Un tentativo riuscito che si percepisce subito dalla finezza con cui Tilda Swinton spiega ai miserabili del treno che una scarpa non deve essere lanciata contro una testa, perchè la scarpa appartiene ai piedi, così come loro appartengono alla coda del treno. Il finale è molto aperto ed enigmatico. In un certo senso potrebbe risultare deludente, ma si ha la sensazione che Bong Joon abbia tentato il grande colpo di classe e considerato tutto quello che si è visto prima non è così sbagliato pensarlo.

Zanini Marco

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