Excursus sulla Lonza della Divina Commedia – Sandra Pauletto

DIVINA COMMEDIA – INFERNO, CANTO I – LA LONZA.

Lonza
Gustav Doré

La lonza è la prima delle tre fiere che nel primo canto dell’inferno arrivano per impedire al poeta la scalata al dilettoso monte. Ma non siamo qui per raccontare il  canto, ma solo per fare un focus sulla lonza.

Delle tre fiere la lonza è di certo la più ambigua e la più discussa, al punto che, tra i dantisti, non si è ancora giunti a un accordo universale per decidere di che animale si tratti. Fondamentalmente viene indicata come una sorte di: lince, leopardo, pantera.

Se vogliamo analizzare l’etimo,  deriva da “Lynx”, quindi lince.

Il poeta oltre al nome ci dà una breve descrizione  che ci permette di capire qualcosa di più.

Così la presenta:

 

[…] “Una lonza che di pel maculato era coverta”.

 

Quindi sappiamo che il pelo del misterioso animale era coperta da delle macchie..

Da una veloce verifica è possibile constatare che le linci hanno il pelo maculato è a questo punto tra la descrizione del poeta e la conferma dell’etimologia, prima ancora che della natura, noi avvaloriamo la tesi secondo cui la lonza è una lince.

Appurato questo passiamo al secondo livello. Sappiamo che in Dante ogni verso nasconde al suo interno mille segreti, moltissimi dei quali molto probabilmente a noi ancora sconosciuti.

Che cosa significa, quindi la presenza della lonza? (accompagnata da un leone e una lupa di cui parleremo in un altro articolo) Qual è il suo messaggio misterioso?

Se i dantisti non erano d’accordo sull’ identificazione dell’animale, pare che sul suo significato allegorico le cose vadano un po’ meglio, pur non essendoci una sola teoria.

Le interpretazioni più comuni vedono la lonza come la raffigurazione de:

 

  • Lussuria
  • Invidia dei beni altrui
  • secondo tesi minori c’è chi le attribuisce il potere di rappresentare i peccati contro la verità e contro l’amore verso il proprio popolo.

 

Tutti i peccati  comunque legati al tradimento e alla frode che il poeta colloca  a valle della “riva scoscesa” tra l’VIII e il IX cerchio. Questa l’ultima tesi trova conforto in chi, per invidia, intende l’odio, rifacendosi a due variabili.

 

  1. Dante afferma che l’invidia è un sentimento che non gli appartiene.
  2. Nel VI canto dell’Inferno vv 49-50 leggiamo:

“La tua città che è piena/d’invidia sì che già trabocca il sacco” e questa invidia viene da tutti tradotta con odio

C’è chi invece attribuisce alla lonza il valore allegorico della frode, volendo mettere in relazione il pelo maculato della bestia con quello di Gerione, che il poeta descrive non propriamente maculata, ma “dipinta di modi e di rotelle”.

Facciamo presente che Gerone è posto a guardia dell’VIII cerchio dove troviamo appunto coloro che si macchiano di frode.

Essendo Dante anche uomo di politica, ed essendo la Commedia ricca di rimandi politici, c’è chi ha voluto attribuire alla lonza anche valore politico, considerandola allegoria della fraudolenta repubblica fiorentina.

La lince è presente già nei bestiari medioevali.

Dalla lince parla Isidoro di Siviglia (Cartagena 560 circa / Siviglia 4 aprile 636) nella sua opera “Etymologiae” formata da venti libri. in cui il XII°  lo dedica agli animali.

C’è da dire che rispetto all’opera già allora esistente di Plinio il Vecchio o a quella di Aristotele, Isidoro non aggiunge nulla di nuovo, per quanto, il suo lavoro ebbe molta fortuna nel medioevo.

Secondo alcuni l’ autore nel raccontare certe leggende sarebbe stato ancora meno cauto dei suoi predecessori.

Ma vediamo di seguito cosa dice a proposito della lince, a ulteriore conferma che sia proprio questo l’animale che Dante chiama Lonza.

“La lince ha questo nome perché viene annoverata tra i lupi: è una bestia col dorso maculato come il leopardo, ma assomiglia al lupo; per questo motivo dato che in greco lupo è “Lykos”, quella viene chiamata “Lincis”.

Nei testi antichi torna però possibile la personificazione della Lonza con l’invidia.

Questo ricollegando l’animale a una leggenda molto diffusa, di cui parla anche Isidoro da Siviglia, ma che noi riportiamo usando le parole di Plinio:

L’orina delle linci, nel paese in cui queste nascono, si solidifica così come viene emessa e si rapprende in pietre simili al carbonchio, risplendenti di un colore rosso, chiamano lincurio; perciò molti autori sostengono che l’ambra si genera così. Ne son ben consapevoli le linci e per gelosia ricoprono di terra la loro orina e questa perciò tanto più velocemente si consolida; (traduzione di E.Giannarelli).

Visto quanto sopra la lonza non sarebbe simbolo della lussuria ma dell’invidia, richiamandosi al verbo “invidere”, ossia essere invidioso, volere male e, soprattutto, impedire a qualcuno il godimento di un bene, esattamente come farebbe la lince con il prezioso prodotto delle loro urina.

A conferma di questa ipotesi abbiamo le parole di diversi autori, antecedenti a Dante:

  • Isidoro: (XII°, 2, 20) Le linci ricoprono l’urina, “invidia quadam naturae”, ossia per una forma naturale d’invidia.
  • Plinio il Vecchio: (VIII°, 137) “Lynces […] invidentes urinam terra operiunt, ossia le linci per invidia coprono la loro urina con la terra.
  • Gaio Giulio Solino (210 – 258 d.C.) dice: “Le linci nascondono – invidia scilicet – (senza dubbio per invidia) la loro urina.

A questo punto avete tutto il necessario per decidere secondo giudizio quale animale sia la misteriosa Lonza di Dante.

Sandra Pauletto

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