I Racconti Di Canterbury – Pasolini. XIV secolo di morte, religione e amore.

I Racconti Di Canterbury

Anno: 1972

Titolo originale: I Racconti Di Canterbury

Paese di produzione: Italia, Francia, Regno Unito

Genere: commedia

Regia: Pier Paolo Pasolini

Produttore: Alberto Grimaldi

Cast: Hugh Griffith, Laura Betti, Ninetto Davoli, Franco Citti, Josephin Chaplin, Alan Webb, Pier Paolo Pasolini, J. P. Van Dyne, Vernon Dobtcheff, Adrian Street, OT, Derek Deadmin, Nicholas Smith, George Datch, Dan Thomas, Michael Balfour, Jenny Runacre, Peter Cain,

Daniele Buckler, John Francis Lane, Settimo Castagna, Athol Coats, Judy Stewart – Murray, Tom Baker, Oscar Fochetti, Willoughby Goddard, Peter Stephen, Giuseppe Arrigio, Elisabetta Genovese, Gordon King, Patrick Duffett, Eamann Howell, Tiziano Longo, Eileen King, Heather Johnson, Robin Asquith, Martin Whelar, John McLaren, Edward Monteith

All’interno di una locanda si riuniscono i pellegrini diretti a Canterbury per rendere omaggio all’arcivescovo Thomas Beckett. Tra il fitto vociare all’improvviso spunta un individuo che esordisce richiamando il silenzio e in seguito invita i viandanti a raccontarsi delle storie lungo la via di Canterbury per abbattere la noia.

Con Il Decameron (1971) Pasolini inaugurò la Trilogia Della Vita, che concluse con Il Fiore Delle Mille E Una Notte (1974). Ne I Racconti Di Canterbury (capitolo centrale) siamo nel pieno di un’evoluzione sostanziosa del regista, che lo vede allontanarsi dai suoi cari sottoproletari per rappresentare i miti letterari.

L’inferno secondo Pasolini, favolosamente rappresentato, nell’ultimo racconto “Il frate avido”.

La crescita professionale si nota soprattutto nell’attenzione per i dettagli, particolare messo in evidenza subito nei volti bizzarri ed affascinanti dei personaggi. I formidabili primi piani vanno ad aggiungersi alle numerose grandi intuizioni di Pasolini, che tra inquadrature azzeccate e una fotografia che esalta scorci magici, inquadra un film da un punto di vista tecnico ineccepibile. Grande lavoro venne fatto anche per la rappresentazione storica, altamente credibile per i costumi e le scenografie. L’opera omnia del padre della letteratura inglese qui viene omaggiata e seguita fedelmente, mentre in altri punti completamente rivisitata, a partire dalla presenza di Chaucer stesso, i cui panni vengono vestiti da Pasolini che lo fa’ presenziare alla locanda di partenza e di tanto in tanto ricompare nel suo studiolo intento a scrivere i racconti che vengono mostrati. La produzione, a metà tra Italia, Francia e Regno Unito, un’altra novità all’interno della filmografia pasoliniana, deve aver costituito più di qualche problema, dal momento in cui diversi attori stranieri, dovendo essere doppiati, non ricevettero una trasposizione italiana eccellente. Là dove il doppiaggio sembra non funzionare sopraggiunge comunque un uso dei dialetti che salva la baracca e dona un tocco divertente in più. Non perfetta neanche la suddivisione dei racconti, un po’ approssimativa e mai annunciata precisamente. I Racconti Di Canterbury d’altronde, ricevette pochi consensi in Italia, che ne denunciò soprattutto le numerose scene di nudo e il linguaggio molto libero, ma ebbe la sua meritata rivincita a Berlino, in cui vinse l’Orso d’oro nel 1972.

D’altro canto è proprio qui che risiede la bellezza de I Racconti Di Canterbury, che oltre ad essere un’opera artistica di assoluto valore, mette in mostra un regista sicuro di sé e dal grande coraggio. Il tono che si alterna attraverso gli “episodi” si rifà spesso alla commedia, pur sapendo anche toccare momenti drammatici. Ciò che comunque li accomuna tutti sono le tematiche della morte, della religione e dell’amore, quest’ultimo esaltato senza paura nel suo lato più carnale. L’immagine di fine 1300 che ricava Pasolini è in qualche modo connessa al suo cinema attuale, nei personaggi e nelle narrazioni, perciò qui trova una quadratura temporale perfetta. Partendo da un re tradito dalla moglie dopo essere stato reso cieco, passando per i due collegiali che di nascosto finiscono a letto con la moglie e la figlia del mugnaio, ma anche dai giovani frequentatori di bordelli che finiscono avvelenati dopo l’avvertimento di un amico della Morte, si giunge alla conclusiva, devastante e meravigliosa rappresentazione dell’inferno, a cui è costretto ad assistervi un frate corrotto. Un finale indelebile, provocatorio e artisticamente mirabile.

Zanini Marco

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