IL PRIMO UOMO CONDANNATO A MORTE PER ERESIA: PRISCILLIANO

IL PRIMO UOMO CONDANNATO A MORTE PER ERESIA: PRISCILLIANO

 

La figura di Priscilliano è poco conosciuta e poche sono le notizie sul suo conto, quasi tutte le fonti sono attribuibili ai suoi nemici, bisogna quindi considerarle con la giusta misura di scetticismo.

La storiografia colloca la sua nascita tra il 330 e 340 d.C. in Gallaecia, provincia romana della Spagna,che in italiano corrisponde alla Galizia. Nato in una ricca e mobile famiglia fu introdotto  alla studio, per il quale pare anche fosse particolarmente portato essendo dotato di “spirito acuto e brillante”. Si avvicinò fin da subito alla filosofia, alla teologia e (quasi inevitabilmente visti i due precedenti) all’esoterismo.

Da fonti non certe, che quindi riferiamo solo per amore di cronaca, pare sia stato anche seguace di un monaco egiziano e che fu questo ad avvicinarlo all’esoterismo e alle dottrine gnostiche.

Per approfondire i suoi studi venne assegnato al maestro di retorica Delfido a Bordeaux nel 370 d.C.

È in questo momento della sua vita che Priscilliano da studioso divenne “maestro” fondando quella che sarà la sua prima comunità di tipo ascetico, avente come scopo (già allora se ne sentiva la necessità) la riforma della Chiesa.

Come Priscilliano e i suoi avrebbero voluto compiere questa riforma è presto detto: attraverso la solitudine sarebbero riusciti a conoscere Dio, quindi sarebbero tornati tra la gente per dimostrare che il metodo monastico di povertà, ascetismo e astinenza fosse la sola via che conduce Dio.

Con questo irreprensibile comportamento sarebbero riusciti a ricevere dentro di sé Dio che avrebbe loro dato l’aiuto fondamentale per attuare la riforma. Ma vediamo bene i punti della comunità priscilliana:

 

  • Rinuncia al mondo e alla sua vanità
  • Allontanamento da quanto potrebbe essere demoniaco

 

È importante mettere in rilievo un dettaglio, che dettaglio non è, e che sarà uno dei motivi che porterà Priscilliano alla morte.

Il concilio di Nicea del 325 d.C. aveva definito la Trinità come l’esistenza di tre persone o “elementi” all’interno di Dio:

 

  • Il padre
  • Il figlio
  • Lo spirito santo

 

Questa “verità” non era accettata e divulgata da Priscilliano il quale sosteneva, assieme ai suoi seguaci, un dualismo di tipo gnostico dove veniva distinto il corpo e l’anima.

Il corpo era deteriorabile e sede del peccato, l’anima immortale era composta di luce e spirito. Negava quindi in questo modo la presenza dello spirito santo come di qualcosa di diverso dell’anima, di conseguenza negava la trinità di Dio.

Il motivo più immediato per cui la Chiesa non vedeva di buon occhio Priscilliano e la sua dottrina era però molto più prosaico: mal sopportavano il suo predicare la povertà.

Priscilliano pur aumentando il numero dei seguaci iniziò a rendere le sue dottrine note solo ai discepoli, calando su di sé un velo di mistero e segretezza che infastidì ancora di più i vertici della Chiesa.

Sembra che il loro motto fosse: “Giura e spergiura ma non tradire il segreto”.

Siamo nel 379 d.C. il cristianesimo, per quanto religione di stato, non ha grosso seguito tra le popolazioni che hanno difficoltà a seguire le varianti del cristianesimo, come appunto priscilliano e le sue teorie, o meglio preferiscono restare fedeli al proprio credo “pagano” dando origine a non pochi scontri tra pagani e cristiani, al punto che temendo una capitolazione per mano dei pagani, il vescovo Iginio di Cordova parlò con Idazio vescovo di Merida a proposito della figura di Priscilliano.

Il tam-tam fra vescovi non si fermò qui.

Venne coinvolto anche Itacio di Ossonova (o Ossonuba).

I tre iniziarono a scagliare le prime accuse di eresia a Priscilliano accusando la sua dottrina dualista ben vicine al manicaismo (dottrine che concepisce tutto l’esistente come eterna lotta tra il bene e il male) e lo gnosticismo, (dottrina secondo la quale, la salvezza dell’anima non è da attribuire a Dio ma a una fonte di conoscenza superiore e “illuminata”).

A condannare Priscilliano è anche San Agostino del quale ripetiamo le parole:

“I priscillianisti che Priscilliano ha fondato in Spagna, seguono soprattutto le dottrine degli gnostici e dei manichei, mescolabile fra loro, benché alto sudiciume da alte eresie sia confluiti in loro, come in una fogna, arida nella sua mistura. Codesti eretici dicono che le anime sono della medesima natura e sostanza che ha Dio, esse discendono (dell’empireo) passando attraverso i sette cieli e i vari principati disposti a gradini per dedicarsi alla terra come a una gara volontaria; incapparono nel principe del male, del quale come essi pretendono, è stato fatto questo mondo e da questo principe sono seminati nei vari corpi di carne.

Sostengono inoltre che gli uomini sono vincolati dalle stelle, le quali ne decretano il destino e che lo stesso nostro corpo è disposto in modo corrispondente ai dodici segni zodiacali come affermano coloro che comunemente sono dichiarati matematici.

Così collocano l’ariete nella testa, il toro nel collo e i gemelli nelle spalle, il cancro nel petto ed elencando per nome gli altri segni zodiacali arrivano alle piante dei piedi, che essi assegnano ai pesci perché questo segno è nominato ultimo degli astrologi.

Queste eresie ha voluto tenere coperte del segreto queste e le altre sue dottrine fantastiche, incluse, sacrileghe la cui enumerazione sarebbe troppo lunga.”

Il discorso di San Agostino va avanti ancora molto, per amore di brevità riportiamo solo che tra le varie accuse mosse a Priscilliano c’è anche quella di essere dedito alla magia e alla stregoneria (la più classica delle accuse direi).

La Chiesa quindi passa all’azione e nel 380 d.C. convoca un concilio a Saragozza per condannare due vescovi che appoggiavano Priscilliano: il vescovo Istanzio e il vescovo Salviano, ma i due ovviamente esentarono il Concilio rimandando la messa al bando, per contromossa essendo rimasto vacante la sede vescovile di Aville Priscilliano, vista la sua fama in Spagna, fu eletto vescovo.

La cosa spaventò Idazio che si era messo contro il nuovo vescovo e scappò a Milano dove si incontrò con il vescovo della città San Ambrogio di cui trovò l’appoggio, assieme fecero pressioni all’imperatore Graziano che fu il primo a dichiarare eretica la dottrina di Priscilliano.

Priscilliano non rimase inerme.

Andò dritto a Milano dove ottenne l’annullamento della condanna imperiale. Per il classico gioco per cui i codardi vanno dove tira il vento, pensando che l’annullamento della condanna imperiale e l’elezione a vescovo di Priscilliano fosse preludio di una sua ascesa, il proconsole della Lusitania provò a far arrestare chi continuava a calunniare Priscilliano, in particolare il vescovo Itacio di Ossonova. L’uomo vista la malaparata fuggì a Treviri (cittadina della Germania sudoccidentale) dove l’usurpatore Magno Clemente Massimo era sul trono.

L’uomo sperando di trovare l’appoggio della Chiesa aiutando chi si era proclamato contro Priscilliano diede asilo al vescovo. È Magno Clemente Massimo che riuscirà dove altri avevano fallito.

Convocò nel 384 d.C. un sinodo a Bordeaux in cui per la seconda volta Priscilliano venne dichiarato eretico. Anche questa volta, forte del precedente di Milano il vescovo si recò nella città in cui era stato accusato, ma questa volta le cose andarono decisamente male per lui.

Non solo non riuscì a fare revocare la condanna ma anzi venne accusato anche di condotta immorale e dedizione alla magia nera ossia ai suoi seguaci.

Venne convocato il tribunale dell’inquisizione e con i soliti metodi che conoscevano, indussero i seguaci di Priscilliano a confessare cose inesistenti e ritenuti colpevoli vennero decapitati.

Stessa sorte toccò al povero Priscilliano a cui quindi spetta il triste ricordo di essere stati il primo eretico condannato a morte. Poiché era la prima volta che questo accadeva, con i modi che ben conoscono: torture, impossibilità di difendersi, nessun senso della comune giustizia, diversi cattolici tra cui lo stesso San Ambrogio, che inizialmente era contro il vescovo, inorridì davanti alla sua condanna a morte e ai metodi usati per estorcere una colpa che non c’era.

Nel corso del tempo tali pratiche divennero triste routine e non scandalizzarono più nessuno.

La sua morte non ebbe però l’esito sperato perché tra i suoi seguaci, Priscilliano fu visto come un martire alimentando l’adesione al suo credo.

Il peso dell’eresia gravò però sulla figura di Priscilliano per sette secoli quando venne rivalutata, considerata estinta la sua colpa.

Non abbiamo notizie sull’evolversi della sua dottrina.

Il “priscillianesimo” è presente nel vocabolario il quale lo bolla ancora come movimento ereticale e direi che alla luce di tanta ottusità non c’è più altro da aggiungere…

Sandra Pauletto

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