I giorni di Perky Pat e altre storie Dick con mini excursus sulla fantascienza

DickScritti tra il 1953 e il 1967, gli otto racconti contenuti in questa piccola antologia sono dei veri e propri capolavori, che racchiudono in sé tutte le caratteristiche dell’opera omnia di Dick in brevi flash che possono stupire il lettore per varietà e inaspettati cambi di rotta narrativa.

La fantascienza di Dick, lontana dall’essere un esercizio di stile o una semplice propaganda politica mascherata da fiction, tocca temi grotteschi, impuri, a volte quasi disturbanti, che esplodono quasi sempre in un finale inaspettato, rocambolesco.

Insomma, una vera gioia per il palato del lettore.

Se nel racconto che da il titolo alla raccolta si riconosce, ben marcata, l’impronta tipica dei suoi lavori migliori, le storie successive nascondono diverse sorprese e cambiamenti di genere narrativo che coinvolgono il lettore in un grand guignol futuristico. Così abbiamo un trittico di genere horror (la macchina salvamusica, la Cosa-Padre, la fede dei nostri padri), un paio di racconti a tema esistenziale (Piccola città, Foster, sei morto) e anche un assaggio del Dick complottista che tutti amiamo (Quel che dicono i morti). Spicca, nella raccolta, come genere a sé, l’esilarante e amaro “Oh, essere un Blobel!” che anticipa di decenni tutto un filone cinematografico di fanta-parodie.

Che gli scrittori di fantascienza della metà del secolo scorso fossero grandi estimatori di horror non è certo un segreto. Basti pensare al racconto “Usher II” contenuto in “Cronache marziane” di Ray Bradbury, il quale non è semplicemente un omaggio ad Edgar Allan Poe, ma una vera e propria carrellata delle sue opere più famose spinta oltre il limite della decenza. Il risultato di questo esperimento è una favola splatter, in anticipo sui tempi e allo stesso tempo di un’ingenuità geniale (per intenderci, lo stesso tipo di splatter ironico che anni dopo troveremo nelle avventure a fumetti di un certo indagatore dell’incubo, Dylan Dog). La stessa genialità si ritrova in alcune opere di Dick, sebbene molti non oserebbero mai accostare i due nomi senza una dettagliata contestualizzazione.

Se Bradbury sperimentava tranquillamente la truculenza portata all’eccesso nelle sue “cronache marziane”, possiamo dire che in “Perky Pat e altre storie” Dick sperimenta un lucido uso della tensione con altrettanta padronanza, quel tipo di tensione che sovente si trasforma in sudore freddo lungo la spina dorsale. Leggendo, ad esempio, “La Cosa-Padre”, è quasi impossibile non pensare ad alcuni dei racconti più riusciti di un giovane Stephen King; così come spesso l’autore è stato citato assieme a pilastri della letteratura come Ballard e Vonnegut, con una strizzatina d’occhio perfino al meraviglioso Comma 22 di J. Heller.

Riflettendo però su questa lista di artisti, e prendendosi la libertà di generalizzare un pochino, si noterà che essi appartengono a una stessa categoria: sono artisti “di genere”, che si sono fatti le ossa in un mondo che, per molto tempo, non ha considerato il loro lavoro come “serio.”

Non è un segreto che la fantascienza (o science fiction) sia stata per anni maltrattata dalla critica letteraria perché considerata un genere “di nicchia”, troppo frivolo e incredibile per potersi permettere di trattare temi importanti o intellettuali. Alcuni l’hanno barbaramente marchiata come letteratura per ragazzi o per anime semplici. Lo stesso Dick non ha mai conosciuto il vero successo in vita, se si esclude la positiva critica popolare del suo libro più conosciuto: “la svastica sul sole”. Le sue opere sono state rivalutate grazie a un’attenta analisi dei contenuti fornita da critici più moderni, e soprattutto dopo che la grande macchina hollywoodiana aveva sfornato il film Blade Runner, che lo ha fatto conoscere al grande pubblico.

Oggi sappiamo che la fantascienza, lungi dall’essere un innocuo intrattenimento di nicchia, è un genere che tocca quasi tutti gli argomenti più importanti per il genere umano: famiglia, politica, religione, droga, lotte di potere, filosofia ecc. proprio come fanno la letteratura horror e un certo genere di musica.

In tutti i suoi romanzi Dick sfoga i dilemmi esistenziali attraverso i suoi personaggi, prototipi di uomini qualunque che, pur non avendo peculiarità o attributi da eroi, si trovano quasi sempre loro malgrado proiettati in situazioni che mettono alla prova la loro rettitudine etica e sociale. E non sempre ne escono vincitori. Questo tipo di struttura narrativa, sebbene farcita da robot, alieni, poteri sovrannaturali e catastrofi dovute a guerre tra pianeti, non ha nulla da invidiare a quella di autori classici contemporanei, universalmente riconosciuti solo perché meno propensi a giocare con una grande quantità di tematiche più o meno realistiche. Nel mondo Dickiano invece, nulla è mai come sembra. Tutto cambia, tutto è in continua evoluzione; perfino i personaggi principali possono subire una metamorfosi spiazzante nel corso della narrazione, lasciando una consistente “traccia filosofica” su ogni azione o parola pronunciata.

Concludo con le parole di Carlo Pagetti, che scrive nella presentazione de “I giocatori di Titano”: – lo scrittore manovra le formule più scontate del genere, utilizza i personaggi come marionette, rimette le regole in discussione come un giocoliere – .

Ed è questo, in sostanza, il mestiere dello scrittore.

Didi Agostini

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