INTERVISTA A GIANLUCA PIROZZI – COME UN DELFINO

INTERVISTA A GIANLUCA PIROZZI – COME UN DELFINO

delfino

 

Ciao Gianluca, bentornato sulle pagine de “I Gufi Narranti”. Abbiamo da poco recensito il tuo nuovo romanzo “Come un delfino”, approfittiamo ora di farti alcune domande:

 

  • Partiamo dall’inizio, il titolo: “Come un delfino” mi ha fatto pensare al protagonista e al suo alternare grandi salite a profonde discese nella vita. Puoi darci chiarimenti sulla scelta del titolo?

C’è una motivazione che sta più in superfice ed è puramente aneddotica. Un anno fa, questo romanzo non si chiamava ancora… nel senso che aveva alcuni titoli solo provvisori che in qualche modo non mi piacevano. Ero al mare, rileggevo alcuni capitoli, mia figlia mi ha chiesto che cosa stessi facendo e le ho spiegato che stavo finendo una storia. Lei mi ha domandato come si chiamasse… in quel momento ho esitato ed ho ammesso che non sapevo ancora come si chiamasse quella storia che stavo rileggendo. Lei allora mi ha guardato un attimo distogliendosi dal fare i suoi giochi nella sabbia e mi ha detto: “non è possibile che non abbia un nome, come hai fatto a scriverla allora?” e dopo poco esser tornata ai suoi giochi nella sabbia, si è interrotta nuovamente e mi ha detto “chiamalo come un delfino”… io non ho compreso e le ho domandato se dovessi chiamarlo delfino, ma  pronta mi ha risposto “no, papà: chiamalo come un delfino e basta!”. E così è stato. Il libro è dedicato a lei e il titolo che lei aveva dato aveva un suo perché che però, fino ad allora a me era stato poco intellegibile. Ho deciso di chiamarlo così, perché in fondo la vita del protagonista e lui stesso lo dice è una vita vissuta in uno stato quasi perenne di apnea, cioè di assenza di aria, intesa come felicità e proprio come un delfino Vanni sa che l’aria gli è necessaria per vivere e mentre trascorre il suo tempo nell’acqua sa che deve saltare e prendere l’aria per respirare, per vivere, ma sa anche che da quel salto, da quell’aria, lui dovrà ridiscendere.

 

  • Il viaggio è in un certo senso il filo conduttore del tuo romanzo anche se si alternano viaggi veri e propri ai viaggi interiori. Quanto credi sia importante guardarsi dentro e allo stesso tempo rapportarsi con nuove realtà?

Credo che viaggiare sia stata la scoperta che abbia inciso più d’ogni altra sulla mia vita adulta. Ha sicuramente avuto quell’effetto amplificante che speravo avesse sin da quando, per frequentare l’università i miei genitori mi consentirono di trasferirmi da Napoli a Roma. Da allora ho viaggiato moltissimo per lavoro soprattutto, e anche se non ne tiro fuori una storia, nessun viaggio è mai sprecato.

L’esperienza di vivere all’estero ha avuto su di me l’impatto più forte. Non è solo l’immersione in lingua e cultura straniere ad avere quest’effetto, sono anche l’alienazione e la necessità di rivolgersi a sé stessi per strade nuove che possono radicalmente alterare chi sei.

Quando vivevo a Skopje – ma lo stesso è accaduto per il Belgio, per l’India o per la Colombia, in paesaggi e culture a me completamente aliene, avevo la sensazione di imparare sempre qualcosa di nuovo. Andare a fare la spesa, per esempio, mi insegnava ogni volta qualcosa – semplice come una parola nuova o significativa come la maniera in cui i genitori trattano i figli che si lagnano mentre stanno in fila alla cassa – e questo è qualcosa che non c’è, che non provo qui in Italia. Mi piace definirli “i momenti del supermercato”, e cioè che ogni ora di ogni giorno è un’opportunità per imparare, un’occasione per acquisire un certo tipo di conoscenza che non stavo cercando in modo specifico ma che comunque avrà un impatto sul mio mondo.

Tutti i vari tipi di trasformazione che vivevo stando quegli anni in Macedonia o per quattro anni in Belgio, sarebbero arrivati comunque prima o poi. Ma uno scrittore che parte, che vive per un periodo all’estero è come un’orchidea in una serra: tutto ciò che deve avverarsi si avvera, e nell’ordine stabilito. Soltanto, tutto succede molto, molto più rapidamente.

  • Ci sono diversi personaggi nel tuo romanzo. C’è qualcuno che ti assomiglia di più?

Ognuno dei personaggi che ho costruito ha qualcosa di me, mi è vicino per questo ammetto di aver sfruttando ampi tratti della mia biografia ma ho voluto trovare una via mia tra il rigoglio della forma romanzo e il rigore della forma racconto. Ho per questo immaginato ciascun personaggio per singolo quadro, così, narro il succedersi dei momenti della vita di Vanni, dall’infanzia all’età adulta, come si trattasse di una freccia che coglie allo stesso tempo molteplici bersagli, prende consapevolezza del modo che gli è intorno, dei propri familiari, di sé, del suo corpo, dei suoi desideri, del suo essere uomo, dei posti in cui vive e lavoro, della famiglia cui vuole dare vita.

  • Essendoci spesso parti riflessive, mi chiedevo: tu sei un impulsivo o mediti prima di agire?

Medito ma i ritmi quotidiani non sempre consentono un agire ponderato e frutto di una lunga riflessione, non dico che sia un male per forza, talvolta l’agire avendo poco margine per decidere ci aiuta a fare dei piccoli salti nel vuoto ma ad arrivare alla meta che ci eravamo posti senza frenarci o limitarci.

  • Il tuo romanzo ha avuto una genesi lunga quanto previsto o è stato più difficile di quanto pensassi?

Quando ho deciso di scrivere Come un delfino – circa quattro anni fa – avevo davanti a me questo modello davanti ed ero animato dal desiderio di allontanarmi il più possibile da questo modello. E l’ho fatto mettendomi a scrivere con un po’ di ironia, unita a una buona dose di azzardo e, certamente, una buona certa dose di narcisismo. Io ho voluto – e spero di esserci riuscito, lo diranno poi i lettori – che sin dall’inizio, sin dal prologo al romanzo, il lettore potesse cominciare a leggere non capendo esattamente che cosa stesse leggendo, cioè se stesse leggendo un’autobiografia o un romanzo. Ho desiderato che il lettore fosse coinvolto in questa specie di sovrapposizione e, dunque, fosse accompagnato nell’errore di credere che si trattasse di un’autobiografia. Ma l’intento che ho cercato di raggiungere è stato quello di costringere l’attenzione a fissarsi sull’origine dell’errore. E se ho fatto tutto ciò è anche per rispondere ad un interrogativo: cosa “conosciamo” quando annulliamo la distinzione tra vero e finto? Come un delfino è perciò un’autobiografia di fatti non accaduti o, non completamente accaduti. E, concludo, ho scelto questa forma sapendo e credendo che mentre l’autobiografia racconta i fatti ‘perché sono accaduti’, il romanzo racconta i fatti ‘perché hanno senso’; la sfida che ho offerto al lettore è quella che mi sono dato mettendomi a scrivere: cogliere il senso dei fatti.

  • Se dovessi immaginare a una trasposizione del tuo romanzo, quali nuove forme sceglieresti? (fumetto, audiolibro etc…)?

Avrei una preferenza per una trasposizione cinematografica perché quando ho scritto il romanzo ho letteralmente visto i suoi personaggi, i luoghi e le situazioni così nitidamente davanti a me che ho immaginato le vicende narrate poter scorrere davanti al lettore per immagini di un film.

 

Grazie per la disponibilità e un in bocca al lupo al tuo nuovo romanzo “Come un delfino” da I Gufi Narranti.

David Usilla

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