INTERVISTA SEBASTIANO AMBRA : “L’enigma del secondo cerchio”

INTERVISTA A SEBASTIANO AMBRA

Autore de: “L’enigma del secondo cerchio”

Flaccovio Editore

Ciao Sebastiano e grazie per aver accettato l’intervista, possiamo darci del tu?

Certamente.

  • Quando hai capito che scrivere sarebbe stato il tuo mestiere?

Ho iniziato a scrivere e a far circolare quello che scrivevo durante gli anni universitari. Da musicista (lo sono stato quasi davvero per una decina d’anni, ma senza crederci) scrivevo di musica. A Roma, dove ho vissuto per un po’, un quotidiano ha accettato i miei pezzi: piacevano, così mi hanno chiesto se me la sentivo di scrivere di politica, di interni. Poi cronaca, e ho iniziato a scrivere storie. Le cercavo, le trovavo, le raccontavo. Ho scoperto che mi piaceva moltissimo. Mi pagavano per farlo, poi, così è diventato un mestiere, e un mestiere siciliano, perché sono tornato in Sicilia. Il romanzo è stato un punto d’approdo. I libri precedenti erano reportage, inchieste. La narrativa è altro e sono felice di esserci arrivato. Anche se vivere di parole scritte è estremamente difficile.

  • Nel libro sono chiari i rimandi a Dan Brown e Camilleri, come questi due autori hanno influenzato la tua scrittura?

Credo che la presenza di Camilleri stia sostanzialmente in alcune atmosfere che mi è piaciuto richiamare, più che altro in apertura e nelle descrizioni della Sicilia degli anni Quaranta. Dan Brown, invece, lo cito proprio, ma lo faccio – non me ne voglia – per prendere un po’ in giro il genere: calarmi in atmosfere un po’ cupe, con enigmi duecenteschi, chiamava in causa soprattutto – in questo periodo storico – un autore come lui prima ancora che Eco (sebbene io mi rifaccia decisamente più a quest’ultimo), e visto che tendo sempre a sdrammatizzare, ad alleggerire con ironia, ho pensato di tirare per la manica i personaggi dal romanzo e farli parlare come se si stessero osservando da fuori, facendogli dire qualcosa del tipo “oh, pensa se questa storia assurda fosse una di quelle americanate alla Dan Brawn”. Quindi più che a lui faccio riferimento (per il modo in cui ho immaginato il libro) ad autori come Lansdale (“Mucho Mojo”, ad esempio, è un romanzo importante per me, pensando al thriller, anche se proprio di thriller non si tratta), oppure Savatteri per certe trovate, o anche Malvaldi. Mi piacciono molto i loro personaggi e l’ironia con la quale si muovono di continuo, e nel caso di Lansdale mi piace moltissimo la costruzione delle storie, la solidità dell’intreccio.

  • Il genere thriller esoterico non è un filone di facile gestione, come ti sei documentato per scrivere questo libro?

L’idea è nata da un’inchiesta portata avanti per qualche mese dalle mie parti: avevo lavorato a lungo sulla presenza dei nazisti ad Acireale negli della seconda guerra mondiale, cercando di capire il perché di una presenza così massiccia. Le truppe di Hitler occuparono la città per un lungo tempo, e il numero dei soldati mi parve francamente spropositato, e strani mi parvero i bombardamenti degli inglesi dalla costa, in alcuni casi devastanti. Uno su tutti è finito nella leggenda, perché ad oggi è rimasto senza una reale spiegazione, con le vite di diversi acesi spazzate via. Lavorando scoprii diverse cose (raccontai, ad esempio, dell’unico caso di deportazione di ebrei prima della promulgazione delle leggi razziali), ma non riuscii a venire a capo di quei bombardamenti. Venni a sapere, però, di una storia curiosa, una sorta di leggenda metropolitana: la vicenda di un furto ai danni dei soldati tedeschi. Dopo aver chiuso l’inchiesta, quella storia tornava a girarmi in testa, al punto che un giorno chiesi a Chiara (mia moglie) se una racconto ambientato nel presente ma che trovava le radici in quello strano furto potesse funzionare. Non avevo le idee chiarissime su come farlo muovere, ma bastò sentirmi dire che era una buona idea. E nacque. Certo, dovetti lavorare parecchio, più che per un’inchiesta giornalistica. Approfondii gli studi sulle truppe tedesche in Sicilia, e lavorai moltissimo sui rapporti fra il nazismo e l’esoterismo: l’idea di far nascere una sorta di caccia al tesoro in Sicilia, dietro ad un misterioso oggetto legato alle ricerche scatenate da Hitler in Asia, mi affascinava parecchio. Mi documentai molto su questo (i nazisti sotto quest’aspetto sono una fonte inesauribile), e cercando venni a conoscenza di stranissime vicende, tutte documentate. Apprendere di monaci tibetani travestiti da nazisti a Berlino, ad esempio, fu sorprendente, come anche di morti apparentemente rituali nei giorni della fine del conflitto, o di leggendarie spie doppiogiochiste legate a tutto questo. Storie con solide pezze d’appoggio, perfette per incastrarsi in quello che raccontavo, nonostante il cuore della vicenda fosse a Palermo. Insomma: ho preso tutta questa roba un po’ folle (sebbene esistano documenti che in qualche modo ne attestano la credibilità), l’ho shakerata e l’ho calata in una storia che si muove nelle viscere del capoluogo della Sicilia (e per questo ho dovuto lavorare un bel po’ anche sui beati Paoli e sui leggendari cunicoli nei quali si muovevano). Volevo fare in modo, poi, che la chiave per trovare l’oggetto fosse legata alla soluzione di un enigma duecentesco, anche questo legato a doppio filo ai nazisti, e l’ho creato. Ho impiegato tre mesi per immaginarlo, metterlo su e farlo funzionare, facendo leva sui miei studi universitari. Alla fine tutti gli ingranaggi erano al loro posto: la storia camminava da sola.

  • Il prossimo romanzo vedremo ancora la “coppia” Portanova/Iudice?

In genere quando presento il libro c’è sempre la domanda sulla possibile serialità dei protagonisti, sul ritorno in una nuova storia, e questo mi fa piacere. Significa che in qualche modo sono vivi, ci si può affezionare. Non nascondo che ho immaginato una storia con Tommaso ancora protagonista, e che l’ho fatto perché da tempo ho in mente un romanzo con al centro un mistero dall’aria vagamente soprannaturale. Lui, col suo fare goffo, in un certo senso pavido ma con un solido bagaglio di spavalderia, sarebbe perfetto per indagare.

Adesso, però, sto lavorando ad un romanzo che richiedeva un protagonista diverso. Mi ci sono buttato a capofitto per via di una sorta di folgorazione: la storia mi è letteralmente saltata in mente, all’improvviso, e mi è sembrata un’idea da non far perdere nella memoria. Tommaso aspetterà. A dirla tutta deve ancora recuperare le forze.

  • C’è un consiglio che ti senti di dare ai giovani esordienti?

Nella narrativa, in fondo, sono esordiente anch’io, e nonostante sulla scorta di questo romanzo mi sia capitato più d’una volta di sentirmi chiedere consigli mi trovo ancora oggi in difficoltà a dare risposte. Vero è che ho pubblicato con un editore importante, un editore che ha la forza per una buona distribuzione nazionale e per fare sentire la sua presenza alle fiere, o nell’ambito delle presentazioni all’interno delle librerie (riconosco quanto da esordienti ci si possa e ci si debba sentire fortunati per questo), ma in fondo si tratta ancora della prima prova per me. Posso dire, in questa condizione attuale, che bisogna scrivere anzitutto per il piacere di scrivere. Può sembrare una banalità o, peggio, un conato di retorica, ma credo sia importante sottolineare che se si scrive per puro piacere ci si può sentire davvero liberi. La scrittura, nella sua purezza, è forse una delle più grandi forme d’evasione. Un atto di creatività capace di portarti fuori dal mondo, di farti abbandonare le imperfezioni obbligatorie che ti fanno attraversare le giornate, e farti vivere come realmente vorresti. Credo che scrivere sentendosi attraversati da questa sensazione significhi lavorare da scrittori, e se lavori da scrittore, se realizzi un vero prodotto editoriale, alla fine troverai qualcuno disposto a scommettere su di te.

  • Quando hai scritto il romanzo avevi già tutto in mente o la storia è nata “sotto le dita”?

Sotto le dita avevo un piccolo racconto, il nucleo del romanzo. Inizialmente tutto cominciava e finiva in una provincia, e si risolveva nel giro di poche ore. Ho avuto la fortuna, poi, di poter sottoporre questa piccola storia ad alcuni amici scrittori, scrittori che reputo in gamba (in un caso non solo io: arrivare fra i nomi dello ‘Strega’ è una certificazione come si deve), e i loro consigli l’hanno fatta crescere. Hanno fatto in modo che si muovesse in più luoghi e che si sprovincializzasse, spostandosi a Palermo ma senza perdere di vista il luogo dove trovano origine i fatti. Gli stessi consigli, poi, hanno fatto in modo che i personaggi venissero caratterizzati meglio, che i loro dialoghi fossero meno asettici. Li ho anche letteralmente tirati fuori dal romanzo, scrivendo delle piccole storie su ciascuno di loro, in modo tale da poterli osservare dall’esterno, farli vivere in condizioni diverse e poi immetterli nuovamente nella storia, ma con i loro personali bagagli che li rendevano tutti differenti. Sono stati più di due anni di lavoro: scrivere e riscrivere lo stesso romanzo, limandolo, smontandolo e rimontandolo. Se inizialmente avevo tutto sotto le dita, quindi, quelle stesse dita hanno poi scavato tantissimo.

Grazie per la disponibilità e in bocca al lupo dai Gufi Narranti.

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