Keto il folle Racconto di Alberto Zanini – Edizioni Sensoinverso

Keto il folle Racconto di Alberto Zanini  incluso nell’antologia “La cassa” edito da Sensoinverso edizioni

Appoggiò il sacchetto di morbida pelle sul tavolo di granito bianco. Con le lunga dita sciolse il laccetto di cuoio che lo teneva chiuso. Lo girò e fece scivolare il contenuto sul tavolo. Centinaia di minuscoli esseri si raggrupparono velocemente formando una macchia scura quadrata.

Il fulmine, in lontananza, illuminava di violetto la volta plumbea del cielo.

Un grosso stormo di corvi strepitava volando confusamente, mentre rombi lontani annunciavano la pioggia.

Il vento agitava le fronde degli alberi che punteggiavano la radura, mentre gli animali si muovevano nervosamente in cerca di riparo.

Improvvisamente l’aria divenne immota e sul villaggio di Poison si posò un velo di atterrito silenzio.

La terra iniziò a vibrare ed un cupo brontolio si propagò velocemente.

Al centro dello slargo in terra battuta, il vecchio saggio parlava con tono calmo ma autoritario e tutti ascoltavano in rispettoso silenzio con il capo chino.

L’orda, sempre più rumorosa, intanto si avvicinava incombente.

Con un cenno del capo il vecchio smise di parlare. I bambini, guidati da Radah, si diressero verso il passaggio segreto nascosto da una cascata d’acqua, mentre gli anziani entrarono nelle proprie abitazioni. Gli uomini rimasero a presidiare con le scarse armi a disposizione il villaggio, conoscendo ormai il loro destino.

L’orda procedeva compatta e diligente. I corpi nudi, scolpiti da guizzanti muscoli, erano ricoperti da strani tatuaggi, e con passi sicuri e veloci sembrava scivolassero sull’erba scura.

Appoggiate sulla schiena due daghe incrociate erano trattenute da larghe cinghie di pelle.

Sul viso mostruoso, senza bocca ed orecchie, risaltavano due occhi vacui e un orifizio al posto del naso. Essenziali macchine da guerra.

I fulmini accompagnavano il loro incedere quando, improvvisamente, ne cadde uno in mezzo all’orda. Alcuni corpi presero fuoco e un olezzo di carne bruciata si alzò sulla radura. Non un lamento o grido di dolore si levò dal gruppo, i resti maleodoranti e carbonizzati vennero scavalcati con noncuranza e l’orda si ricompattò velocemente riprendendo la marcia di gran lena.

Ormai Poison era a vista d’occhio.

Con orrore Radah si accorse che all’appello mancava il fratellino Aruk. Un ragazzo si offrì di andare a cercarlo, ma appena uscito dal rifugio sentì alte grida e capì che Poison era ormai stata invasa dagli aggressori.

Una donna anziana non riuscì a trattenere un grido quando si rese conto della presenza di un bambino sotto il letto. <<Aruk, cosa fai qui?>> chiese preoccupata

<<Non voglio lasciarvi>> pigolò il bambino con lo sguardo triste guardando la nonna.

<<E’ molto pericoloso, dovresti essere con Radah e tua madre.>> La donna intimò al marito di guardare fuori dalla finestra e accertarsi se ci fosse pericolo.

<<Ho paura che sia troppo tardi>> disse il vecchio. I due anziani si guardarono negli occhi colmi di angoscia.

Dall’esterno si sentivano le grida degli uomini che combattevano contro gli umanoidi, che in assoluto silenzio affondavano le daghe sui paesani indifesi. Una lotta impari destinata a finire presto. I corpi orribilmente mutilati si afflosciavano sulla terra intrisa di sangue.

La resistenza del villaggio, pacifico ed inerme, durò pochi minuti. Gli uomini del villaggio vennero sopraffatti facilmente e massacrati.

Come se ubbidissero ad un comando telepatico i bruti si avventarono verso le abitazioni sfondando

le fragili porte e irrompendo all’interno per completare la carneficina.

Nel frattempo la coppia di anziani intimò, con un gesto perentorio, al nipotino di nascondersi sotto il letto, e si diressero verso la porta aspettando rassegnati. Due umanoidi entrarono in casa e velocemente posero fine alle loro vite. Aruk, sotto il letto, si mise una mano davanti alla bocca per reprimere il grido di dolore mentre le lacrime gli solcavano il viso.

Soddisfatti gli assassini uscirono senza degnare di uno sguardo la misera abitazione.

Lontano da quel luogo, nel cielo, apparve improvvisamente, senza rumore, un enorme monolito con una propaggine inferiore lunga un centinaio di metri che terminava a punta come un cuneo di pietra. Sospeso a trecento metri dal suolo, sembrava immobile, ma si spostava molto lentamente.

Volgor, con occhi glauchi e attenti scrutava lo spazio davanti a sé. La barca, sulla quale si ergeva imponente, solcava le acque che ricoprivano quasi totalmente la superficie del monolite.

Un chiarore abbagliante illuminò il cielo. Un altro monolito si materializzò nel silenzio assoluto. Tozzo e piatto, muovendosi in orizzontale come un’astronave aliena, si accostò lentamente al primo quasi fino a toccarlo.

Altissimi e frondosi alberi, color zafferano, ricoprivano in gran parte la superficie, mentre fiocchi di neve rossi scendevano pigri e si posavano silenziosi.

La donna camminava lentamente con portamento regale, trascinando la lunga veste, incurante della neve. Abbassò il cappuccio, che si adagiò sulle spalle, rivelando un viso non più giovane ma dai lineamenti belli e delicati. Aveva capelli argentei e una larga benda nera le ricopriva gli occhi. Malgrado la cecità si muoveva sicura e senza disagio. Ai suoi piedi un gatto bianco si strusciava continuamente e sembrava la guidasse nel cammino.

Un terzo monolito si fermò a debita distanza dagli altri due. Il paesaggio era l’immagine della desolazione assoluta.

Era alto e magro e camminava nervosamente a scatti per scansare i sassi che ricoprivano completamente il suolo.

Dietro di lui, sospesa dal suolo, una grande e massiccia lastra di granito bianco lo seguiva nel cammino, come un cane segue il suo padrone.

<< Che bella sorpresa>> disse l’uomo <<I miei adorati fratelli si ricordano di me ogni tanto. Fatemi pensare, saranno duecento anni che non ci vediamo? O mi sbaglio?>>

<< Keto lo sai che per noi il tempo non esiste>> rispose Volgor

<< Ma quando vivi da solo su mondi inospitali come capita a me il tempo non passa mai.

Acqua, alberi ed animali fanno parte di Artis e Celler dove vivete voi, ma nostro padre ha deciso di esiliarmi su questa pietraia di Sator.

Questi monoliti sono le proiezioni dei nostri mondi, ebbene questo paesaggio desolato lo dovete moltiplicare per sette. Sette sono i pianeti che devo custodire, tutti uguali, e dove sono esiliato da molti anni.>>

<<Nostro padre, Samar, ha sofferto prima di prendere quella decisione, ma le tue intemperanze lo hanno costretto.

Tu sai che ha un particolare affetto per gli umani e tu sistematicamente li attacchi e li uccidi. Anche adesso ti stai divertendo a giocare con le loro vite. Credi che lui sia contento?>> chiese Arla.

<<Sono assolutamente penosi questi miseri esseri, prigionieri delle loro debolezze. Non sopporto i loro atteggiamenti, i loro sentimenti puerili. Amore, odio, la pietà, la frustrazione, la paura, la commozione. Non si rendono conto che stanno distruggendo il loro mondo senza capire che fortuna hanno a viverci. Si combattono e si uccidono. Io li aiuto nell’impresa. E’ molto divertente>> chiosò Keto.

Un attimo dopo il monolito sassoso scomparve lasciando Arla e Volgor senza possibilità di replicare.

I due fratelli discussero a lungo su come risolvere il problema, infine decisero di come ostacolare i capricci di Keto.

Occorreva intervenire velocemente, sperando che Samar non lo venisse a sapere per non incorrere nella sua terribile ira.

Rimasto sotto il letto fino a quando non intese più nessun rumore, Aruk uscì silenziosamente dalla casa, vide con raccapriccio corpi smembrati e sangue ovunque. Riconobbe suo padre, si inginocchiò e pianse disperatamente.

Piccoli fuochi sparsi resistevano alimentati dal vento, mentre corvi e animali attirati dall’odore, si invitavano al banchetto della morte.

Aruk si alzò rabbrividendo, si passò la mano sugli occhi bagnati e si diresse, correndo, verso la grotta con la cascata per raggiungere la madre e la sorella.

Fecero passare del tempo prima di ritenere cessato il pericolo.

Radah fu la prima ad uscire dal rifugio e vide l’osceno spettacolo di morte. Quando tutti furono fuori resero l’ultimo saluto ai propri cari e iniziarono a scavare senza sosta, nel piccolo cimitero del villaggio, fino a che tutti i morti ebbero una dignitosa sepoltura.

Intanto su Sator Keto aprì un altro sacchetto di pelle, rovesciando sul tavolo di granito il suo contenuto di piccoli esseri. <<Questi sono gli ultimi umanoidi che mando su quel misero mondo>> e un amaro sorriso apparve sul suo volto segaligno.

Due giorni dopo si ebbero le conferme che anche altri villaggi furono assaltati dalle orde assassine con altri indiscriminati massacri.

Radah cercava di distrarre il fratellino portandolo in giro. Un giorno camminavano costeggiando il lago vicino al villaggio. Aruk, si allontanò leggermente dalla sorella quando percepì un rumore avvicinarsi. Un attimo di apprensione percorse il suo sguardo mentre incrociava quello di Radah che allarmata fece segno al fratellino di raggiungerla velocemente, quindi insieme si affrettarono verso la riva del lago. Improvvisamente videro alcuni umanoidi che si dirigevano verso di loro. Senza esitare un attimo Radah e Aruk si tuffarono nel lago. La ragazza, prima di immergersi in profondità, vide con la coda dell’occhio, l’immagine distorta dall’acqua mossa, di due figure incombenti e minacciose sulla riva del lago.

Nuotando in profondità raggiunsero un cunicolo conosciuto. Radah prese il fratellino per mano, imboccarono il tunnel, ed insieme raggiunsero poco dopo una camera asciutta dove poterono respirare e riposarsi.

Attesero prima di rifare il percorso inverso e quando riemersero gli umanoidi erano andati via.

Mentre il sole pomeridiano li asciugava, una donna, con i capelli argentei e con una larga fascia nera che le copriva gli occhi, camminava facendo oscillare un lungo bastone davanti a sé per farsi strada, con un gatto bianco che la seguiva. La donna, che procedeva cautamente si fermò, come sentendo la loro presenza, e volgendo il viso verso di loro chiese chi fossero.

Il bambino si avvicinò alla donna e accarezzando il gatto rispose: <<Io sono Aruk, lei è mia sorella Radah. Tu come ti chiami?>>

<<Sono Arla, una vecchia cieca errante>> rispose dolcemente la donna, << Lui è Tor>> disse indicando il gatto << Mi hanno detto che molti villaggi hanno subito degli attacchi da parte di un gruppo di umanoidi armati.>>

<<Anche il nostro villaggio è stato attaccato>> rispose Radah abbassando gli occhi per mascherare il dolore. <<Solo in pochi siamo riusciti a salvarci. I nostri uomini e gli anziani sono stati uccisi senza motivo. Con dei falcetti e dei forconi non puoi affrontare degli assassini armati.>>

Sul viso di Arla apparve per un attimo il dolore e anche rabbia. Soppesando le parole disse:<<Vorrei aiutarvi.>>

<<Come potresti…>> rispose Radah, pentendosi subito di averlo detto.

Capisco che la mia infermità possa condizionare il giudizio, ma credo di essere in grado di aiutarvi>> disse Arla, che nel frattempo scostò i lembi della tunica che indossava, per prendere due scatoline di legno, una bianca e l’altra nera, da una tasca interna. <<Sono sicura che vedendo il contenuto capirai cosa fare>> disse la donna porgendole a Radah.

Arla cercò con la mano la testa di Aruk e gli fece una carezza. Quindi riprese il cammino, oscillando il bastone, con il gatto che la seguiva. <<Ritornerò fra qualche giorno>> disse senza voltarsi.

Radah aprì, cautamente, le due scatoline, si soffermò a guardare il contenuto, quindi le richiuse. Rimase a pensare un attimo e, dopo aver chiamato il fratellino, insieme si avviarono, con passo sostenuto, verso il villaggio.

A casa, la ragazza, mise al corrente anche sua madre dell’incontro con la misteriosa donna cieca.

L’indomani, di buon ora, Radah andò nella casa, ormai purtroppo vuota, dei nonni e dopo aver chiuso tutte le finestre, mise le scatoline aperte sul tavolo della cucina ed uscì chiudendo la porta.

Nel buio della casa, dalle scatoline si sentì un lieve e strano rumore e da quella nera apparvero delle piccole antennine che vibravano. Come se ubbidissero ad un richiamo sonoro anche da quella bianca spuntarono due antennine.

In quei giorni una vasta eco si diffuse dai villaggi vicini vittime, anch’essi, di massacri perpetrati dagli umanoidi.

A Poison, nel frattempo, la vita continuava e si cercava comunque di non pensare troppo alla perdita dei propri cari.

Una, due, tre settimane passarono quando, un giorno, Aruk fu il primo a vedere la donna cieca che oscillando il bastone e seguito da Tor fece il suo ingresso nella piccola radura che fungeva da piazzetta del villaggio.

<<Ciao Arla>>

<<Ciao Aruk>> rispose la donna sorridendo.

<<Temevo che non tornassi più>> disse Radah, che nel frattempo si era avvicinata, rinfrancata di vedere la donna.

<<Invece il vostro problema è diventato anche il mio e adesso credo che i tempi siano maturi per contrastare gli umanoidi>> Quindi rivolgendosi verso Radah le chiese come avesse risolto il problema delle scatoline.

<<Vieni con me e ti faccio vedere>> rispose la ragazza. Giunte nei pressi della casa udirono un ronzio fastidioso ed insistente.

<<Bene>> disse Arla <<Credo che tu abbia fatto un ottimo lavoro. Adesso lasciate che me ne occupi io.>>

La donna si concentrò intensamente mentre si accostava alla porta d’ingresso. Il ronzio che proveniva dall’interno cessò subito. Con un cenno della mano Arla indico a Radah di aprire la porta. L’abitazione era immersa nel buio che fu infranto dalla luce proveniente da fuori. La donna pronunciò sottovoce delle strane parole incomprensibili e poco dopo dalla casa incominciò ad uscire un enorme sciame di strani insetti che si alzò in volo e raggiunta una certa altezza si fermò rimanendo immobile in attesa di qualcosa. In effetti ad un cenno di Arla lo sciame si divise e gli insetti presero diverse direzioni sparendo dalla vista in pochi secondi.

La donna entrò nella casa oscillando il bastone seguita dal gatto. Malgrado la sua cecità si diresse verso la cucina. Tor saltò agilmente sul tavolo e con il muso avvicinò le scatoline ad Arla che sentendole con la mano si sincerò del loro contenuto, le richiuse e le mise nella tasca interna sotto il mantello. Quindi uscì.

<<Adesso dobbiamo solo aspettare che i nostri animaletti facciano il loro lavoro.>> disse sorridendo la donna.

Poco dopo uno sciame individuò dall’alto un’orda che si apprestava a raggiungere un villaggio. Gli insetti scesero velocemente verso di loro fino ad avvolgerli in una nube ronzante ed agguerrita. Presi alla sprovvista, gli umanoidi reagirono avventatamente impugnando le daghe e cercando di colpire lo sciame impazzito, ma, in realtà, si colpivano a vicenda mutilandosi con violenza. Braccia e teste vennero tranciati orribilmente mentre il sangue arrossava la terra.

Tutte le orde, attaccate dagli sciami inferociti, subirono la stessa fine e divennero dei carnai sanguinanti.

Nel frattempo alcuni insetti si infilarono nei grossi orifizi sotto il naso degli umanoidi e inarrestabili, attraverso le mucose nasali, risalirono fino all’interno della scatola cranica dove incominciarono a cibarsi del cervello aiutandosi con le piccole ma robuste pinze. Gli umanoidi reagirono, come impazziti, portando le mani (per chi le aveva ancora) sulla testa e rotolandosi per terra dalla disperazione.

La fine arrivò lentamente finché non rimasero immobili. Quando gli insetti ripresero il volo, un silenzio attonito avvolse la radura.

Tutti gli umanoidi, creati per uccidere, fecero una terribile fine. Nessuno riuscì a salvarsi.

Anche gli insetti, esausti per le lunghe distanze coperte, si avviarono a completare il loro breve ciclo biologico.

Dove caddero gli umanoidi in poco tempo non rimase più niente. I corpi sparirono, e soltanto un attento osservatore avrebbe notato, al loro posto, centinaia di piccolissimi esseri morti.

L’indomani la notizia fece velocemente il giro dei villaggi e, senza dimenticare il pesantissimo tributo di morti dovuto pagare, ci furono comprensibili manifestazioni di felicità.

Anche a Poison la notizia venne accolta con soddisfazione.

Radah cercò ovunque Arla che però sembrava sparita. Vide un gatto bianco infilarsi in una via e per un attimo credette di riconoscere Tor, gli corse dietro ma all’improvviso non lo vide più.

Un sorriso amaro apparve sul viso della ragazza. Il rammarico di non aver ringraziato la donna divenne struggente. Si voltò e vide il fratellino correrle in contro. Lo prese per mano ed insieme si avviarono verso casa.

Sul pianeta sassoso di Sator, Keto, con disappunto, si accorse dello sterminio delle sue orde. Rimase meditabondo per parecchio tempo, soppesando se fosse meglio riprendere il gioco o soprassedere ed aspettare un altro momento.

Ci fu un lampo, il suo tavolo di granito, che lo seguiva perennemente, fu avvolto da una strana nebbiolina azzurra che quando si dissolse rivelò due scatoline di legno. Una bianca e l’altra nera.

La voce tonitruante di Samar si udì in tutti gli angoli dell’Universo: <<Adesso non sei più solo, figlio mio, hai compagnia.>>

Alberto Zanini

Racconto incluso nell’antologia “La cassa” edito da Sensoinverso edizioni

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