INTERVISTA A GIUSEPPE DI BERNARDO – DISEGNATORE

INTERVISTA A GIUSEPPE DI BERNARDO – DISEGNATORE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Oggi abbiamo l’onore di poter ospitare sulle nostre pagine Giuseppe Di Bernardo, disegnatore dal curriculum davanti al quale si deve togliersi il cappello, tanto per citare alcuni dei suoi lavori nominiamo “The Secret” (miniserie formata da otto volumi al quale va aggiunto il n°0), edito nel 2011 dalla Star Comics

“L’insonne” le cui pubblicazioni coprono un ampio spazio di tempo e non è agevole elencare qui. Dal 2002 è anche il disegnatore del mitico “Diabolik”.

Ma noi lo abbiamo invitato per parlare principalmente del suo nuovo lavoro dell’ Editore Inkiostro:  “Il Mostro di Firenze – Enigma senza fine”, i cui disegni sono affidati a Vittorio Santi.

  • Innanzitutto ciao Giuseppe, possiamo darci del tu?

Ho letto con molto piacere e interesse il volume che porta la tua sceneggiatura “Il Mostro di Firenze – enigma senza fine”.

Parto dicendo che anch’io seguo da tempo le vicende del Mostro, documentandomi sia attraverso le fonti “ufficiali” (Michele Giuttari, per intenderci) che quelle alternative, delle quali, su tutte, cito il lavoro del documentarista Paolo Cochi.

Del fumetto, per chi ha seguito le vicende fino ai recenti/ultimi sviluppi è chiara la tua idea.

  • Da quanto avevi in progetto un lavoro sul Mostro?

L’idea di scrivere del Mostro di Firenze è stata con me da quando ho iniziato a fare Fumetti. Quando il Mostro era al massimo della sua spaventosa fama, io ero un ragazzino che stava passando dall’infanzia alla pubertà. Potete solo immaginare che impatto possa aver avuto quella vicenda sulla psiche della mia generazione, soprattutto se, come me, si trattava di ragazzini con una particolare attrazione verso il mistero.

La mia prima serie a fumetti, dal titolo “l’Insonne”, andata in stampa nel 1994, era ambientata a Firenze e la protagonista, una deejay nottambula, si trovava a indagare su serial killer che emergevano dal buio della notte e dai deliri della mente umana. Il Mostro non è mai comparso fisicamente nella serie, ma era una presenza concreta e allo stesso tempo intangibile.

Le stesse atmosfere le ho poi riproposte in “Cornelio, delitti d’autore” scritto con Mauro Smocovich e il famoso giallista Carlo Lucarelli. Poi, ormai quattro anni fa, mi sono imbattuto in un filone poco seguito della vicenda del Mostro, almeno fino ad allora, ho approfondito e sono arrivato ad una mia versione dei fatti. A far quadrare il cerchio è stata la casa editrice Edizioni Inkiostro che sta realizzando una linea sui serial killer dal titolo “Real Cannibal”. Hanno già trattato Manson, Cikatilo e Ted Bundy, e quando mi hanno chiesto di scrivere del Mostro ho accettato subito, ma ad una condizione: non avrei raccontato la versione dei fatti ufficiale ma solo una mia personale ricostruzione, un testo che spiegasse cosa poteva aver mosso l’assassino. Quindi non poteva essere altrimenti che una storia di fantasia, non la cronaca della vicenda giudiziaria.

 

  • Come mai hai deciso di non disegnarlo tu?

 

In effetti me lo chiedono spessissimo. Vedi, io raramente disegno quello che scrivo. lo so, per alcuni è pura follia. Ho colleghi che si farebbero tagliare la mano sinistra per disegnare le loro storie. A me non è mai interessato, anzi. Preferisco tener distinti questi due aspetti di me, almeno fino a quando non capìti davvero l’occasione ottimale. Poi io sono costantemente impegnato a disegnare Diabolik e non posso mollarlo per i sei mesi che servirebbero a disegnare una graphic novel come questa del Mostro.

Fortunatamente il disegnatore ha fatto un lavoro che non ho paura a definire certamente più adatto rispetto a quello che avrei potuto fare io. Vittorio è stato un mio allievo durante un corso di fumetto organizzato da Lucca Comics una decina di anni fa. Si è applicato molto in questi anni e le tavole, che mi ha costantemente mostrato, sono migliorate in maniera esponenziale. Ha pubblicato “Mozambico Blues” ed “Emma”, ed è docente alla Scuola Internazionale di Comics di Brescia. Per Beccogiallo  ha disegnato una graphic novel dedicata alla Strage dell’Italicus, un argomento che viene citato anche nel nostro volume sul Mostro. E’ abilissimo col bianco e nero e farei altre cento volte la stessa scelta.Giuseppe Di Bernardo

  • Nel tuo libro si accenna solo in una vignetta al contadino di Mercatale, dandogli un ruolo specifico. Perché neanche tu credi alla “versione ufficiale” per quanto Pacciani sia morto da uomo libero (in attesa di un nuovo processo)?

Vorrei poterti portare un elemento concreto a favore dell’innocenza di Pacciani, ma ho solamente degli indizi. I periti parlarono di un assassino alto almeno un metro e ottanta e il contadino di Mercatale era molto più basso. In più le cronache ci parlano di una sua sessualità piuttosto esuberante, mentre le vittime del Mostro non hanno subìto violenza sessuale. Oltretutto non ce lo vedo a preparare la busta con il feticcio mandata agli inquirenti, in un modo che sembra uscito da un film dell’orrore dell’epoca o da un romanzo thriller. Credo che gli inquirenti siano rimasti molto colpiti dal suo precedente del 1951, ovvero l’omicidio Bonini, a tutti gli effetti una agressione a una coppia. E allora il Vampa era forse semplice manovalanza per soldi? Premesso che la questione della famosa “ricchezza” di Pacciani è stata smontata più volte, se questa storia del Mostro fosse un romanzo giallo, direi che il soggetto è un po’ contorto e contraddittorio. Prima si è cercato un serial killer unico, un lust murder, poi, siccome non ci tornavano i conti, si ipotizzò un mandante. Sfortunatamente, però, certe “pulsioni” non si possono placare per interposta persona. Il lust murder vuole soddisfare personalmente i suoi bisogni. Quindi si cercò una motivazione che non fosse quella sessuale ed ecco nascere l’idea dei complici e della setta esoterica, organizzazione di cui, malgrado abbia cercata con impegno, non ho trovato traccia nella dinamica dei delitti e sulla scena del crimine. Ma voi, se foste una potente organizzazione esoterica composta da insospettabili colletti bianchi, vi affidereste a quel gruppo di disadattati e ubriaconi?

  • Il tuo fumetto fa un chiaro riferimento, anche per assonanza dal nome da te scelto (Dante) a uno dei personaggi coinvolti (con più insistenza di recente) nelle indagini. Non temi che la cosa possa essere poco gradita soprattutto all’interessato?

Non saprei a chi ti riferisci. Come detto più volte nel fumetto, il riferimento a persone e fatti reali è puramente casuale. Io sono partito dalle notizie di cronaca che tutti potevano leggere per scrivere una storia di fantasia, con nomi e situazioni inventate. Che si tratta di personaggi di fantasia lo prova il fatto che alla fine della storia compare Desdemona Metus, la mia storica eroina, e quindi anche questo volume appartiene al suo universo narratico. Chiunque si riconosca nei personaggi della storia, magari ha solo voglia di sentirsi protagonista.

  • Geniale l’idea della fine della pistola. È una tua creazione o qualcuno (che mi sono persa) l’aveva ipotizzato?

Grazie. Attenzione, spoiler! Nessuna citazione, farina del mio sacco. Se io fossi stato il mostro avrei fatto esattamente questa scelta. Certo, avrei dovuto avere la “fortuna” che mia madre morisse proprio negli anni dell’indagine, chissà se è successo davvero. Nel caso che qualcuno degli attenzionati dalla polizia avesse perso un congiunto in quel periodo, beh, un’occhiatina alla sepoltura suggerirei di darla. Non si sa mai. Tra l’altro, ho scoperto recentemente che nel 2010 a Marghera, una calibro 22 è saltata fuori da un forno crematorio. La fantasia insegue sempre la realtà ma resta un passo indietro.

  • Parliamo un attimo anche dei tuoi altri lavori. Ho amato molto la serie The Secret, vuoi raccontarci come è nato il progetto e perché (accidenti) si è conclusa dopo soli otto volumi?

Cosa c’è di reale nella fantasia e di fantastico nella realtà?

Gli UFO e gli alieni sono sempre stati al centro della mia curiosità. Ho letto il mio primo libro di Peter Kolosimo all’età di tredici anni ed è stata una folgorazione. Non sono un “believer”, non mi bevo qualsiasi cosa si dica su tematiche alternative, ma non le bollo a prescindere come una sciocchezza. The Secret si basava sul lavoro di quei ricercatori definiti “di confine” come Gregg Braden, David Icke, Zecharia Sitchin e l’italiano Corrado Malanga. Seguendo il protagonista Adam Mack, ho provato a far luce sul folklore e sui miti moderni legati al complottismo, al fenomeno delle interferenze aliene e dei cerchi nel grano, fino a immaginare la storia segreta del pianeta. Soprattutto, insieme ad Adam, si intraprende un viaggio in noi stessi che ci porta alla riscoperta e al ricongiungimento con la nostra Anima. Anche nel caso di The Secret sono partito da ricerche reali, anche se spesso molto discutibili, per costruire una storia di fantasia che magari facesse venire qualche dubbio. Mi è capitato successivamente di leggere e ascoltare la trama del mio fumetto proposta come se fosse reale. Questo mi ha dimostrato, sempre ce ne fosse stato bisogno, che non si deve credere a tutto quello che ci raccontano i ricercatori alternativi, soprattutto quelli improvvisati.

La miniserie si è conclusa all’ottavo numero perché era prevista di solo otto episodi. Successivamente è stata ristampata dalle Edizioni Inkiostro in quattro bei volumi con l’aggiunta di due storie inedite, una dedicata al lavoro di Mauro Biglino e una ai Vimana e al lavoro del caro amico Enrico Baccarini.

  • Legato al tuo fumetto “L’insonne” ho visto nel web che c’era il progetto di un film o una serie televisiva, come è andata a finire?

L’Insonne è un fumetto thriller che ha come protagonista Desdemona Metus, una giovane DJ di Radio Strega, affetta da una misteriosa insonnia. La trasmissione radiofonica notturna che conduce si intitola L’Insonne e, grazie a questa, la ragazza entra in contatto con gli ascoltatori che spesso si dimostrano personaggi incredibili e inquietanti. Se proporre una serie a fumetti è complicato, trasformarla in una serie live action è ancora pegio. Semplicemente la casa di produzione che la segue, la Mescalito Film, ci sta lavorando. Speriamo di riuscirci.

  • E infine Diabolik, quando hai iniziato a disegnare, avresti mai immaginato che saresti diventato la “matita” del ladro più famoso della storia del fumetto?

Ho iniziato a disegnare Diabolik per una serie di fortunati eventi. Dopo otto anni di prove e porte in faccia stavo per smetterla coi fumetti e dedicarmi a tempo pieno al lavoro nel campo della pubblicità televisiva, quando per caso ho conosciuto una persona che mi ha presentato Giorgio Montorio, inchiostratore di Diabolik, che mi ha proposto alla casa editrice Astorina. Prove fatte, piaciute e subito al lavoro. Forse le mie oltre quaranta tavole di prova fatte in precedenza per altri editori non erano così male, ma si sa che le dinamiche umane sono più misteriose di una reazione alchemica. Oggi faccio Diabolik cercando di innovare restando fedele alla tradizione. Cerco di rifarmi all’immenso Zaniboni, ma inserendo maggiori movimenti di camera e punti di vista diversi. Il problema è mediare tra quello che i lettori si aspettano e quello che piace disegnare a me. Credo che sia molto più difficile scrivere Il Re del Terrore rispetto al disegnarlo, ma chissà, magari in futuro potrei trovarmi anche dall’altra parte della barricata. Sarebbe molto stimolante.

  • Hai lavorato anche per Bonelli occupandoti tra gli altri dell’investigatore dell’incubo. C’è un fumetto esistente che ti piacerebbe poter disegnare?

No, non ho mai disegnato né scritto una storia di Dylan, ma mi piacerebbe moltissimo. Il mio primo lavoro, però, sono state delle illustrazioni per il Gioco di Ruolo di Dylan Dog che però non era edito da Bonelli. Per il prestigioso editore di Via Buonarroti ho disegnato un episodio di Mister No insieme al mio maestro Marco Bianchini a metà degli anni 90. Bellissima esperienza. Cosa mi piacerebbe disegnare? Certamente Dylan e Martin Mystere, ma anche i fumetti di Star Wars e Star Trek.

  • Hai nuovi progetti indipendenti in mente?

Sì, ci sono un paio di idee, ma non le rivelerò adesso. Le idee sono come piccole piantine appena nate che vanno protette fino a quando non diventano forti e pronte ad affrontare le intemperie del mondo.

 

  • Starei ore a parlare con te ma non vorrei portarti via troppo tempo, quindi per ora ti ringrazio della disponibilità, sperando di rivederti presto sulle pagine de I Gufi Narranti.

 

Grazie a voi dell’ospitalità. Ho sempre amato i gufi, specialmente quelli narranti, ma “i gufi non sono quello che sembrano”. Non potevo terminare senza citare Twin Peaks.

 

 

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