La Ruota Degli Esposti – Approfondimento – Teresa Breviglieri

19Alla fine del XII secolo in Francia nasce “La Ruota Degli Esposti”.

Con il termine “esposto” si intendeva un “neonato abbandonato”.

Nell’antica Roma, il padre che non desiderava riconoscere il proprio figlio, lo esponeva al pubblico presso la “columna lactaria” dove qualche donna non in grado di avere figli si sarebbe presa la responsabilità di adottare il piccolo in procinto di esser abbandonato.

Dai tempi di Costantino in poi, i bambini abbandonati, “gli esposti” appunto, venivano presi in cura dalla comunità e gli infanticidi puniti giustamente con la morte dell’omicida.

Nel frattempo, nascevano i primi brefotrofi: in Medio Oriente e similmente in occidente e a Milano nel 787 circa, fu creato un vero e proprio ospizio per i neonati abbandonati.

La così detta ruota degli esposti, era composta da un piccolo cilindro di legno  diviso in due parti: una rivolta verso la strada e l’altra verso l’abitazione del custode dei trovatelli; entrambe le parti erano riparate da uno sportello.

Sull’esterno, a fianco della ruota, c’era una campanella che serviva per richiamare l’attenzione del custode. Inoltre, c’era un foro nel muro a guisa della posta delle lettere, con chiave all’interno che serviva per ricevere le offerte spontanee dei benefattori.

Sulla ruota, era incisa un’iscrizione:

“IMPIUS UT CUCULUS GENERAT PATER ATQUE RELINQUIT QUOS LOCOS INFANTESE EXCIPIT ISTE NOTHOS:  Empio come il cuculo, il padre genera ed abbandona in luoghi solitari i figli che codesta ruota accoglie come illegittimi”.

Questa frase è un monito, non contro le madri che abbandonano i propri figli, ma contro l’irresponsabilità del padre che aveva generato un figlio e aveva abbandonato la donna con la sua creatura.

esposti

Dalla Francia, la ruota arrivò in Italia esattamente nel 1178 grazie a Papa Innocenzo III, che seriamente turbato dai tanti piccoli cadaveri che venivano raccolti dai pescatori nel fiume Tevere, decretò che presso l’Ospedale di Santo Spirito in Sassia, peraltro da lui creato, fossero accolti gli esposti. Da quel singolo evento, la ruota  si diffuse rapidamente in tutta l’Europa continentale.

Dalla prima metà del 1400 ogni ospedale italiano destinava una parte delle proprie risorse economiche alla gestione dei bambini abbandonati. Nel periodo che va dalla fine del 1400 all’inizio del 1500 la ruota degli esposti vive un periodo di particolare  “splendore”.

Ma il risultato di questo utilizzo fu devastante dato che ogni anno circa quarantamila neonati venivano abbandonati. I trovatelli aumentavano giorno dopo giorno e l’assistenza pubblica dovette organizzarsi per gestire il problema in modo consono. Gli enti pubblici si organizzarono producendo documenti che giunti a noi furono utili a comprovare i fatti di quel tempo.

Proprio grazie a queste carte possiamo capire come poteva mai vivere un trovatello ai tempi del Medioevo che veniva abbandonato nella famosa ruota degli esposti.

In un’era storica in cui il tasso di mortalità era altissimo tra gli infanti, un bimbo nato da poche ore, poteva arrivare alla ruota degli esposti talmente debole che rischiava di ammalarsi molto gravemente. Se il bimbo o bimba in questione riusciva a superare la crisi dei primi giorni di vita, allora e solo allora, iniziava il percorso adottivo che partiva dal trasferimento del trovatello in una struttura appositamente creata e appropriata. A Milano, sotto l’egida dell’Ospedale Maggiore, i bimbi abbandonati venivano smistati in due centri specializzati ben distinti. L’Ospedale di Brolo (presso l’attuale chiesa di Santo Stefano), aveva una nursery preposta solamente per i “figli del latte”; nello specifico i neonati che era appena stati recuperati da una ruota degli esposti ed erano in attesa di una collocazione.

Tutti sanno che un neonato ha bisogno di latte, ma ovviamente nel Medioevo non esisteva  il latte artificiale, si cercavano famiglie dove la madre fosse disposta a fare da nutrice. La cosa non era difficoltosa,  facevano a gara per poter prendersi cura di un bambino perché lo Stato stanziava una piccola somma di denaro che serviva a coprire le spese per la balia e la sua famiglia.

Le famiglie non si arricchivano di certo con i pochi denari che venivano a loro dati, ma considerato che il latte materno non costa nulla e che una donna del tempo medievale passava metà della sua vita ad allattare, accogliere nella propria casa un trovatello era un modo per mettere insieme qualche soldo in più.

L’ospedale stipulava un vero contratto con la balia dove la famiglia affidataria, si impegnava a trattare bene il neonato, a crescerlo con amore e a non fargli mancare nulla e soprattutto a preservare la sua salute.

Dal 1477, un regolamento interno dell’Ospedale Maggiore di Milano, stabiliva che le balie avessero l’obbligo di risiedere a non più di dodici miglia dalla città per permettere le visite di controllo da parte di quelle che oggi sarebbero chiamate “assistenti sociali”.

Dai documenti studiati dagli storici, pare che in molti casi, questi neonati dati alla balia fossero trattati troppo bene; nel senso che in alcuni casi, le madri biologiche contattavano la nutrice per seguire la crescita del figlio anche per consegnargli doni di valore o addirittura del denaro. Questo fatto però, era osteggiato dall’assistenza pubblica; il motivo era semplice: se la madre biologica era in grado di mantenere un figlio, allora sarebbe stata anche in grado di cercargli una collocazione consona per non gravare sulla spesa pubblica.

In base alla disponibilità della famiglia affidataria, i neonati potevano restare nella casa della nutrice per circa quattro anni e alla scadenza del contratto, i bambini venivano ricollocati in una struttura assistenziale; più precisamente nell’Ospedale di San Celso, presso l’omonima chiesa, che era dedicata ai “figli del pane”;  bimbi già grandicelli e svezzati.

A quel punto, l’ospedale iniziava a cercare una famiglia adottiva con una certa fretta; questo per togliersi un costo a loro dire molto alto. I bambini che non riuscivano ad essere collocati presso buone famiglie, venivano ospitati all’interno di una struttura ospedaliera fino al raggiungimento della maggiore età. La legge prevedeva che l’ospedale avrebbe dovuto insegnare un lavoro agli orfanelli ricoverati e trovar loro un impiego al momento del rilascio. Ma in realtà, chi non trovava una famiglia adottiva, se ne andava dall’ospedale il più tardi possibile e una volta uscito vagabondava nella speranza di conquistare il cuore di una ragazza benestante per poterla sposare e sistemarsi.

L’Ospedale Maggiore di Milano, conserva ancora oggi un prezioso libro delle “Consegne ai Trovatelli”, nel quale sono descritti tutti i contratti di affido stipulati con le famiglie adottive a partire dall’anno 1472 fino all’anno 1531. Purtroppo non esistono dati precisi che permettano di stabilire quale fosse la percentuale di bambini che trovava una vera famiglia, ma il libro delle Consegne è comunque la prova ineccepibile del fatto che l’Ospedale si adoperava sicuramente per trovare una sistemazione a questi bambini; d’altra parte, i numeri parlano chiaro: in circa trent’anni, i servizi sociali dell’epoca, collocarono circa ottocento bambini: Quattrocentoottantanove femmine e trecentoventinove maschi.

Ma quale era la famiglia adottiva migliore? Un buon 40% dei trovatelli veniva adottato dalla nutrice che li aveva presi in custodia e il restante 60% si ritrovava in situazioni molto diverse tra loro. Ad esempio, c’era chi veniva adottato da coppie che non potevano per svariati motivi di salute avere figli propri, oppure c’era chi veniva adottato da coppie che avevano già figli biologici. Qualcuno veniva adottato da vedove senza figli e altri, da famiglie composte da fratelli e sorelle, oppure da padre e figlio, o ancora suocera e nuora. Ogni combinazione familiare possibile andava bene. C’erano però trovatelli che venivano anche affidati ad un convento o chi veniva preso da un artigiano che cercava, oltre ad un figlio da amare, qualcuno a cui lasciare la propria attività. In ogni caso, tutte le famiglie adottive, si impegnavano per contratto ad “accipere in filium”,(il trovatello), con la promessa di

“vestire et calzare et instruere ad salutem anime et corporis”.

Per le ragazze, i genitori si impegnavano anche a fornire loro una dote che veniva specificata nel contratto e si attivavano per trovare loro un buon marito prima che compissero i ventidue anni.

In sostanza, i trovatelli avevano l’opportunità di avere una vita dignitosa. Questa è la prova che la ruota degli esposti portava bene ai poveri infanti abbandonati. Ma dalla prima metà del 1800, a causa delle spese troppo onerose a carico dei brefotrofi, fu abolita.

La prima a sparire fu quella di Ferrara nel 1867, poi Brescia nel 1871 e nel 1923, tutte le ruote scomparvero ufficialmente con il regolamento generale per il servizio di assistenza agli esposti del primo Governo Mussolini.

Allo stato attuale, l’ordinamento italiano consente alle donne di partorire in anonimato e ne garantisce la massima riservatezza. Ai sensi del d.p.r. 396/2000, il nome della madre rimane segreto e nell’atto di nascita del bambino viene scritto “nato da donna che non consente di essere nominata” (una dicitura simile alla vecchia locuzione “natus ex incertis parentibus”, riportata negli di atti di battesimo dei trovatelli). La segnalazione di abbandono del minore non riconosciuto, viene segnalata immediatamente alla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni, che apre il procedimento di adottabilità e inizia la ricerca di una coppia idonea ad adottare e crescere il neonato. Purtroppo, nonostante le previsioni normative, esistono ancora tantissimi casi di abbandono, spesso ad opera di clandestini che per la paura di essere scoperti e rimpatriati, non si rivolgono agli ospedali. Per questo motivo  in Italia come in altri paesi dell’Unione europea, sono state reintrodotte nuove ruote degli esposti. Fra le più recenti, esiste quella del convento di San Francesco da Paola a Monopoli, in provincia di Bari. Più di un anno fa, fu ritrovato il corpo della piccola abbandonata in riva al mare in febbraio. Questo evento ha turbato profondamente la comunità al punto di spingere i frati locali ad installare una ruota degli esposti; naturalmente non parliamo della classica ruota del medioevo, ma di una struttura tecnologica inserita in una stanza a temperatura costante, accessibile tramite una finestra basculante e grazie a sensori volumetrici, la culla avverte chi di dovere della presenza di un bambino e invia un segnale ai sanitari che intervengono immediatamente per prestare subito i primi soccorsi.

Una bellissima iniziativa che speriamo dia i suoi frutti e che faccia in modo che i casi di abbandono divengano sempre più rari.

Teresa Breviglieri

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