Intervista impossibile: David Usilla parla con Ulisse

E’ una bella mattina di maggio, il mare è azzurro ed un tiepido sole illumina la mattina di Itaca. Sbarco nel porticciolo di Kioni e sulla banchina mi attende lui, il re di Itaca, il famoso Ulisse. Il panorama è mozzafiato. Da una parte il mare azzurro color del cielo e dall’altra la collina verdeggiante di ulivi. Ci sediamo fuori da un baretto affianco ad una casetta gialla con dei sgargianti infissi verdi. Ordiniamo due birre, due panini e iniziamo a chiacchierare.

D1- Grazie della disponibilità e della cortese ospitalità. Possiamo darci del tu?

R1- Ma certamente.

D2- Tu sei ricordato come un grande uomo di mare però tu non ti ci ritrovi tanto in questa veste, dico bene?

R2- Assolutamente vero, io sono un montanaro, questa è un’isola che vive di aratro e di frumento, dei frutti delle viti e degli ulivi. Certamente il mare che ci circonda ci regala un po’ di pesce ma nessuno qui è davvero uomo di mare. Furono gli dei d’Olimpo ed una lunga guerra a portarmi un giorno a navigare ma io non sono mai realmente appartenuto al mare. Guardati intorno, le vedi le colline? Vedi il verde degli ulivi? Questo è il mio regno, questa è la mia vera anima. Senti gli odori delle colline, delle viti degli ulivi delle campagne che si mischiano al salmastro del mare?  Questo è il mio mondo.

D3-Non vivesti bene il momento in cui ti toccò lasciare Itaca per seguire Menelao alla volta di Troia tanto che tentasti persino di fingerti pazzo pur di restare a Itaca. Ce ne vuoi parlare?

R3-Si dici bene. Era un periodo bello della mia vita, avevo una bella moglie ed era appena nato mio figlio Telemaco. Un giorno venne Menelao, accompagnato da Agamennone, mi chiese aiuto per liberare sua moglie Elena che era stata rapita da Paride figlio del re di Troia Priamo. Io non avevo alcuna voglia di lasciare Itaca per impegnarmi in una guerra che si preannunciava lunga e sanguinosa. C’era però un tacito patto tra noi regnanti che ci imponeva di accorrere in aiuto di chi si fosse trovato in difficoltà. Provai a fingermi pazzo ma non funzionò e dovetti partire tra le lacrime di Penelope, mia moglie, ed Anticlea, mia madre.

D4-La guerra alla fine la risolvesti tu con il colpo di genio che ti porto a pensare al famoso Cavallo di Troia. Ti va di raccontarci come andò?

R4- Mi venne in effetti questa idea e decidemmo di svilupparla. Epeo e Atena costruirono questo grande cavallo usando il legno preso dal boschetto sacro di Apollo e poi facemmo scrivere in grande: «I greci dedicano questa offerta di ringraziamento ad Atena per un buon ritorno». Il cavallo venne riempito con una cinquantina di soldati, comandati da me. Il resto dell’esercito venne fatto trasferire sull’isola di Tenedo. I troiani pensando che davvero ce ne fossimo andati, credendo quindi che la guerra fosse giunta finalmente al suo epilogo, trascinarono con gioia e felicità il cavallo dentro le mura cittadine. Certo, prima di farlo entrare discussero molto, e per fortuna nostra non diedero ascolto ad una certa Cassandra che ebbe la premonizione del fatto che il cavallo fosse una trappola e fosse piena di soldati nemici.  Alla fine ebbe la meglio chi voleva far entrare l’imponente cavallo all’interno delle mura.  La notte passò grandi festeggiamenti. Al segnale convenuto però la flotta parti da Tenedo alla volta di Troia e noi uscimmo dal cavallo. Non fu difficile a questo punto avere la meglio sui nostri nemici.

D5- A questo punto era giunta l’ora di rientrare a casa dalla tua gente e dai tuoi affetti. Ma non tutto andò per il verso giusto. Che successe?

R5- Beh diciamo che non ero nelle grazie di Poseidone, anzi mi odiava proprio e fece di tutto per impedirmi di rientrare ad Itaca. Mi odiava a tal punto che per impedirmi di fare ritorno a casa mi scatenò contro fortissimi venti che mi fecero naufragare tantissime volte e mi fecero approdare in terre pericolose.

D6- In effetti il viaggio ti porto ad affrontare tanti pericoli. Si ricordano ad esempio Polifemo, le sirene, la maga Circe, Scille e Cariddi, e tanti altri. Però alla fine tornasti a casa. Raccontaci il tuo rientro a casa.

R6- Quando arrivai a Itaca fui ospitato da Eumeo, il porcaro del mio palazzo, sotto le mentite spoglie di un mendicante. Successivamente rivelai a lui e a Telemaco la mia identità e mi feci accompagnare, sempre travestito da mendicante, alla reggia. Qui partecipai ad una gara di tiro con l’arco organizzata da Penelope nella quale il premio era la sua mano. La gara consisteva nello scoccare una freccia dal mio arco, molto pesante, e farla passare attraverso 12 scuri allineate. Nessuno dei pretendenti riusci neanche a tenderlo il mio arco. Toccò a me e, sotto gli sguardi torvi dei proci, non fallii la prova. Poi con l’aiuto di Atena e di Telemaco scatenai la vendetta e sconfissi gli intrusi. Penelope per accertarsi che fossi davvero io volle mettermi alla prova e mi chiese di spostare il talamo nunziale. Ciò era impossibile perché lo intagliai io stesso in un ulivo ancora in vita e quindi non si poteva spostare. Mia moglie allora mi abbraccio, mi strinse e si commosse.

D7- Quindi per la seconda volta ti è toccato superare delle prove per avere la mano di Penelope.

R7- Eh già dici bene. In effetti per avere il privilegio di sposarla dovetti battere una folta concorrenza nel corso dei giochi che suo padre Icario, re di Sparta, organizzò per trovare il più meritevole di ottenere la sua mano. Lei, mi disse poi, in cuor suo aveva già deciso chi avrebbe voluto come marito e qualcuno ero io. Andò bene, io vinsi i giochi e la sposai. Portarla a Itaca fu un po’ complicato viste le resistenze di suo padre a lasciarla partire ma lei decise che il suo posto era dove ero io e partì con me.

D8- Cosa ricordi del tribolato viaggio che ti ha riportato a casa?

R8-Non fu una passeggiata e persi tanti compagni di viaggio ed amici. Ci furono prove difficili da affrontare. Ci furono momenti anche belli ma la nostalgia di casa prevaleva su tutto e mi spinse a dare tutto me stesso per riuscire nell’impresa. Ricordo Nausicaa, il ciclope Polifemo, Scilla e Cariddi, la terribile maga Circe, Calipso, i Lestrigoni, i Lotofagi e i Feaci. Fu dura ma alla fine sono riuscito a tornare a casa.

D9- C’è un ultima domanda che ti vorrei porre e riguarda il tuo nome. Tu sei Odysseus ma ai nostri tempi sei ricordato come Ulisse, come mai?

R9-In effetti il mio nome è Odysseus, ed infatti il poema che narra le mie avventure (e di cui devo ringraziare eternamente il buon Omero) si chiama Odissea. Ulisse è una sorta di soprannome che mi fu dato dai Romani e reso celebre da un certo Livio Andronico e che significa “Ferito ad un’anca”), in riferimento a una ferita riportata alla coscia in una battuta di cacci al cinghiale nelle foreste di Castalia.

D10-Grazie mille per la pazienza e la disponibilità.

R10- Grazie a te grazie, ai tuoi lettori e a chi continua a leggere le mie avventure. Vi aspetto qui ad Itaca.

 

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