Il tornado – Racconto di Marco Zanini – Sensoinverso Edizioni

il tornado

Il tornado – Racconto di Marco Zanini

Quando i mezzi di informazione annunciarono lo scatenarsi di un tornado senza precedenti, tutti, nonostante l’unicità del fenomeno, avevano bene o male un’idea di quello che avrebbero dovuto vedere. Parlando di tornado, o trombe d’aria, quello che ci si immagina è la classica spirale di vento, che può variare di spessore in base alla sua pericolosità. Di certo però nessuno si aspettava quello che, qualche ora dopo la notizia, si verificò tra cielo e terra.

L’aspetto tragico della vicenda, oltre alla maestosità della previsione, consistette nel fatto che televisioni e radio non arrivarono affatto in anticipo sull’informazione, cosa che gettò nel panico le persone che, di lì a poco, si sarebbero trovate letteralmente nell’occhio del ciclone. Se da una parte l’annuncio diede il via ad un’improvvisa corsa ai ripari e ad una disperata fuga di massa, dall’altra ci furono anche alcuni che proseguirono la loro vita normalmente. Certi addirittura vollero allestire veri e propri eventi all’aperto per salutare l’inaspettato fenomeno. Come saprete anche voi, in caso di tornado, non è raro trovare chi si armi per andargli incontro, i famosi cacciatori di tornado. Ad ogni modo, i giovani erano sicuri: quella sera il concerto all’aperto ci sarebbe stato comunque e avrebbe avuto come tema trainante quello della gigantesca bestia aerea in arrivo. L’esibizione all’aperto ha già il suo fascino, figuratevi con un turbine immenso che gli frulla alle spalle. I preparativi si andarono ultimando, gli strumenti vennero caricati sul palco e c’era chi in fibrillazione brindò e saltò qua e là cercando di attirare l’attenzione. La sensazione che andò disperdendosi nell’aria in quelle ore era strana. Tensione ed esaltazione andarono rimestandosi. Normalmente non paragonerei un annuncio simile all’arrivo in città di una rockstar, ma quel giorno lo stato di eccitazione delle persone ci andò molto vicino. Lo fu soprattutto per i giovani, che forse percepirono l’avverarsi di un’apocalisse spettacolare, magari da fotografare, filmare, ricordare per tutta la vita. Come a dire: “Il tornado gigante? Ah io c’ero. Cazzo, quello si che è stato uno spettacolo.” Ai giovani piacciono queste cose grandiose e apocalittiche, come i film degli Avengers, gli scontri che distruggono i mondi che tanto poi tornano sempre come prima. Già, una cosa magnifica. Certo, la realtà è un po’ diversa. Comunque tanto vale, se si prospetta l’occasione, sognare un po’ ad occhi aperti. Questo bisogno di avventura non fu condiviso gran che dai più vecchi o maturi, che al contrario non dovettero impegnarsi più di tanto per non pensare a divertirsi o festeggiare. La stragrande maggioranza di questi si chiusero in cantina o scapparono quando seppero di essere in pericolo, mentre altri, a distanza di sicurezza, si chiusero in casa per osservare tranquilli (o più o meno tranquilli) lo scatenarsi della bestia.

Ciò che bisogna comunque tenere presente è che quel giorno nessuno, nessuno sapeva che cosa sarebbe successo in realtà. Nessuno poteva immaginare, con le informazioni errate fornite dai meteorologi, quello che si sarebbe sviluppato nel cielo.

Nel caso ve lo steste chiedendo io ero a casa. Ero giovane a quei tempi, ma non avevo alcuna voglia di trovarmi fuori a ridere o a scherzare. Ero anche in un punto in cui potevo definirmi tranquillo, anche se non lo ero per niente. Ricordo ancora la sensazione di prurito sotto ai piedi, che mi costringeva a chiuderli a pugno, andando quasi a grattare il parquet con le unghie. Come ricordo il sudore sempre sotto ai piedi, sudore freddo che mi dava una sensazione di brividi da febbre. Probabilmente mi stava venendo, considerata la temperatura della fronte che si stava scaldando in maniera preoccupante. Quello che vidi, quando decisi di scostare la tenda della finestra, non fu comunque frutto di un delirio febbrile, anche se avrei voluto che lo fosse. Era tutto vero. Successe.

In casa con me c’era mio padre, nella sua camera. Definirei il suo atteggiamento in quel momento distaccato. Stranamente distaccato. Normalmente avrei previsto una sua totale ammissione di ansia, magari con l’obbiettivo di esorcizzare la paura del momento; mentre nel peggiore dei casi avrei temuto un suo crollo psicologico. Invece no. Stava lì sul suo letto, a leggere un giornale. Io facevo la spola dalla finestra con tenda scostata di camera mia, all’uscio della porta e lo guardavo con un’espressione che avrebbe potuto ricordare quella di un gatto a cui hanno sottratto da giorni la ciotola. Un gatto che sta andando incontro alla sua morte. Così io. Avrò fatto avanti e indietro dalla finestra alla porta dieci volte nel giro di un minuto ma mio padre non toglieva mai gli occhi dal giornale. Al dodicesimo tentativo si accorse dei miei passi probabilmente, abbassò un lembo di carta inchiostrata, mi guardò attraverso gli occhiali e, con un tono spazientito mi disse: “Cosa c’è Marco?” Non gli risposi nemmeno, mi girai di scatto verso sinistra e tornai alla finestra. Nel suo atteggiamento assente e innervosito riconobbi la ferma volontà di non voler sapere cosa stava per succedere. Proprio quando sentì che la testa iniziava a farmi male ed ero ad un passo da sedermi, mentalmente sfinito, alla scrivania, un boato terrificante risuonò all’esterno, facendo vibrare tutte le pareti. Era come un tuono che esplode molto vicino, ma vi giuro che non avevo mai sentito un suono di quell’intensità. Non ci pensai un attimo: mi alzai di scatto dalla sedia e mi fiondai alla finestra. Avevo appena scostato la tenda quando, proprio davanti a me, cadde un fulmine immenso che colpì il terreno e brillò nel cielo grigio crepitando per lunghi secondi. Potei osservare perfettamente ramificazioni più sottili prendere forma dal profilo contorto di quel corpo nervoso di luce brillante. Era veramente immenso. Non avevo e non ho mai più visto un fulmine di quelle dimensioni. Considerate che stiamo parlando di una cinquantina di chilometri di distanza. Immediatamente il mio pensiero andò alle persone che erano nelle sue vicinanze in quel momento. Molto spesso per la verità ci si chiede, quando cade un fulmine, dove effettivamente sia caduto. Soprattutto la mia domanda più ricorrente in questi casi è sempre stata: qualcuno avrà mai visto un fulmine cadergli vicino? Beh signori e signore, con quel corpo elettrico che continuava a fluire verso terra da venti secondi buoni, non so quanta gente sia morta, ma credo che una bella strage l’abbia fatta. Le mie pupille si strinsero e osservarono quel mostro illuminare a giorno il vetro della finestra, e dopo un intervallo di non so quanti secondi, ma certamente innaturale, si spense, lasciando tutto nel silenzio. Ciò che seguì fu terrificante. I lampioni nel parcheggio si spensero, tutti i circuiti elettrici saltarono e il cielo improvvisamente si fece nero. Con nero non intendo che si annuvolò, anche perchè era già nuvoloso. Intendo che da un cielo grigio chiaro di un merdosissimo pomeriggio d’autunno, tutto si fece nero come la notte, come se qualcuno avesse spento le luci del mondo. Come se qualcuno avesse posto un gigantesco astro celeste davanti al Sole e l’avesse oscurato. Eppure ci fu un punto di partenza e lo intravidi lontano. Un cerchio di nuvole nere, inizialmente lontane, si avviluppò intorno a quella misera fonte solare che traspirava nel cielo assonnato e, con la velocità di uno schiocco di dita, avvolse tutto. Una cosa semplicemente inquietante. Osservando il parcheggio davanti a casa mia gettato nelle tenebre pensai agli episodi di blackout notturni che a volte si verificarono nel mio quartiere. Attimi che a modo loro riuscivano a trasmettere un po’ di paura. La situazione in quel momento li ricordava, ma non potendo contare nemmeno sulla luminescenza della Luna, lo scenario era buio pesto e vi assicuro che questo infondeva un sentimento di puro terrore. Quando i miei occhi, dopo qualche secondo, si abituarono a fatica a quell’oscurità totale, la vaga parvenza dei pioppi ai lati della strada non comunicava più nulla di rassicurante. Si ergevano alti, austeri e inquietanti, come piloni che puntano dritti al cielo per richiamare sulla Terra chissà quali entità, o come braccia protese pronte a sfilarsi di dosso dita aguzze e indagatrici. In tutto questo silenzioso baccano cromatico mio padre non disse nulla. Decisi di non spostarmi dalla mia posizione quasi per paura di trovarlo ancora a fissare il giornale nel buio completo. Questa eventualità mi turbava moltissimo e, scosso dalla testa ai piedi dai brividi, capii, non so perchè, che il mio presentimento poteva corrispondere alla realtà. Mentre i miei occhi si sgranavano alla progressiva ricomparsa dei profili, ora angoscianti, delle abitazioni e al sinistro profilarsi degli esili lampioni spenti, la mia mente ripercorse tutti gli eventi più spettacolari e memorabili che vidi dalla finestra. C’erano stati qualche volta degli acquazzoni devastanti, che avevano offerto visuali apocalittiche per via del cielo che da plumbeo stingeva in un bagliore grigio giallastro simile a muco. Una di quelle piogge torrenziali interminabili che falcidiavano l’asfalto, di sovente con chicchi di grandine annessi. Tralasciando i fenomeni atmosferici c’era stato lo schianto di quell’aeroplano, che in picchiata raggiunse proprio il tetto di casa nostra, accarezzando l’antenna parabolica. Una di quelle cose più impensabili che pronosticabili. Eppure successe davvero. Avrò avuto dieci anni ed ero in salotto a guardare la tv con i miei genitori, quando un rombo sempre più vicino cambiò la direzione dell’aria e smosse le tapparelle e i vetri. Fu un attimo. Il rumore di un motore attraversò tutta la piramide di tegole e si allontanò. Da quella stessa finestra, da cui ero affacciato per osservare il più scioccante dei giorni della mia vita, avevo allora potuto seguire una scia di fumo color piombo disegnare un tragitto lungo e articolato tra le nuvole. La notizia, arrivata poche ore dopo, informò che l’aereo era atterrato sempre in città, ma in un altro quartiere. Fu un atterraggio d’emergenza e venne divulgato che il pilota fece di tutto per evitare il centro abitato. Cadde in un campo infatti, ma chi pilotava morì. Prima che si seppe tutto andammo in strada. C’era tutto il quartiere che osservava il cielo interrogandosi, come se gli alieni fossero appena sbarcati.

Tornando al giorno del tornado, dopo tutti questi ricordi, in un modo o nell’altro negativi, alla finestra ne comparve uno bello, ma inevitabilmente nostalgico. Non si trattava della stessa finestra, ma di quella del bagno, eppure il ricordo era così tenero che, per associazione di idee, non poteva non tornarmi in mente. Io all’età di quattro anni, in braccio a mia madre, mentre osserviamo fuori dalla finestra del bagno la fine di un temporale. Lei che mi rassicura: “Hai visto Marco? E’ tutto finito adesso.” Io non dico una parola, fisso come ipnotizzato le gocce di pioggia che cadono lentamente dalle foglie degli alberi, ma in realtà mi sto godendo quell’attimo di totale vicinanza con mia madre. Il contatto confortevole tra il mio braccio e il suo seno. La consapevolezza che con lei sono al sicuro e amato. E pensai: se le cose dovessero andare male, dopo quel fulmine tremendo e quel buio annichilente, potrebbe essere una bella cosa da ricordare. In fin dei conti l’è sempre stata. Le mie dita continuavano a stringersi sull’infisso di legno quasi conficcandovisi. Nonostante l’impenetrabile consistenza del nero di fronte ai miei occhi, a un certo punto percepii qualcosa. Un rumore soffuso ma chiaro di legna che arde, come di materiale messo sul fuoco che comincia a scoppiettare. Quello che stava per accadere era l’inizio della fase più agghiacciante e definitiva. Sullo sfondo di quel paesaggio nero come la pece si accese un punto rosso, come una valvola che si apre per far fuoriuscire dell’aria. Era dello stesso colore del fuoco. Descrivendolo a posteriori lo paragonerei ad un buco nero che si apre nel cosmo. Lampi e saette si attorcigliarono sempre più velocemente intorno ad esso, che crebbe in continuazione, fino ad assumere la dimensione di una palla da tennis in mano mia in quel momento. Il passo da quella crescita all’esplosione fu breve. Avvenne tutto nel giro di cinque secondi circa. Quell’innocuo puntino rosso raggiunse una grandezza incontenibile che occupò tutta la volta celeste e si trasformò improvvisamente in un devastante ammasso di materia gassosa giallo arancio. Si allungava verso di me come quando i fuochi d’artificio si irradiano e sembrano caderti addosso. Era una visione assolutamente estasiante e magnifica, indubbiamente impressionante e temibile, ma niente a che fare con quello in cui si tramutò. Il dettaglio più spaventoso fu il fatto che nel delinearsi somigliava sempre di più ad un fungo nucleare. Quell’irrequieto avanzare di nubi aranciate prese a vorticare, proprio come un tornado, sempre più veloce e incontrollato. Poi la fine. Fiamme rosso vivo divamparono intorno al turbine sprizzando fuocherelli da ogni parte, illuminando il nero, scaldandolo e dipingendolo, andando quasi a disegnare occhi affilati che mi guardavano truci e colmi di violenza. Il ciclone digrignava saette e fiamme che guadagnavano sempre più velocità. Tutto il calore e la luce ora formarono una zona visibile intorno a quell’allucinante sfogo atmosferico. Il rumore fu quello di una detonazione incredibile. Hiroshima e Nagasaki forse è il termine di paragone giusto. Non riuscivo a muovermi ma constatavo con lucidità che quelle fottute previsioni avevano sbagliato tutto. Come si poteva descrivere una cosa del genere con il termine tornado? Sentii quel bagliore accecante farsi strada verso di me fino ad arroventarmi le guance, nonostante la lontananza e il vetro. Brillò per l’ultima volta e si dissolse con l’impeto di un soffio che spegne una candela. Brandelli di fiammelle piovvero dal cielo come pezzi di carta straccia. In questo caso posso dire che, sospinti dal vento, questi rimasugli infuocati giunsero molto vicini a casa nostra e questo mi provocò un notevole senso di raccapriccio. Ritornò il buio con la sua pace cupa e minacciosa e mi accorsi che piano piano iniziarono a danzare nell’aria frammenti di resti essiccati. Foglie secche, cenere, braci annerite. Estemporanee folate di vento le spazzarono via, creando piccoli mulinelli; assolutamente innocui comparati a quello che era appena accaduto. I vortici poi si fusero dando vita ad un vero e proprio muro di polvere, come una coltre di nebbia si pone davanti alla vista di ogni cosa. Allentai leggermente la presa sull’infisso della finestra e quando la polvere si diradò liberando la visuale, scovai delle macchine nel parcheggio. Si erano mosse avvicinandosi alle case e attendevano persone che le riempivano di valige e scatoloni. Tutti pronti a partire nonostante il buio. Ora il mio sguardo si focalizzò sulla donna che caricava una delle macchine. Sembrava tranquilla tutto sommato e inseriva borsoni con una metodicità che riuscì nella difficile impresa di calmarmi. In un sottofondo ovattato e sonnacchioso la vita sembrava tornare al suo corso.

Aprii gli occhi dopo quello che credo possa definirsi un violento spasmo muscolare. A pancia in su presumo che le mie braccia si fossero mosse da destra a sinistra quasi a riprodurre una ola ad un ritmo che rasentava l’isteria. Mi raddrizzai con la velocità di una molla che esce da una scatola. Dopo un sogno così impressionante quale gesto più istintivo di guardare fuori dalla finestra? Vapore acqueo sul vetro, umidità, asfalto ricoperto da una sottile patina luccicante di ghiaccio sciolto, sole radioso. Una giornata di freddo forse un po’ rigido ma niente spirali di vento infuocato all’orizzonte. Con un cerchio alla testa mi alzai dal letto e uscii dalla camera.

Marco Zanini

 

Il tornado – Racconto incluso nell’antologia “La cassa” edito da Sensoinverso Edizioni

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