Il delitto Pasolini. L’omicidio pt 5 scritto da Alberto Zanini

Il delitto Pasolini. L’omicidio pt 5 scritto da Alberto Zanini

 

Morte di Pino Pelosi

Pino Pelosi è morto all’Hospice Oncologico dell’ospedale “Villa Speranza” il 20 luglio 2017. Aveva 59 anni e da tempo lottava contro il cancro.

Pelosi si è portato definitivamente nella tomba i segreti di quella notte terribile del 2 novembre quando Pasolini venne ucciso.

L’avvocato Alessandro Olivieri ha ammesso che parte della verità non è mai stata divulgata e che il suo assistito ha provveduto a custodire in una cassetta di sicurezza le informazioni compromettenti.

Se Pelosi non è stato l’autore dell’omicidio, se la motivazione di un litigio fra omosessuali non è più plausibile e che anche il tentativo di rapina finito male sembrerebbe futile e improbabile, perché non giustificherebbe 40 anni di depistaggi ed insabbiamenti allora è probabile che ci troviamo davanti ad un delitto eccellente.

A questo punto occorre fare un passo indietro, riavvolgere il nastro e ipotizzare altre soluzioni.

Ipotesi sul movente politico.

Da qualunque prospettiva la si guardi, la motivazione sembrerebbe politica.

Sono gli anni 70. Stragi, attentati, omicidi. Sono gli “anni di piombo”.

Morti innocenti vittime del periodo più nero della storia d’Italia.

La strategia della tensione dove la destra vuole delegittimare la sinistra.

Accade anche che nel 1975 tre pariolini, rampolli benestanti, Gianni Guido, Angelo Izzo e Andrea Ghira, forse annoiati ma sicuramente criminali, rapiscono due ragazze, le portano in una villa del Circeo, le sevizino sadicamente e le violentano. Alla fine Rosaria Lopez muore, mentre Donatella Colasanti si salva fingendosi morta. Un capriccio? O subentrano motivi legati ad una visione politica aberrante?

Angelo Izzo, Gianni Guido e Andrea Ghira

Accade anche che due anni prima, nel 1973, Franca Rame viene anche lei rapita da 5 neofascisti, caricata su un furgone dove viene seviziata e ripetutamente violentata. La scelta della vittima venne suggerita da ufficiali dei carabinieri della Divisione Pastrengo.

Si può allora parlare di “stupro di Stato”? Si usa la violenza per colpire l’emancipazione femminile ma anche l’omosessualità che la destra combatte strenuamente.

L’epiteto “frocio comunista” che, stando alla testimonianza di Pelosi, Pasolini ricevette durante il brutale pestaggio fa parte dell’opinione comune di una morale costituita, secondo una destra che non mai accettato l’omosessualità nella società.

Ma se dietro l’omicidio di Pasolini ci fossero stati motivi più compositi?

Qualcosa che avesse a che fare con la politica, ma non solo, con la finanza, con i servizi segreti, con la massoneria deviata che aveva in mano tutti i poteri forti compresi anche i mezzi d’informazione fondamentali per manipolare l’opinione pubblica.

Una sorte di “golpe bianco” senza spargimento di sangue.

Un giorno il Pm Vincenzo Calia vede un libro intitolato“ Questo è Cefis” su una bancarella del mercato a Pavia. L’autore è un misterioso Giorgio Steimetz pseudonimo, sembrerebbe, del giornalista Corrado Ragozzino.

Questo è Cefis ha sicuramente ispirato il romanzo “Petrolio” di Pier Paolo Pasolini.

Pubblicato nel 1972 ma immediatamente fatto ritirare dal mercato dal potente Cefis, ne rimasero in giro pochissime copie. Il magistrato, incuriosito, decide di acquistare il libro.

La lettura di questa biografia non autorizzata si rivela particolarmente interessante, contribuendo a far maturare il sospetto che il caso Mattei e quello De Mauro potessero essere collegati con quello di Pasolini.

Dopo due inchieste chiuse, precedentemente, con la motivazione di “incidente aereo”, addirittura un Pm motivò che il pilota era “affetto da pene d’amore”(sic), Calia decide nel settembre del 1994 di riaprire le indagini sulla morte di Enrico Mattei.

Enrico Mattei nasce nel 1906 ad Acqualagna nelle Marche. Figlio di una casalinga e di un brigadiere, a diciassette anni lavora in una conceria come fattorino, tre anni dopo è già diventato direttore. Nel 1928 si trasferisce a Milano. Nel 1931 apre un’azienda con due operai, che dopo tre anni diventano venti. Laureato in ragioneria durante la guerra diventa partigiano di area Democrazia Cristiana e conosce Eugenio Cefis, anche lui partigiano di area Democristiana. Alla fine della guerra diventa commissario dell’Agip, che all’epoca è una piccola azienda che si occupa di petrolio. Mattei capisce che l’Italia potrebbe rendersi autosufficiente dal punto di vista dell’energia e appena insediatosi alla guida dell’Agip fa il primo sgarbo agli americani che pretendono la chiusura dell’Ente e il passaggio della distribuzione dei prodotti dell’appalto al Cip (Comitato italiano petroli) che gestiscono direttamente. Mattei non solo non chiude l’Agip, ma addirittura nel 1952 fonda l’Eni e ne diventa il capo supremo. Mattei vuole affrancarsi dall’egemonia delle “sette sorelle”, come vengono definite le compagnie petrolifere angloamericane, che detengono di fatto il controllo del petrolio mondiale. Le sette sorelle vogliono tenere alto il prezzo del greggio con un vero e proprio “cartello”, ma Mattei, di tutt’altro avviso, cerca nuovi mercati rivolgendosi al terzo mondo. I paesi africani che si affacciano sul Mediterraneo, l’Iran e perfino l’Urss si mostrano interessati al progetto di Mattei.

Morte di Enrico Mattei

E’ una sera piovosa quella del 27 ottobre 1962 quando un Morane Saulnier 760, partito dall’aeroporto Fontanarossa di Catania e diretto a Milano, con a bordo il presidente dell’Eni Enrico Mattei esplode in volo e precipita nei pressi di Bascapè in provincia di Pavia. Nel disastro aereo trovano la morte anche il pilota, Irnerio Bertuzzi e il giornalista americano William McHale.

Pasolini
Il Morane Saulnier 760 di Enrico Mattei dopo lo schianto a Bascapè

Un contadino di nome Mario Ronchi mentre sta cenando sente un gran boato e una palla di fuoco appare in cielo, quindi lo schianto al suolo di un aereo avvolto dalle fiamme vicino alla sua abitazione.

Nell’impatto dell’aereo sul terreno si forma un cratere profondo quasi 2 metri e del diametro di 5 metri.

Nella foschia invernale, tra pioggia e fumo, giacciono, attorno al relitto, corpi carbonizzati, arti smembrati disseminati per terra e sugli alberi circostanti, in un raccapricciante scenario da incubo.

All’interno della carlinga le lancette dell’orologio di Mattei sono ferme sulle 18:50. Momento dell’esplosione.

In seguito i pezzi dell’aereo vennero accuratamente lavati per cancellare eventuali prove di esplosione.

La testimonianza di Ronchi viene raccolta a caldo da un cronista, del Corriere della Sera, giunto sul posto. Il giorno dopo l’incidente il contadino testimone viene prelevato da una macchina e condotto nella sede della Snam, una consociata dell’Eni, a San Donato. Il giorno successivo davanti al maresciallo dei carabinieri, Augusto Pelosi, Ronchi cambia la versione della sua testimonianza. L’aereo non è esploso in volo ma si è schiantato al suolo prendendo fuoco, probabilmente per un errore del pilota.

Cosa abbia fatto cambiare il racconto del contadino non è dato sapere, però il colloquio avuto con quelli della Snam ha sicuramente prodotto qualcosa, infatti dopo l’incontro a San Donato, Ronchi ha molti benefici e smette anche di fare il contadino.

Mario Ronchi in seguito viene rinviato a giudizio per favoreggiamento.

Sul luogo dell’incidente si riversano curiosi, giornalisti e fotografi.

Qualcuno nota anche la presenza di due macchine particolari, una lussuosa auto nera con autista e una Jaguar, dalla quale scende il famoso investigatore privato Tom Ponzi.

Un giornalista incuriosito segue l’auto nera che lo conduce fino alla sede dell’Eni a San Donato, dove scende un uomo vestito di nero che poco dopo risale sulla macchina con una grossa borsa di pelle.

Carlo Mantovani, fotografo di professione, che abita nei pressi del luogo del disastro è tra i primissimi a giungere sul posto. Scatta diverse fotografie che vende, sontuosamente pagate, a Tom Ponzi che si scoprirà in seguito a libro paga di Cefis.

Un giornalista nota parecchie persone interessate a cercare qualcosa nella profonda buca prodotta dall’impatto dell’aereo, dove viene in effetti trovata la borsa contenente i documenti privati di Mattei.

Appena una settimana dopo la morte di Mattei, Cefis viene nominato da Amintore Fanfani, suo fortissimo riferimento politico, vice Presidente dell’Eni e Presidente dell’Agip.

Calia, con un lavoro meticoloso e certosino, raccoglie documenti e testimonianze alla ricerca della verità, scopre anche che Mario Ronchi mente e infatti, l’ex contadino, viene rinviato a giudizio per favoreggiamento.

Tra le testimonianze raccolte, un episodio, in particolare, si dimostra meritevole di profonda attenzione. Nel gennaio del 1962 Mattei si accorge che qualcuno ha libero accesso alla sua cassaforte, nascosta dietro un quadro, in una stanza dell’ufficio dell’Eni. D’accordo con un suo uomo di fiducia fa trapelare la voce che si assenterà per qualche giorno. Alla chiusura degli uffici si nasconde e armato di pazienza aspetta. Poco dopo vede di nascosto un uomo aprire la cassaforte e leggere dei documenti importanti. Mattei coglie sul fatto il suo vice Eugenio Cefis e gli intima di rassegnare immediatamente le dimissioni.

Eugenio Cefis

Subito dopo l’allontanamento di Cefis, iniziano nei confronti di Mattei attacchi da parte della stampa, nonché continue minacce che gli intimano di lasciare la Presidenza dell’Eni.

Il 18 ottobre Mattei a Palermo ottiene, dalla Regione Siciliana, la concessione per estrarre il petrolio dai giacimenti di petrolio che sono stati scoperti in provincia di Enna. Due giorni dopo il Presidente dell’Eni viene invitato, dal senatore Graziano Verzotto, a ritornare in Sicilia con motivazioni poco plausibili. Il 26 ottobre Mattei torna in Sicilia.

Il Pm Calia capisce che è la trappola fatale. La motivazione ufficiale di un incidente non convince Calia che nel 1995 chiede la riesumazione dei tre corpi.

Grazie alle moderne perizie metallografiche e frattografiche, i periti stabiliscono che ci sono “segni di esposizione a esplosione derivate da detonazione di una carica sull’anello d’oro” di Mattei.

L’aereo esplose in volo a causa di una carica di Compound-B innescatasi quando il carrello si posizionò in vista dell’atterraggio previsto a Milano.

Ma a chi dava fastidio Mattei? Chi si augurava che morisse?

A livello internazionale molti temevano che la “rivoluzione impossibile” di cercare fonti alternative al petrolio delle “sette sorelle” potesse permettere all’Italia di sganciarsi dall’orbita d’influenza americana, mentre a livello nazionale il rischio che l’immutabilità politica con la Dc venisse messa in discussione dall’avvicinamento di Mattei alla sinistra.

Ma il sospetto che qualcuno potesse trarre beneficio immediato, Calia lo ebbe forte e chiaro. Eugenio Cefis legato, fin dai tempi della guerra, agli americani e ai loro servizi segreti è, secondo il Pm, il primo sospettato.

Il Pm nel 2003 dopo aver letto “Petrolio” vede confermare i risultati della sua inchiesta.

In pratica Pasolini era giunto alle medesime conclusioni molti anni prima.

I mezzi d’informazione hanno sempre accettato l’opinione ufficiale della morte accidentale in seguito ad un incidente.

Né le forze dell’ordine, né i giudici né i giornali persero tempo ad indagare, tutto fu accuratamente manipolato ed insabbiato.

Dopo 10 anni di indagini (dal 1994 al 2003) l’inchiesta sulla morte di Enrico Mattei viene archiviata. Il Pm di Pavia giunge alla conclusione che la morte di Mattei non fu accidentale.

E’ stato un attentato, ma non sono emerse delle prove per individuare i responsabili.

L’aereo fu sabotato presumibilmente dai Servizi Segreti e da figure dell’Eni, che confermerebbero l’esistenza di un piano ordito all’interno del sistema politico-mafioso.

La morte di Mattei rappresenta il primo delitto di Stato.

Massimo Teodori, che fece parte della commissione sulla loggia P2, è stato l’unico a cogliere lo scopo eversivo del disegno occulto di Cefis, che usava abilmente i soldi pubblici manipolando i mezzi d’informazione e, grazie ai rapporti di amicizia con i servizi segreti, estese il controllo anche sulla politica.

Nella relazione finale il magistrato accenna anche alla strana sparizione del giornalista dell’Ora Mauro De Mauro, collegando l’episodio alla morte di Mattei.

Il 16 settembre 1970 alle ore 21.10 in una zona residenziale di Palermo la Bmw blu scura di Mauro de Mauro si ferma sotto casa, ma immediatamente dopo la macchina riparte. La figlia che ha visto arrivare il padre lo aspetta nell’atrio del palazzo. Ma non lo vedrà mai più, perché da quel momento di Mauro De Mauro si perdono definitivamente le tracce. La macchina viene ritrovata il giorno dopo alle 22.00, in via D’Asaro, poco distante da casa.

Chi è Mauro De Mauro?

Repubblichino durante la guerra, amico di Graziano Verzotto è diventato uno stimato giornalista dell’Ora di Palermo con le sue inchieste sulla corruzione, sulla Mafia e il malaffare.

Malgrado il giornalista venga apprezzato per le sue inchieste un giorno, inspiegabilmente, viene spostato dal direttore Nisticò dalla cronaca alla sport. De Mauro non gradisce questa decisione del direttore del giornale ed infatti medita di passare alla testata concorrente: Il Giornale di Sicilia.

Mauro De Mauro, nel luglio del 1979, accetta la richiesta del regista Francesco Rosi di ricostruire le ultime due giornate in Sicilia di Enrico Mattei prima del volo fatale del 27 ottobre 1962.

Tutti i movimenti del Presidente dell’Eni vengono vagliati metodicamente, raccogliendo interviste e confrontando orari e spostamenti. Durante questa ricerca De Mauro viene a conoscenza di qualcosa che reputa “una bomba” e che gli farà prendere “una laurea in giornalismo”.

L’entusiasmo di De Mauro lo porta a confidarsi il 5 agosto con l’avvocato Vito Guarrasi, l’uomo di fiducia di Eugenio Cefis, ma anche con Graziano Verzotto.

De Mauro non verrà premiato perché una sera di settembre il giornalista sparisce e non verrà più trovato e con lui si perderanno le tracce anche della sceneggiatura che ormai era stata completata.

Raccogliendo testimonianze il giornalista arriva alla conclusione che Eugenio Cefis, l’avvocato Guido Guarrasi e Graziano Verzotto con i suoi amici mafiosi siano i responsabili dell’attentato all’aereo di Mattei.

Verzotto è molto vicino al boss di Riesi, Giuseppe Di Cristina, legato a sua volta al Capo Famiglia catanese di Cosa Nostra Giuseppe Calderone.

Il Morane Saulnier del Presidente dell’Eni è decollato la sera del 27 ottobre 1962 dall’aeroporto Fontanarossa di Catania, territorio gestito proprio da Giuseppe Calderone, dove sicuramente venne sistemata la carica esplosiva dietro il cruscotto dell’aereo di Mattei.

Ex mafiosi diventati collaboratori di giustizia raccontarono che Mauro de Mauro si era avvicinato pericolosamente alla verità del delitto Mattei.

Una testimonianza risulta particolarmente inquietante. Quella del pentito Francesco Di Carlo, che sostiene che De Mauro è stato sequestrato ed ucciso dal killer di mafia Stefano Giaconia, da Mimmo Teresi e da Emanuele D’agostino. Quando gli inquirenti hanno cercato di comparare le impronte di Giaconia con quelle rilevate sulla Bmw del giornalista hanno scoperto che erano sparite dallo schedario della polizia criminale.

Il 10 novembre il Questore Angelo Mangano in una nota scrive che i responsabili della sparizione di De Mauro sono l’avvocato Guarrasi il senatore Graziano Verzotto e il boss Luciano Liggio.

La nota spedita alla squadra mobile di Palermo sparisce.

Il commissario Boris Giuliano intuisce che la sparizione del giornalista possa essere collegata al caso Mattei. Ma quando l’inchiesta sembra arrivata all’individuazione dei responsabili un giorno in una riunione con i vertici della polizia, avvenuta a Villa Boscogrande in località Cardillo, i servizi segreti mettono la parola fine all’inchiesta sulla sparizione di De Matteo. Nessuna pista Mattei per De Mauro.

Boris Giuliano

Inizia il depistaggio ricorrendo a storie di droga.

I documenti vengono mandati alla procura di Pavia per eventuali intrecci con il delitto Mattei, ma durante il viaggio se ne perdono le tracce e non arriveranno mai a destinazione.

Malgrado tutte le richieste di riapertura delle indagini siano poi state rifiutate o archiviate, nuovi elementi, nel frattempo, hanno permesso di rendere più chiaro il quadro di cosa accadde quella notte. Come in un puzzle si sono aggiunte nuove tessere.

Questo grazie alla volontà e alla caparbietà di persone che non si sono date per vinte e che hanno dedicato il loro tempo per conoscere la verità e dare un volto ai veri responsabili dell’omicidio dello scrittore. Mandanti ed esecutori.

L’ultimo passo auspicabile sarebbe la formazione di una Commissione Parlamentare d’inchiesta per verificare anche eventuali connessioni tra la morte di Pasolini, l’omicidio di Mattei e la sparizione del giornalista Mauro de Mauro e quindi risalire ad individuare i responsabili.

Pasolini, Mattei e De Mauro

Vorrebbe anche dire che la politica, indifferente e sorda per oltre 40 anni, decida finalmente di essere disponibile a fare luce su un periodo oscuro e tragico.

Ma l’Italia è un immenso tappeto sotto cui nascondere tutta la sporcizia. Compresi i misteri

Le strofe contrassegnate da asterisco (*) sono tratte dalla canzone “Una storia sbagliata” di Fabrizio De Andrè e Massimo Bubola, scritta nel 1995 su commissione. E’ stata la sigla di un documentario-inchiesta della Rai sulle morti di Pasolini e Wilma Montesi.

Quando ho incominciato a prendere appunti per il racconto degli avvenimenti del 1975, mi sono imbattuto nell’omicidio di Pasolini. Una vicenda che avrebbe meritato molto più che un semplice accenno.

Anche per rinverdire ricordi ormai sbiaditi dagli anni passati, ho cominciato a leggere articoli dell’epoca, resoconti e opinioni, non trascurando neanche alcuni libri su quel triste episodio.

Man mano che m’inoltravo nella vicenda mi sono imbattuto in vero ginepraio di date, nomi e resoconti che spesso non coincidevano. Ho incrociato le notizie per cercare di trovare dati attendibili. Ho cercato di riannodare i fili della storia e dare la giusta scansione temporale.

Il risultato è quello che avete letto.

Fonti consultate. Oltre a decine di articoli recuperati sul web anche:

La Macchinazione: Pasolini. La verità sulla morte di David Grieco (Rizzoli)

Pasolini. Un omicidio politico. Un viaggio tra l’apocalisse di Piazza Fontana e la notte del 2 novembre 1975 di Andrea Speranzoni e Paolo Bolognesi (Castelvecchi)

Profondo Nero di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza (Chiarelettere)

Il delitto Pasolini. Un mistero italiano di Massimo Centini (Newton Compton Editori)

Pasolini massacro di un poeta di Simona Zecchi (Ponte alle Grazie)

Accadde all’idroscalo di Fabio Sanvitale e Armando Palmegiani (Sovera Edizioni)

 

Alberto Zanini

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2 commenti su “Il delitto Pasolini. L’omicidio pt 5 scritto da Alberto Zanini

  1. Michele il said:

    Alla fine ho preferito rileggerlo di fila dalla prima puntata. Credo che a PierPaolo Pasolini sarebbe piaciuto l’articolo e sareste piaciuti anche voi. Fuori dal coro e contro le regole del sistema.

    • igufinarranti il said:

      sempre molto gentile. per chi scrive è sempre gratificante che il proprio lavoro venga apprezzato. grazie ciao

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