Silloge: “Mi arrampicavo sugli alberi” di Biagio Cipolletta

“Mi arrampicavo sugli alberi” è una silloge scritta da Biagio Cipolletta, pubblicata nel 2020 dalla casa editrice Dialoghi, collana Glifi.

Si tratta di una silloge di circa 100 pagine, con la prefazione di Felice Paniconi, suddivisa nel modo seguente: poesie a versi liberi che raccontano di temi diversi, Le parole brutte (che racchiudono eventi traumatici e azioni dell’uomo violente), I giorni dell’epidemia, e Quattro racconti in prosa.

La prefazione spiega che la virgola è assimilabile alla donna e il punto all’uomo: come togliendo le due dualità si possa interpretare l’universo in maniera non arbitraria.

Per il poeta Cipolletta il punto e la virgola, tolgono pathos alla poesia, la legano, la costringono e la recintano.

Ecco che allora la poesia diventa spunto di riflessione sincero, senza legami, senza interposizioni assurde.

“Caro aggettivo/all’improvviso oggi/ho pensato che la nostra vita/senza di te sarebbe incompleta”, così scrive il poeta Cipolletta, per ritornare all’origine della grammatica, dove l’aggettivo dona un senso misterioso e una connotazione precisa alla parola. Allora tutto si riempie di significato, di ritorno a una sorgente primigenia e assoluta. Non c’è una connotazione nichilista nelle sue poesie, anzi, tutto rimanda ad altro, a un altro universo nascosto, ma comunque importante (la morte che porta “nel regno lontano”).

La visione di ricerca della divinità è una visione panteistica: in ogni dove c’è l’energia entropica che tutto creò (poesia “Mare Ionio”), e l’uomo dialoga intimamente con la natura sua amica. “Ti racconto la mia vita” nella poesia “Mare Ionio”, il poeta Cipolletta rende partecipe un mare della sua anima, denudandola, rendendola inerte e inerme, rendendo il dolore parte universale.

Come nell’Odissea di Omero, la natura viene considerata onnipotente e grandiosa, qualcosa che può portare la gioia, ma anche il dolore. Sicuramente la natura per gli antichi era il mistero più grande, qualcosa che riversava la sua forza negli uomini, tuttavia provocandone a volte la distruzione.

“I tuoi occhi/ fanno pensare l’infinito”, gli occhi sono la controparte esistenziale dell’anima, il fulcro da cui si diramano le emozioni. Attraverso i loro sentimenti si può conoscere l’umore dell’uomo, ma non solo, anche degli animali, anche loro destinati a incarnarsi nel ciclo vitale che continua nell’eternità.

“La pace del presepe è uguale/ per il credente e per il laico”, il poeta Cipolletta indica il suo voler appartenere alla laicità, confessando che comunque l’amore per la giustizia e per la bontà accomuna entrambi, credenti e laici.

Esiste un logos che accomuna il genere del creato, un’energia mai assopita che include il mondo e l’universo: una forza esaltata da scienziati e artisti nel corso della storia.

Interessante notare come il numero primo, venga accostato all’uomo. Il numero primo è un numero che si può dividere per se stesso e l’unità: ecco che anche gli uomini possono essere numeri primi perché sono solitari; ma in questa solitudine si esplica l’unicità di un essere umano, il non voler essere costretto in determinate regole sociali. Ecco che la società dunque opprime e ingloba in senso negativo, è una prigione come dichiarava Rousseau. L’uomo “speciale” riesce, attraverso la sua specificità (ritornando alla concezione matematica), a essere unico e inesprimibile.

Ogni uomo, ogni essere vivente sulla terra, è una creatura che nasce spontanea, vicino alla natura, ma viene imbrigliato dalla società con regole e manierismi, a volte inutili. Lo scopo primordiale è di rendere coesi natura e uomo in un gioco armonioso e mai contrapposto.

“E dietro la folla feroce/ dietro ognuno che piange”: la guerra annienta e distrugge, toglie ogni sentimento di abbandono, e l’uomo fa fuoriuscire la violenza estrema, ogni atto di sopraffare l’avversario.

Il poeta Cipolletta vuole ritornare a una condizione di pace estrema, di serenità, in un’oasi immaginifica di salvezza, vale a dire una spiritualità laica.

Consiglio questa silloge per l’originalità dei temi trattati. Il numero primo è assimilabile all’uomo per unicità. Ogni uomo è speciale e non contraffatto e ogni essere vivente ci rimanda a quell’energia impressa, nel grande mistero della vita e della morte.

Ci sono vari riferimenti alla natura, che ci fanno conoscere i sentimenti del poeta Cipolletta. Ho stimato “la religiosità laica” (il ritorno all’infanzia rivivendo la Natività del presepe), i riferimenti alla pandemia del 2020, i rimandi al terrorismo.

Ho apprezzato la volontà di togliere la punteggiatura nella poesia, per liberarla da orpelli che a volte la costringono. Molto interessanti gli ultimi quattro racconti in prosa senza virgola che trattano dell’amore, della solitudine, della classicità e dei grandi interrogativi della vita.

Eloisa Ticozzi

 

Intervista con il poeta Biagio Cipolletta

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

D: La tua opera è davvero strutturalmente complessa, puoi raccontarci qualcosa sulla sua genesi?

R: Effettivamente questo è il libro strutturalmente più complesso che io abbia mai pubblicato. Mentre stavo scrivendo le ultime poesie e il racconto finale, è arrivato il lockdown nazionale e la cosa mi ha ispirato la sezione de “I giorni dell’epidemia”  che si è aggiunta alle altre  già programmate.   Ho  preferito suddividere il testo in sezioni perché la cosa si poteva  facilmente organizzare e poi poteva costituire anche un ausilio per il lettore che avrebbe conosciuto subito le tematiche e quindi si sarebbe orientato agevolmente.

 

D: Cosa ti fa scegliere di scrivere in prosa o in poesia?

R: Se in un dato momento arriva l’ispirazione allora questa deve materializzarsi necessariamente  in poesia, se invece mi nasce l’idea di un racconto o altro allora scrivo in prosa. In altre parole la poesia nasce da un sentimento, da un’emozione, da una vibrazione e quindi non ha una genesi propriamente razionale mentre la prosa va a descrivere qualcosa che è nata nella mente, che è stata programmata e quindi è senz’altro un fatto razionale. La poesia non si può programmare, o arriva o non arriva, lo scritto in prosa è invece programmabile.

 

D: Qual è il tuo rapporto con la natura?

R: E’ un rapporto molto profondo che risale alla mia infanzia e ai giorni spensierati trascorsi nella fattoria dei nonni quando “mi arrampicavo sugli alberi” e vivevo a stretto contatto con tutti gli animali domestici che erano i miei migliori amici. In quegli anni immersi nella Natura si alimentava la mia curiosità e nasceva in me una grande sensibilità che in seguito sarebbe stata alla base dei miei versi. Senza quei giorni non avrei scritto neppure un verso e non avrei amato la Natura come poi  ho sempre amato. Provo ora una grande tristezza quando penso che i bambini e i ragazzi di oggi passano quasi tutto il loro tempo libero al chiuso delle loro  case senza aver visto magari mai dal vivo un cavallo o una gallina.

 

D: Quale credi che sia il significato che i giovani danno alla parola poesia?

R: Purtroppo per la maggior parte dei giovani la poesia è solo quella che studiano, spesso a malincuore, a scuola e basta. La poesia è vista come qualcosa di remoto che non serve a nulla.E’ anche vero però che molti di loro, nella fase dei primi amori, scrivono poesie o almeno pensano di scriverne. Ha proprio ragione Benedetto Croce  quando dice che a diciotto anni tutti scrivono poesie, poi restano solo due categorie a scriverne ancora: i poeti e gli imbecilli. Per la mia esperienza di ex docente di Lettere ho potuto però constatare che i giovani  possono essere educati alla poesia e allora scoprono un mondo inaspettato e qualcuno se ne innamora al punto che legge poeti da lui scoperti e cerca di farli apprezzare anche da altri. I giovani possono odiare per tutta la vita la poesia se a scuola è stata presentata come qualcosa di arido, di retorico, di nozionistico, se è stata  pretesa la sua riduzione in prosa o altro, mentre possono amarla per sempre se sono portati a scoprire quante emozioni, quanta vita si racchiudono nei versi che possono darci momenti di assoluta evasione e libertà.

 

D: Ti definisci più scrittore o più poeta?

R: Non faccio grande distinzione tra scrittore e poeta nel senso che prosa e poesia sono due facce della stessa medaglia pur con le differenze di cui ho parlato sopra e con altre variabili  a livello tecnico-stilistico.  Ad ogni modo ho cominciato a pubblicare dapprima solo poesie mentre da un po’ di tempo a  questa parte scrivo e pubblico anche racconti.

Credo, comunque, di aver trovato oggi un giusto equilibrio nel senso che in ogni libro di poesia inserisco quattro racconti finali e così ogni testo è un prosimetro.

 

 Ringraziamo Biagio per essere passato a trovarci dandogli l’arrivederci a presto sulle pagine de I gufi narranti

Sandra Pauletto

 

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