Il caso sbagliato – Racconto di Davide Pappalardo

IL CASO SBAGLIATO

 

Davide Pappalardo al lavoro

Qualcuno mi aveva ordinato di seguirla. E di non parlarle. Non subito almeno.
Chi era quella ragazza e perché dovevo starle alle calcagna con la bocca cucita?
Non lo sapevo. Il mio unico obbligo, per il momento, era di correrle dietro come un mastino
con le corde vocali recise.
Bell’affare. In quei giorni non avevo mica tempo da perdere in capricci e misteri
insondabili. Dovevo, non necessariamente nell’ordine, procacciarmi clienti, scucire soldi
per le bollette e scappare a gambe levate davanti ai creditori. Per quest’ultima ragione
spesso e volentieri dormivo della grossa. Mi rimpinzavo di energie che poi bruciavo coi
miei scatti da centometrista per evitare gli accattoni a cui dovevo denaro.
Ce n’erano parecchi da cui stare alla larga: il lattaio del vicolo in cui avevo messo su la
mia stamberga, la signora Mary, così gentile quando pagavo la pigione e così pronta ad
adombrarsi quando questuavo un piccolo posticipo e John, quello che mi spaventava di
più, l’enorme macellaio dal grembiule unto di macchie rosse. Temevo che quegli
ornamenti non fossero dovuti solo al sangue di quarti di bue, polli, conigli e compagnia
bella.
Ma vuoi o non vuoi, in quei tempi grami per le mie tasche affamate di pecunia, ero in
qualche modo inorgoglito. Mi aggiravo a testa alta tra le strade del quartiere che va
dall’acciaieria al cimitero di Saint Rose, sfoderando il mio sfavillante sorriso,
momentaneamente a trentuno denti.
Qualche frammento di incisivo l’avevo sputacchiato nel cesso di uno dei migliori ristoranti
della zona, il Lady Ruth, una stanzaccia che puzzava di whisky, segatura e latrina da un
miglio di distanza. Tanto lurida che la schifavano pure i frequentatori delle mense
dell’esercito della salvezza.
Un tizio che chiamavano Il Lettone non aveva gradito le mie critiche al terzino della
squadra di calcio locale: troppo leggerino, non teneva bene la difesa, impacciato nei
movimenti. Ebbi persino l’ardire di definire di legno le gambe del beniamino. Il Lettone,
tifoso sfegatato della squadra, pur riconoscendo la validità di qualche mia lagna, dopo un
vivace e articolato dibattito, aveva confutato le mie tesi con argomentazioni perentorie.
Non so come era riuscito in un sol colpo a mandare in aria pezzettini di incisivo e a far
quasi capitolare i miei canini. Non erano saltati via, ma da quel giorno li avrei avuti
leggermente storti. L’incisivo mi era stato poi risistemato da un dottorino alle prime armi
con un’otturazione alla buona.
Comunque sia mi aggiravo per le strade del quartiere come un’adescatrice dei bassi
elargendo ammiccamenti a destra e a manca. I miei occhi castani, nascosti dagli occhiali
alla John Lennon, erano pronti a scrutare potenziali clienti. E anche a cogliere tra la folla i
miserabili che pensavano di rivalersi su di me frugando le mie tasche. In saccoccia,
purtroppo per loro, solo cicche di sigarette e qualche briciola di pane raffermo. Ma io
dispensavo lo stesso sorrisi a dame e signori. Un politicante in campagna elettorale.
Presto detto il motivo del mio orgoglio. Qualche giorno prima, con due grossi chiodi
arrugginiti che sembravano presi in prestito dalla croce del Calvario, avevo fissato una
targhetta di legno alla parete del tugurio affittato dalla signora Mary.
Sull’insegna la scritta: Björn Ungaretti. Agenzia Investigativa.
Dietro la montatura dorata mi luccicavano gli occhi. Anche se più in là della targhetta non
c’era altro che una stanza con le pareti ricoperte di macchie di muffa, un divano che
significava cambiali, e polvere, soprattutto tanta polvere, mi sembrava di aver inaugurato
l’Agenzia Pinkerton.
E poi sì, qualche cliente c’era già. Nella zona non mancavano i motivi per rivolgersi a un
investigatore privato giovane e a buon mercato: corna, ammanchi sul lavoro, piccole

ripicche tra amici. Le solite belle cose che fanno pascolare gli uomini come me nei verdi
campi della vita. Roba da brucare la troverai sempre se l’essere umano rimane il
meschino che è. E non c’è motivo che cambi.
Il lavoro cominciava ad arrivare dunque ma qualcuno, il verme, mi aveva chiesto di
occuparmi di quella donna.
Non si dimentica una così. Mi era entrata in circolo nelle vene già la prima volta che
l’avevo adocchiata. Roba da andare in brodo di giuggiole. Snella, un seno che appariva
morbido come un cuscino quando non tocchi un letto da tre giorni, labbra leggermente
arcuate. Sembrava avesse un docile broncio permanente. Due occhi grandi e neri,
accompagnati da un’espressione smarrita, ti facevano venir voglia di proteggerla per tutta
l’esistenza terrena e anche oltre. Capelli lunghi fino al collo, castani e lucenti, e davanti
una frangetta corta che le dava un’aria giovane. Doveva avere poco più di vent’anni o
forse era proprio la frangia a ingannarmi.
Di lei conoscevo solo l’aspetto. Per ora quanto bastava per seguirla. Poi magari avrei
dovuto trovare anche il modo di parlarle.
L’occasione si presentò durante una mia incursione solitaria nel quartiere.
Quella sera le strade erano bagnate e rilucevano illuminate dai fanali delle auto di
passaggio. Al primo piano di un fabbricato dai mattoni rossi, un tizio fumava una sigaretta.
Dietro di lui un giradischi gracchiava un blues. Dall’altra parte della strada la ferrovia.
Nel mezzo, sul marciapiedi, io. Avvolto in un impermeabile beige che ricopriva il mio corpo
massiccio e immerso nei miei pensieri: i conti, l’appuntamento col barbiere per una
sforbiciata ai miei capelli rossi ora troppo lunghi per essere dominati da una parvenza di
pettinatura, i tempi in cui con mio fratello Eiran giocavo ai soldati tra la boscaglia dietro
casa e il muro di cinta del negozio del signor Mauser.
Quasi senza accorgermene, forse per scacciare questi pensieri, diedi un calcio a una
lattina di birra.
Dovevo esserci andato giù pesante. La mia gamba, memore dei trascorsi da mediano di
mischia nel rugby, aveva impresso una bella forza al calcio. La lattina era schizzata in alto
verso il tipo del primo piano e poi era scesa lenta per andare a sbatacchiarsi qualche
metro più avanti contro un cassonetto della spazzatura.
Una figura sottile di donna sussultò a qualche metro da me.
Quella donna! Era proprio lei.
Quel qualcuno mi aveva raccomandato solo di seguirla e raccogliere informazioni, senza
farmi notare.
Un accidenti! La splendida si era girata, i capelli si erano mossi rapidi da una parte all’altra
e i suoi occhioni neri si erano piantati su di me. Me li ero sentiti addosso. Come tentacoli di
un polipo si erano allacciati ai miei.
Bofonchiai una scusa abbassando gli occhi e, curvo nell’impermeabile, svoltai l’angolo. Mi
infilai nel primo bar a disposizione.
Ingollai una pinta di birra dopo l’altra. Nel frattempo cercavo di mettere in campo una
strategia. Quel qualcuno, il verme che mi aveva commissionato il lavoro, mi aveva
raccomandato di stare attento a non farmi vedere le prime volte. Ma mi ero fatto beccare
come una comare che ciarla di un segreto nel bel mezzo di un cortile affollato.
Cosa sai di lei? Mi chiesi. Dovevo averlo detto ad alta voce.
Un uomo sui quaranta che salmodiava non so quali lamenti aveva interrotto il discorso e si
era girato verso di me. Il tizio con un pizzetto scuro che gli stava accanto sembrava
interessato ai suoi argomenti quanto un cultore di pittura a un match di pugilato.
Stavo per chiedere spiegazioni ma l’uomo aveva già ricominciato a sputare parole sui
problemi dell’acciaieria e su quello stronzo del suo capoturno. Un giorno o l’altro gli
avrebbe immerso la testa in un contenitore per acidi. Il tipo col pizzetto annuiva

ciondolando la testa avanti e indietro e ogni tanto dava un’occhiata ai muscoli delle braccia
del suo interlocutore che guizzavano svelti.
Ripresi a rimuginare. Ecco quanto ne sapevo: giovane, bella, gira da sola per il quartiere
come se stesse cercando o aspettando qualcuno. Ero proprio arguto. Notizie che avrebbe
potuto raccattare anche un passante orbo preso a caso. Magari anche aggiungendo altre
considerazioni, senza dubbio più interessanti delle mie.
Il tizio accanto a me continuava a questionare, era tutto un muoversi di braccia, fasci
muscolari, terminazioni nervose che saettavano. Il suo interlocutore? Per la pazienza
dimostrata meritava di vincere almeno alla lotteria rionale, il massimo che si concedeva
era una grattata al pizzetto e un sorso di birra.
Il brusio della saletta mi stava disturbando. Non riuscivo a ragionare e quando non ragioni
che fai? Bevi o ti accanisci sui ricordi e per non rimestare nei ricordi bevi, ma se bevi i
ricordi cattivi riaffiorano e allora devi soffocarli con un’altra pinta e così via. E va a finire
che se ti butta bene sei uno straccio dopo un paio d’ore e se va male l’indomani mattina ti
raccolgono nel vicolo con un cucchiaino insieme ai trucioli della vicina segheria e alle
bucce di arachidi del locale. Non avevo intenzione di farmi ammazzare dai ricordi e mi
stavo rinfilando l’impermeabile, quando colsi un cambiamento in sala.
Si era fatto silenzio. O meglio il brusio era diminuito parecchio. Sbirciai i due tizi accanto a
me al bancone. L’operaio che voleva superare le incomprensioni col capoturno con metodi
extra sindacali ciancicava adesso qualcosa al tipo col pizzetto. Entrambi guardavano
verso l’ingresso. Anche altri avevano lo sguardo diretto all’entrata e non stavano certo
ammirando l’attaccapanni in legno massiccio che, perdiana, non era mica male. Ne avrei
avuto certo bisogno per l’agenzia ma non poteva essere quello l’oggetto delle attenzioni di
tutta quella gente. Non aveva mica le fattezze della ragazza che era appena entrata. Lei.
Si era guardata intorno sgranando gli occhi. Il suo sguardo smarrito aveva pestato il piede
sull’acceleratore del mio ritmo cardiaco. Gli avventori del bar, in gran parte maschi della
classe operaia del quartiere, dopo qualche attimo di incanto erano tornati a poggiare le
labbra sui boccali e a parlare di calcio, politica e di turni e capiturno.
Solo io ero rimasto ancora a bocca aperta, a cercare di sondare il mistero di quella donna.
Scelse un tavolo rotondo, nero e per due, a pochi passi da me.
Sembrava non avermi visto. Mi asciugai il muso per cercare di darmi contegno. Mia
madre, poverina, aveva avuto i suoi bei problemi ad allevare due cuccioli in questo
quartiere, dove se sei gentile quantomeno vieni bollato come finocchio e se non sai
difenderti alla prima occasione torni a casa con un occhio pesto, alla seconda scatta il
pronto soccorso e non arrivi alla terza perché hai già cambiato zona. Ma non aveva
dimenticato di insegnarmi le buone maniere, mia mamma.
La ragazza mi avrebbe di certo scorto e quindi avrei dovuto avere un’aria rispettabile.
Quel qualcuno, responsabile di tutta la vicenda, mi aveva però detto di non avvicinarmi le
prime volte. Sarebbe stato pericoloso. Perché? Quali minacce potevano arrivare da una
giovane fanciulla dall’aspetto così delicato?
Forse quel qualcuno mentiva, era un sabotatore, mi stava conducendo fuori strada per
chissà quali motivi.
La ragazza aveva un rossetto tenue sulle labbra e quel broncio non aveva nulla di quei
bronci sensuali e impertinenti che hanno certe donne. Le dava anzi un tocco di dolcezza
che avrebbe sciolto financo il mio vicino di bancone che instancabile adesso declinava i
vari metodi per far fuori il suo capoturno.
Investirlo con la macchina nello stradone alberato nei pressi della segheria, avvelenare il
caffè, assoldare un disperato che per una dose è disposto a far fuori anche l’intera
fabbrica, figurati un uomo soltanto.
Sapevo che il tipo dai muscoli guizzanti non avrebbe mai fatto un cazzo. Li conosco quei
tipi. A parte parlare, parlare e parlare, non fanno nulla. Il tizio si stava solo sfogando con

un amico delle nefandezze di un altro fesso. Soverchierie di un disgraziato peggio di lui
che conduceva una vita infame. E si rivaleva sul mondo con quel poco di squallido potere
destinatogli in questa terra.
Me lo immaginavo il suo kapò, chiuso in casa a guardare uno sceneggiato in tv, a languire
con cibo precotto, birra economica e vino in cartone, fra quattro mura fredde. Ma
l’indomani glielo avrebbe fatto vedere lui al mondo, li avrebbe strigliati per bene i suoi
ragazzi e poi la sera sarebbe tornato solo di nuovo nel suo buco di culo di stanza.
Quasi mi veniva voglia di ridere a sentire così tante stronzate. E forse lo feci. O almeno
sorrisi. Perché, meraviglia delle meraviglie, alzando gli occhi verso il tavolo della
misteriosa fanciulla dagli occhi neri, vidi che anche lei sorrideva. Mi sorrideva. Fu un
attimo.
In seguito pensai di essermi sbagliato, forse per giustificarmi.
Comunque, in quel preciso momento, ebbi l’impressione che quella donna stesse
sorridendo a me. Mi si seccò la gola all’istante. Era come se una volpe miope scambiando
un riccio per un pollo lo avesse inghiottito, conficcandosi gli aculei nel palato.
Mi tornò in mente il consiglio di quel qualcuno che mi aveva commissionato tutto: “Non
avere fretta di parlarle, Björn”.
Ma ero giovane e i giovani, si sa, devono anche infischiarsene dei moniti e così cominciai
a meditare di infrangere la prima regola del mio committente.
Ma sì, mi dissi, smuovi il tuo poderoso sedere dallo sgabello e piazzati nel tavolo rotondo.
Però aspetta, magari non subito. E’ troppo sfacciato. E poi cosa dirle?
Era già tardi. Molti degli avventori erano andati via, presto la sveglia avrebbe rotto il sonno
senza sogni di parecchi di loro.
Un giovane stava già pulendo alcuni tavoli. Mi distrassi a guardarlo perché somigliava a
mio fratello, per via delle lentiggini. Manda via questi pensieri, mi dissi e alzati. E così
saltai dallo sgabello e dritto e fiero mi diressi verso il tavolo rotondo.
Vuoto.
“E’ filata via”, mi disse con uno sguardo complice il tipo muscoloso che stazionava ancora
al bancone. Il suo amico doveva essere rincasato. E così finii la serata a discutere degli
orari di lavoro in fabbrica, del calo della produzione dell’acciaio, degli investimenti nel
settore, del governo porco e, ovviamente, del capoturno e di come ammazzarlo.
Le settimane passavano. Avevo risolto un paio di casi di corna ed ero corso dal macellaio.
Dapprima mi aveva guardato torvo ma, quando avevo sganciato un po’ di biglietti sul
freddo tavolo di marmo e chiuso i debiti, si era allargato in un sorrisone. Per sferrarmi poi
una pacca che doveva somigliare tanto al gancio destro di Rocky Marciano. Io e la mia
scapola sinistra ce la saremmo ricordata per il resto dei nostri giorni quella pacca, segno
tangibile di una stima duratura.
Ma restava il caso della donna. Quel qualcuno si era rifatto vivo e mi aveva pure dato del
coglione perché non avevo parlato con la ragazza.
“Ma come, prima mi dici che devo solo seguirla e che non devo parlarle per nulla al
mondo? E poi sono un imbecille di prima categoria per non aver aperto bocca?”
Quel qualcuno mi aveva risposto che il sorriso della ragazza aveva cambiato tutto.
“Che razza di investigatore e di uomo sei se ti attieni alla lettera alle istruzioni dei tuoi
clienti? Te lo dico una volta sola: se vuoi crescere fidati del tuo istinto, ascolta i consigli ma
scegli. Non aspettare che qualcosa accada o che capiti per grazia degli altri”.
E così, per essere stato obbediente alle regole di ingaggio, mi ero beccato addosso una
bidonata di umiliazione.
Risolvendo i due casi di tradimento mi ero imbattuto più volte nella ragazza. In
un’occasione si era anche girata. Preoccupata.

Poi ero riuscito a cavare qualche informazione dal tipo che aveva voglia di menare il
capoturno. La conosceva di vista, abitava tra il droghiere e la ferramenta di Hardy. Mi
spiattellò che frequentava il pub Alce bianco.
Così ogni maledetta sera facevo una capatina al pub o mi aggiravo nei dintorni
leggiucchiando un giornale, fingendo di chiamare dal telefono pubblico, sbocconcellando
frittelle al freddo e sventolando la licenza quella volta che le guardie mi chiedevano conto
del mio bighellonare.
Quando capitò ero dietro a un lampione e stavo prendendo appunti sull’ultima grana da
risolvere: Olga temeva che il marito Adam la tradisse con una certa Wilma, una rossa tutta
pepe, un po’ in carne. Stavo segnando orari e spostamenti di Adam quando la ragazza
misteriosa mi passò davanti inebriandomi con un profumo che sapeva di primavera. Seguii
con gli occhi la scia di vapore lasciata dal suo corpo mentre tagliava la nebbiolina e si
dirigeva verso l’Alce bianco.
Posai gli appunti nella tasca interna dell’impermeabile. Promisi a quel qualcuno di mia
stretta conoscenza che stavolta avrei risolto la questione.
Risoluto entrai nel locale. Davanti mi trovai tre donne in età pensionabile, a sinistra un
vecchio sbevazzone con una lunga sciarpa di lana che doveva risalire ai tempi di
Matusalemme, a destra guappi di fabbrica. Nessuna traccia di quella donna. Solo calici
che si alzavano, pinte di birra sui vassoi, spillatrici in funzione, chiacchiere e risa sguaiate.
Guardai di nuovo e la vidi, nel tavolo dietro al vecchio. Sorrideva. Splendida. Gli occhi neri,
di ossidiana, le brillavano di una luce nuova. Ed era bellissimo stare dentro quella luce. I
capelli soffici sembravano animati da un vento dolce che li carezzava. Tutto emanava un
lindore che rendeva più bello a vedersi chi la circondava. Anche il vecchio sbevazzone. La
sua sciarpa sporca e infeltrita sembrava adesso una candida stola di visone, la sua barba
incolta pareva scolpire il viso di un anziano filosofo, gli occhi opachi, spenti sotto una
sottile striscia trasparente, nuotavano in scintille di intelligenza e saggezza.
Mi persi in quell’aura di splendore che attorniava la donna e stavo per sedermi accanto a
lei quando vidi che non era sola. Sorrideva sì, non a me, ma al giovane bruno che le stava
accanto. Nemmeno lo guardai. Seppi che ormai era tempo perso.
Feci una retromarcia improvvisa. E andai a sbattere contro il tavolo del vecchio. Non era
Seneca né Platone ma pronunciò una sequela di improperi dimostrando di essere un
alfiere del suo ramo.
Tornai in ufficio, deciso a saldare i conti in sospeso. Innanzitutto con quel qualcuno di mia
conoscenza.
Mi sedetti alla scrivania. Sul tavolo appunti sparsi, qualche foto, un grosso telefono rosso
che non squillava mai. Accesi la radio per ascoltare il notiziario, ma la spensi subito, quelle
voci mi confondevano.
Accavallai le gambe e buttai i piedi sullo scrittoio, presi uno specchio, tolsi dal naso la
montatura color oro, guardai dentro al vetro.
Non sembravo un angelo, solo un diavolone dai capelli rossicci. Un buono che la vita, i
sensi di colpa e le esperienze avrebbero reso via via più duro.
Che avevo da chiedere a quel qualcuno?
Risi, di quelle risate amare che sembravano più un ghigno da bestia ferita.
E allora gli dissi fesso.
Fesso, dissi a quel qualcuno che mi aveva bloccato.
Ma pronunciai quell’unica parola quasi con compassione, senza usare troppa durezza nei
confronti di quel volto che mi guardava intontito dallo specchio.
Mi ero imposto di seguire la ragazza, semplicemente perché mi piaceva. Avevo poi solo
avuto paura. Sabotato dalle mie incertezze.
Avrei imparato la lezione? Mi chiesi, senza penarmi tanto di darmi una risposta.

Poi tolsi gambe e stivali dalla scrivania, spazzai con la mano qualche pietra e un po’ di
terra bagnata che era caduta su, rassettai i fogli alla bell’è meglio.
Presi una pezza, andai fuori, lustrai per benino l’insegna.
Rimasi a guardarla per tre minuti buoni.
Björn Ungaretti. Agenzia investigativa.
Faceva un certo effetto.
Rientrai, mi gettai a peso morto sul divano e dormii per ore e ore. Una pila di fogli mi
aspettava sulla scrivania. Appunti su Wilma e Adam.

Davide Pappalardo

 

Davide Pappalardo

Ringraziamo l’autore per averci dato il permesso  a pubblicare il suo racconto. Nel nostro archivio sono presenti: due recensioni delle sue  opere precedenti più un’ intervista.

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