Ruler – Descent Into Hades – Il ritorno di un simbolo dell’heavy metal italiano.

Ruler – Descent Into Hades

Anno: 2019

Paese di provenienza: Italia

Genere: heavy metal

Membri: Matt Baldoni – chitarra; Daniele “DFV” Valentini – voce; Mirko Negrino – basso; Steve Bianco – batteria

Casa discografica: Punishment 18 Records

  1. Black Hand
  2. Queen Of Danger
  3. Airstrip 1
  4. Melanie
  5. Descent Into Hades
  6. Prisoners In Hell
  7. The Shunt
  8. Alibi

Di heavy metal su questo blog ne ho parlato spesso, ma mai di uno dei gruppi più importanti della scena italiana recente. I Ruler nascono a Milano nel 2010 e rilasciano nel 2012 il debutto Evil Nightmares. Vuoi un po’ per il fermento globale del revival anni ’80, vuoi per la qualità della proposta, il quartetto si ritaglia subito un posto di rilievo nell’ambiente ed è uno dei più presenti ai concerti della penisola. D’altro canto era difficile non pronosticare un esito positivo con pezzi convincenti come Mayday, Rule The Night, Evil Nightmares, Alone, Highway Blues o la magnifica Sutjeska. Insomma, Evil Nightmares, nonostante l’abbondante ritardo con cui è venuto alla luce, è un vero e proprio capolavoro dell’heavy metal italiano, inseribile nell’albo del più classico sound anni ’80. Soltanto un anno dopo, a confermare la buona vena creativa del gruppo, esce Rise To Power, che non fa’ altro che raddoppiare il successo e rafforzare che il più evidente dei punti di riferimento per i Ruler sono gli Iron Maiden. Poi il grande buio. Si perchè è già da qualche anno che il ritrovato fenomeno heavy metal vive un certo inaridimento, le uscite sono sempre più rade e quando arrivano difficilmente sono fondamentali. Ragion per cui colpisce positivamente sapere che questo Descent Into Hades condensa diverse buone idee e riporta l’ascoltatore vicino ad un fedele sentimento anni ’80.

La formazione, con i nuovi innesti ex Endovein (micidiale gruppo thrash metal torinese sciolto ormai da anni), Mirko Negrino al basso e Steve Bianco alla batteria, non vede intaccato minimamente il corposo e dinamico heavy metal di scuola Iron Maiden e questo si nota subito nella traccia d’apertura, Black Hand. Una terremotante esecuzione che parla totalmente la lingua di Bruce Dickinson e soci e di cui Daniele “DFV” Valentini, pur non avendone la medesima potenza, ricerca spesso l’emulazione arrivando a toccare note molto alte! L’estensione diaframmatica del cantante è notevole, anche se in certi punti forse è proprio la voce a mancare di quell’aggressività e di quell’impeto che potrebbero essere più necessari rispetto ad un ricorso continuo all’acuto. In ogni caso Black Hand è un pezzo solido e dall’ottima costruzione. Queen Of Danger è ancora più riuscita grazie appunto ad un uso della voce più ammaliante che calamita immediatamente l’attenzione dell’ascoltatore più avvezzo a certe sonorità. Un episodio dalle forti tinte “shock”, un’ode agli anni ’80.

Airstrip 1 mette in scena un metal fortemente epico sul cui sfondo possono percepirsi arrangiamenti di synth un po’ alla Somewhere In Time. In un impasto sonoro simile in cui Iron Maiden, Tygers Of Pan Tang e Malmsteen si uniscono, che rivive negli assoli virtuosissimi di Matt Baldoni, non stupisce trovare una delle composizioni più complesse dell’album. E dopo un marasma tecnico così importante non poteva mancare una semi ballata dove tutto il gusto, la lungimiranza, ma anche l’amore per il passato dei Ruler emergono. Melanie è accessibile, melodica, emozionante e, tornando a parlare di Somewhere In Time, è capace di rievocare le sensazioni intense di una canzone come Wasted Years. Il ritornello rapisce subito in un vortice di nostalgia ed è sicuramente una delle cose migliori scritte negli ultimi anni in ambito heavy metal. Grande merito va di certo all’esibizione vocale di Daniele, che lasciandosi guidare dalla poesia più che dalla tecnica si esibisce in una prova indimenticabile. A fare da contraltare a Melanie una bordata di metal battagliero e intricato nella traccia che da il titolo al disco, che a sorpresa è strumentale. Descent Into Hades è un bellissimo viaggio tutto da gustare nei suoi numerosi cambi di tempo, mentre Prisoners In Hell ne è la naturale prosecuzione cantata, facilmente memorizzabile a causa del ritornello, sicuramente poco elaborato, ma efficace e diretto.

The Shunt, penultima traccia, è un’egregia esibizione tecnicamente inappuntabile, ma nulla di più. La sensazione di incompiutezza durante l’ascolto è attribuibile ad una mancanza di calore, che aveva reso Queen Of Danger e Melanie pezzi avvolgenti. Questa percezione permane nella conclusiva Alibi, che nella sua durata estesa mostra il sentiero vocale di Daniele intrufolato verso altitudini ripidissime, a fare da corollario ad una composizione non molto convincente e spesso senza mordente. Concludendo su Descent Into Hades, chi cerca un disco di puro metal, contrario ad ogni genere di contaminazione e fedelissimo alla linea, troverà sicuramente alta qualità compositiva e massima comprensione dello stile degli anni ’80. Obbiettivamente ci troviamo di fronte ad un ottimo lavoro, con delle fasi veramente mirabolanti; peccato per quelle ultime due tracce che dopo tanta magnificenza abbassano un po’ la media.

Voto:8

Zanini Marco

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