Silloge: Asintoti e altre storie in grammi – Davide Rocco Colacrai

“Asintoti e altre storie in grammi” è una silloge che racchiude poesia e prosa, scritta da Davide Rocco Colacrai, pubblicata nel 2019, a cura di Le Mezzelane casa editrice. La prefazione della silloge è scritta da Vincenzo Restivo che spiega come il poeta Colacrai utilizzi una sintassi “setosa”, gentile e delicata ma piena di significato e di realismo, coinvolgendo il lettore in modo appassionato e sincero, senza comunque  contagiarlo: ci sono riferimenti, nella prefazione, al filosofo e logico Wittgenstein, inoltre si intravede quella cultura umanista e filosofica nell’intera opera, come in uno studio sociale e antropologico che mira a studiare le personalità e la società che pervadono le realtà; l’intera silloge è suddivisa in Soliloqui, Segreti, Blues, Ricordi/grammi, Contraddizioni, Impressioni, infine Ringraziamenti e Note biografiche. “I più fragili, incompleti per solitudine, tra di noi”, in questo verso viene descritto il significato della vita dell’uomo usando come similitudine un fiore; l’uomo nasce e muore solo, nell’agonia della vita, dimenticato e assorto nella malinconia, ma capace di compiere ed esistere molto e intensamente.

Come scriveva Giacomo Leopardi, la solitudine non è solo momento di sconforto, ma è anche tensione verso l’infinito, verso qualcosa di sublime e illimitato. Allora i pensieri diventano spunti di riflessione per la scrittura in un’alienazione e in una gestazione spirituale, dove l’uomo resta solo per far germogliare la sua anima, vale a dire la sua interiorità.

“Credo in un solo Dio/non credo nelle tradizioni confinate in un nome”: il poeta Colacrai vuole comunicarci che esiste una spiritualità comune a tutte le religioni e filosofie, un perno comune a cui rifarsi, una luce che accomuna ogni essere vivente.

Ogni creatura sulla terra è un’emanazione divina che tuttavia fa ricondurre ad un’unica sorgente inviolata e inviolabile, l’alpha e l’omega, il principio e la fine, quel qualcosa che esiste senza tuttavia essere mai nato: un’esistenza senza nascita è qualcosa di paradossale, ma che affascina l’uomo fin dall’origine del mondo.

“La gente mi chiedeva cosa fossi”, ogni dubbio che attanaglia l’uomo da sempre: la famosa frase di Socrate Conosci te stesso, dove il filosofo voleva che da ogni uomo scaturisse la sua vera personalità che era rimasta sepolta dall’inganno e dalla necessità di vivere in società.

Nella poesia “L’ultimo colore delle cose” si rivela la necessità dell’uomo di ritornare nel liquido amniotico, quella forza intensa e primigenia che lo nascondeva e lo proteggeva. Tuttavia in questa poesia la morte nega la terra, nega la protezione, nega la vita, ma solo in apparenza, perché siamo tutti destinati a ritornare nel ciclo che include ogni essere vivente, anche il più piccolo e insignificante.

“Ci sono cuscini che non sanno cos’è il perdono”, ci sono uomini dunque che non sanno cosa sia il perdono, schiacciati dal peso del loro dolore e dalla loro rabbia: ogni creatura segue leggi naturali dell’istinto.

La notte è proprio la terra dei pescatori che inseguono le stelle nel cielo, ma non solo, è il terreno fertile per i sogni e l’inconscio, dove l’individuo può esprimere la sua personalità libera, con i suoi desideri e le sue angosce, sempre solo e magari malinconico, ma svincolato dalla mera razionalità.

La poesia “La verità vi racconto sulla libertà” indica come l’uomo contenga al suo interno due segreti: la vita e la morte: quando l’uomo nasce, sente il peso della morte, come un’afflizione intrisa di sgomento e di mistero. Il mistero che nascere vuol dire anche morire, un destino che si intreccia ad altri destini, ugualmente persi e lacerati.

“Non esiste il tempo, per gli amanti tristi, niente passa e tutto si perde”: il poeta Colacrai descrive che nell’amore, anche unendosi, i due amanti rimangono soli per la loro condizione naturale d’esistenza. Ogni uomo e ogni donna pur amandosi, vivono in una solitudine misteriosa che viene dilatata all’unisono e all’infinito. Sono “malati d’orgoglio”, sono creature superbe nella loro malinconia e individualità, caratteristiche che tuttavia proteggono con affanno e lotta.

Consiglio questa silloge per il tono aulico e colto dei versi. Ho apprezzato i riferimenti artistici dove poesia e prosa si uniscono in modo melodioso e armonioso. La silloge sempre una composizione musicale che infonde empatia e sentimenti al lettore. Molto importanti sono i riferimenti alla famiglia d’origine e agli avvenimenti della cronaca e della cultura.

La solitudine in questa silloge diventa spunto per far germogliare il talento e la creatività, ovvero si trasforma in humus, terreno fertile, per fortificare personalità e talento.

Eloisa Ticozzi

 

 

 

 

INTERVISTA A DAVIDE ROCCO COLACRAI

 

Ciao Davide Rocco Colacrai, dopo avere recensito la tua silloge vediamo di conoscerci meglio con una breve intervista:

 

  • Leggendo il titolo della tua silloge mi incuriosisce sapere qual è il tuo rapporto con la matematica?

Innanzitutto vorrei ringraziarvi per l’ospitalità. Devo dire che sono da sempre molto affascinato dalla matematica nella sua essenza di pluridimensionalità dei numeri e delle figure geometriche e di infinitesimalità della sua natura, e da questo punto di vista anche di sua somiglianza con la spiritualità – con il mio modo di percepire la spiritualità.

 

  • Poiché nel tuo testo sono presenti sia prosa che poesia, quale delle due ti permette meglio di esprimerti e con quale criterio scegli l’una o l’altra?

In Asintoti e altre storie in grammi la poesia viene accompagnata da citazioni letterarie, di prosa appunto. Sono un lettore passionale e sottolineo spesso e volentieri parole che mi riguardano, che sembrano essere lì per me, che mi significano come uomo prima e come artista dopo. Tuttavia non ho mai (o ancora) scritto prosa – la mia produzione, al momento, è poetica o al limite di prosa poetica.

 

  • Cos’è per te il perdono? E quale torto è tanto grave da non poterlo aspirare?

Con l’età, con la consapevolezza che ho conquistato con il vivere i miei tentativi e le mie esperienze in prima persona e mai per sentito dire, anche con la mia curiosità, ho imparato che perdonare non significa perdonare la persona che ti ha fatto un torto quanto piuttosto perdonare te stesso per aver permesso a quella persona di farti del male, perdonare te stesso per un errore che (e capita spesso) sapevi si sarebbe verificato (anche se non credevi a quella voce – forse l’intuito, forse il cuore – che ti avvertiva). Non so se è esiste un male ricevuto così grave da non poterlo perdonare – sicuramente esiste un dolore, come quello proveniente dalla propria famiglia o da persone a cui vogliamo bene, capace di spezzarci, di incrinarci, di farci attraversare l’inferno per un istante lungo quanto l’infinito.

 

  • Che rapporto hai con la religione e/o la spiritualità?

Nella poesia Oltre la collina Mia Martini afferma di aver perso e poi ritrovato le fede un milione di volte. Devo dire che la stessa cosa è capita anche a me. Tuttavia mi hanno fatto notare che i miei versi sono percorsi da una presenza del Sacro molto forte e questo mi ha fatto pensare che probabilmente non ho mai messo in dubbio l’esistenza di qualcosa – un’entità, un respiro – che fosse straordinario, qualcosa di così grande che si lascia percepire col solo cuore (quando non è stretto dal caos, dalle preoccupazioni, dalle emozioni spazzatura). Credo che ci sia un Sentimento Supremo di Amore e Compassione, credo nell’esistenza degli angeli – e spesso dico che i nostri amici a quattro zampe sono angeli senza ali che ci sono stati inviati per un preciso motivo, e credo anche che in tutto questo – o prima di tutto questo – ci sia un Destino, nel senso che ognuno di noi ha ricevuto un dono e una responsabilità di gestirlo affinché si possa compiere nel suo Significato.

 

 

  • Quando hai capito che la poesia era uno dei tuoi modi di esprimerti?

Dico sempre di aver avuto la fortuna di sperimentare più arti – dalla musica alla pittura alla recitazione – che mi hanno aiutato in alcuni momenti del mio percorso di vita dove era necessario sopravvivere. Tuttavia la poesia mi ha sempre accompagnato finché tredici anni fa ho iniziato un percorso di terapia poetica che mi fatto capire che la poesia era – ed è tutt’oggi – l’unica forma d’arte che sento più naturale, più adatta a me.

 

  • Esiste un poeta moderno al quale ti ispiri?

Ci sono alcuni poeti che amo leggere e tengo sul mio comodino perché mi aiutano a sentirmi meno solo, meno strano in un mondo dove tutto va veloce, nel quale bisogna corrispondere a dei canoni e nessuno si dedica alla cura del giardino interiore. Tra questi mi piace citare Antonia Pozzi, Sandro Penna e (benché meno recente) William Blake. Sicuramente anche Mitch Albom, autore di una narrativa ricca di poesia.

 

Graziea a Davide Rocco Colacrai per la disponibilità e arrivederci presto sulle pagine de I Gufi Narranti.

 

 

 

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