Da Raffaello a Canova, da Valadier a Balla 30 settembre 2018 Perugia

Da Raffaello a Canova Da Valadier a Balla a Perugia 100 opere dell’Accademia Nazionale di San Luca

dal 21 febbraio al 30 settembre 2018

Palazzo Baldeschi e Palazzo Lippi Alessandri Corso Vannuci 66,39 Perugia

Raffaello

 

Cento magnifiche opere, tra cui molti capolavori assoluti, appartenenti ad una delle più antiche e prestigiose istituzioni culturali italiane, l’Accademia Nazionale di San Luca di Roma, sono a Perugia per una mostra di ampio respiro che si sviluppa tra Palazzo Baldeschi e Palazzo Lippi Alessandri, edifici storici di proprietà della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia situati nel centro storico cittadino e adibiti a spazi museali.

Oltre alle opere di Raffaello, Bronzino, Pietro da Cortona, Guercino, Rubens, Wicar, Hayez, Giambologna, Canova, Valadier, Balla, si possono ammirare dipinti e sculture di altri fondamentali artisti italiani e stranieri, a documentare la grande arte tra il Quattrocento e il recente Novecento.

La mostra nasce dalla collaborazione tra la Fondazione CariPerugia Arte e l’Accademia Nazionale di San Luca. E’ curata da Vittorio Sgarbi e accompagnata da un catalogo edito da Fabrizio Fabbri Editore con tutte le opere riprodotte e analizzate da schede scientifiche curate da specialisti e da un testo, oltre a quello del curatore, di Francesco Moschini Segretario Generale dell’Accademia, che vi traccia una rapida storia dell’istituzione.

Filippo Vitale -1630- disputa di San Girolamo con i dottori della Legge

PALAZZO BALDESCHI
Il percorso si apre con il “Modello architettonico della chiesa dei Santi Luca e Martina”, di cui non si
conosce l’autore. Realizzato in gesso e legno, raffigura in scala 1: 50 la chiesa dei Santi Luca e Martina al
Foro Romano. Non è nota la data della sua esecuzione avvenuta, si ritiene, tra il 1932 e il 1933 per illustrare
il progetto di Gustavo Giovannoni, in quegli anni Presidente dell’Accademia, per l’isolamento dell’edificio
dalle costruzioni che da sempre ne circondavano i lati e l’abside. La chiesa, una tra le più importanti
testimonianze del barocco romano, venne realizzata a partire dal 1634 su progetto di Pietro Berrettini da
Cortona (1596-1669), al tempo Principe dell’Accademia. Sorgeva nel luogo in cui sin dall’antichità si trovava
una chiesa dedicata alla martire romana santa Martina, divenuta dal 1588 sede dell’Accademia di San Luca.
Negli ambienti della chiesa, consacrata poi anche a san Luca, protettore dei pittori, e nelle stanze di un
vecchio granaio adiacente, si svolgevano le attività dell’Accademia.

Sala dei Quattro Elementi
Il percorso espositivo prende avvio con il Ritratto di Girolamo Muziano eseguito da Giuseppe Ghezzi alla fine
del XVII secolo, per rendere omaggio all’illustre fondatore dell’Accademia nel 1577. La Prima Sala si apre così
con alcune significative testimonianze della pittura fiorentina del Cinquecento, come l’Annunciazione di
Biagio d’Antonio Tucci, la Madonna con Bambino attribuita a Francesco di Giorgio Martini ed un Putto
reggifestone, rara testimonianza della pittura a fresco di Raffaello. Proprio la produzione del maestro
urbinate è stata a lungo presa a modello dagli artisti accademici, tanto da ascrivere quest’ultimo a ideale
fondatore dell’Accademia stessa. La tavola rappresentante la Madonna con il Bambino e santa Caterina,
entrata a far parte delle collezioni accademiche come opera di Matteo di Giovanni per mezzo del lascito di
Michele Lazzaroni del 1935, è forse da ricondurre alla mano di Umberto Giunti. Quest’ultimo, riconosciuto come uno dei maggiori falsari senesi che dagli inizi del XX secolo, ha messo a dura prova l’“occhio del conoscitore”.

Sala della Sapienza
Questa sala accoglie due opere del Bronzino, il Sant’Andrea e il San Bartolomeo, eseguite per la pala d’altare
della chiesa Madonna delle Grazie a Pisa e rimossa negli anni Ottanta del Cinquecento. La pala raffigurava un
Cristo portacroce e i sei santi Bartolomeo, Andrea, Giovanni evangelista, Michele arcangelo, Pietro martire e
Stefano. Le due tavole qui esposte sono state vendute nel 1821 all’Accademia di San Luca dal pittore
neoclassico Vincenzo Camuccini. Entrambe rivelano una fuga prospettica in direzione della tavola con il Cristo
portacroce, sottolineata dai motivi geometrici del pavimento, e l’attenzione del Bronzino nei confronti
dell’anatomia del corpo. Aspetto, quest’ultimo, ancora più evidente nella figura di San Bartolomeo scorticato
che a lungo è stato preso a modello proprio per l’insegnamento dell’anatomia in Accademia.
Il San Marco in terracotta, probabilmente opera dello scultore Andrea Corsali (precedentemente attribuita a
Vincenzo Danti), è stata realizzata intorno al 1560 per la cappella di S. Luca nella basilica della Ss.ma
Annunziata di Firenze e testimonia l’adesione dell’artista alla maniera michelangiolesca.

Giovan Battista Piazzetta, Giuditta e Oloferne, 1716 circa, Olio su tela

Sala della Verità
In questa sala spicca il Bacco e Arianna di Pietro da Cortona, che riprende i Baccanali di Tiziano, alla cui pittura
il Berrettini aderisce nel primo periodo della sua produzione, ormai prossimo alle grandi commissioni di
Palazzo Barberini a Roma e Palazzo Pitti a Firenze. Risale all’ultimo quarto del XVI secolo l’Autoritratto alla
spinetta con la fantesca di Lavinia Fontana, documento di esemplare importanza per l’affermazione di una
consapevole identità della donna artista nel maturo Rinascimento. Seguono i protagonisti dell’arte veneta
del Cinquecento: Paris Bordon, Jacopo Bassano e Palma il Giovane, qui presente con le due opere Sansone e
Dalila e David e Betsabea.

Sala delle Muse
In questa sala sono presenti opere di esponenti della pittura fiamminga e olandese, come Peter Paul Rubens
e Anton Van Dyck (qui in mostra con l’olio su tela Vergine con angeli musicanti e il suo disegno preparatorio),
che soggiornarono a lungo in Italia, e del raro Michael Sweerts, che affronta il tema popolare, lontano dai
generi accademici, con la stessa competenza e attenzione riservata alla grande “pittura di storia”.
Segue una Madonna con il Bambino che le porge un frutto di Giovanni Battista Salvi, detto il Sassoferrato, Il
sogno di Giacobbe di Francesco Guarino, il Ritratto di Tommaso Laureti eseguito da Orazio Borgianni, e La
cattura di Cristo nell’orto del Cavalier D’Arpino, illustre esponente del Manierismo romano a capo di una delle
botteghe artistiche più importanti del tardo Cinquecento, in cui transitò lo stesso Caravaggio. In questa sala
è poi esposto un Anacoreta di Salvator Rosa, che testimonia l’ultima produzione di soggetti letterari e
filosofici del pittore napoletano. Sono inoltre presenti due teste di Pier Francesco Mola, provenienti dal
lascito di 183 dipinti che nel 1753 Fabio Rosa donò per volere testamentario all’Accademia. Le teste, un
tempo attribuite all’allievo Francesco Giovani, sono state recentemente restituite alla produzione di ‘teste di
carattere’, che costituisce uno dei filoni più caratteristici del Mola.

Lavinia Fontana, Autoritratto alla spinetta con la fantesca, 1577

Sala di Diana ed Endimione
La volta della Sala di Diana ed Endimione è affrescata in “stile torloniano” da Mariano Piervittori, che qui
appose la data “1856”. Il centro della volta è occupato dal mito di Diana ed Endimione (Luciano, Dialoghi degli
Dei). Inquadrato dentro una ricca fascia decorativa che include, in corrispondenza dei lati lunghi, gli stemmi
di Ubaldo Baldeschi e Tecla Balleani, esso è incentrato, come di consueto, nella figura del bellissimo
Endimione, immerso nel sonno eterno, e in quella di Diana che, invaghita di lui, va a trovarlo tutte le notti. Le opere collocate in questa sala abbracciano una produzione che riflette gli influssi dei maggiori protagonisti
dell’arte seicentesca romana e napoletana. Nelle due tele, Loth e le figlie e La Carità Romana, l’austriaco
Daniel Seiter, dopo la decorazione della Cappella Cybo in Santa Maria del Popolo, rimarca il suo inserimento
nell’ambiente artistico romano accostandosi alla maniera tardo secentesca di Giacinto Brandi e Carlo Maratti.
La Disputa di San Girolamo con i dottori della Legge rappresenta un unicum iconografico, ed è stata solo di
recente restituita alla produzione di Filippo Vitale, che come in altri casi ha visto le proprie opere attribuite
ad Hendrick de Somer o al maestro Jusepe de Ribera detto lo Spagnoletto. La sala si chiude con il Carnefice
con la testa del Battista, che dopo il recente restauro è stato accostato da Francesco Petrucci alla maniera di
Giovan Battista Beinaschi.

Sala dell’Architettura
Nel corso del Settecento il prestigio dell’Accademia di San Luca raggiunse il suo apice, rimanendo a lungo un
riferimento internazionale per le Arti, grazie al ruolo fondamentale svolto dall’attività didattica e
all’istituzione dei concorsi. Nel 1754 Benedetto XIV fondò in Campidoglio l’Accademia del Nudo e ne affidò
la direzione all’Accademia di San Luca. Dal 1702 ebbe inizio il più importante dei concorsi accademici, quello
Clementino, dal suo fondatore Clemente XI Albani, svoltosi fino al 1869. Ogni tre anni venivano assegnati
premi in medaglie a pittori, scultori e architetti, in occasione di solenni cerimonie che si svolgevano alla
presenza del Pontefice. Le premiazioni divennero tra le occasioni più attese della vita artistica e culturale
romana.
I concorsi erano articolati in tre classi corrispondenti a una progressiva difficoltà dei soggetti assegnati. I
concorrenti avevano alcuni mesi di tempo per preparare il loro saggio, la cui autografia doveva essere
confermata da una prova estemporanea eseguita in due ore nella sede del concorso.
I temi scelti nello svolgimento dei concorsi Clementini erano sacri, mentre erano profani quelli del concorso
di pittura, scultura e architettura istituito con testamento dell’accademico pittore Carlo Pio Balestra a partire
dal 1768. I concorsi Clementini e Balestra hanno lasciato all’Accademia numerose pitture, sculture e disegni
che hanno arricchito le sue collezioni. Ne sono un esempio i disegni architettonici di Filippo Juvarra, vincitore
del primo premio al concorso Clementino del 1705, appena giunto a Roma dalla natia Messina.
In questa sala anche due progetti di Giuseppe Valadier, il principale architetto attivo a Roma tra la fine del
Settecento e l’inizio dell’Ottocento. Valadier fu tra coloro i quali maggiormente legarono il proprio nome a
quello dell’Accademia di San Luca, fin da quando nel 1775, a soli tredici anni, vinse il concorso Clementino.

Canova
Paris Bordon, La Tentazione, 1550 circa,

Salone degli Stemmi
L’arte del XVIII secolo vede tra i suoi protagonisti anche Carlo Maratti, caposcuola a Roma della pittura di
impostazione classicista e di derivazione emiliana, che contribuì a diffondere in Europa grazie anche a una
folta schiera di collaboratori. Fortemente influenzate dalla produzione marattesca sono le opere di
Benedetto Luti, il quale, nei due olii su rame, mostra la delicatezza del tocco che ne farà uno tra i più raffinati
interpreti del primo Rococò romano.
In questa sala si può poi ammirare Venere e Amore, ultimo dipinto murale conosciuto del Guercino, dopo le
grandi prove di Casa Sampieri a Bologna, del Casino Ludovisi, palazzo Costaguti e palazzo Lancellotti a Roma.
L’opera, originariamente realizzata per le decorazioni della villa “La Giovannina” di proprietà del conte Filippo
Maria Aldrovandi, testimonia la chiusura del cosiddetto “periodo di transizione” del Guercino (1623 – 1632),
ovvero di quella fase di progressivo mutamento in direzione di uno stile meno “barocco” e più “classico”.
Di qualche decennio successivo sono, infine, Martirio di Santa Martina di Pietro da Cortona, – realizzata per
l’altare della chiesa dei Santi Luca e Martina ai fori e datata 1669, anno della sua morte – e Riposo durante la
fuga in Egitto di Giovan Battista Gaulli detto il Baciccio (del 1668) e Rinaldo e Armida di Ludovico Gimignani,
datata 1680 circa.

Gli statuti dell’Accademia prescrivevano che ogni accademico, al momento della nomina, lasciasse in dono
un saggio della propria arte (la cosiddetta piece de réception, dono di ingresso).
Era poi richiesto al nuovo eletto di mandare in dono un proprio ritratto. Si creò, in tal modo, fin dal Seicento,
una galleria che prese forma più concreta nel corso del secolo successivo.
In ossequio a questa tradizione entrarono in collezione, tra gli altri, uno degli studi preparatori per la grande
Cena in casa di Simone Fariseo che rese famoso Pierre Subleyras, la Marina di Anzio di Claude Joseph Vernet,
l’Allegoria della Speranza di Angelica Kauffmann e l’Autoritratto di Louise Elisabeth Vigée-Le Brun.
La cultura antiquaria settecentesca è testimoniata dalle vedute archeologiche di Giovanni Paolo Pannini.
Dalla metà del XVIII secolo Roma è la capitale del Neoclassicismo: in questa sala sono in mostra le sculture di
Vincenzo Pacetti e Joseph Chinard, ancora legate a un linguaggio tardo barocco, oltre al modello in gesso di
Cristo di Bertel Thorvaldsen e alla Testa di Clemente XIII, realizzata da Antonio Canova per il monumento
funebre del pontefice da erigersi nella Basilica di San Pietro. Questi due grandi scultori neoclassici sono ritratti
nelle opere in marmo al centro della sala, realizzate rispettivamente da Pietro Tenerani e Alessandro D’Este,
in omaggio al ruolo straordinario che hanno avuto all’interno della produzione artistica di inizi Ottocento e
nell’Accademia di San Luca.

PALAZZO LIPPI ALESSANDRI

Ottocento e Novecento
Nel 1810, all’epoca del governo francese, venne assegnato ufficialmente all’Accademia il compito della
formazione degli artisti.
Nel corso del XIX secolo furono istituiti numerosi concorsi. Ricordiamo, oltre a quello voluto da Antonio
Canova, quello di pittura intitolato a Domenico Pellegrini, dal 1844, e quello a scadenza triennale di scultura
voluto da Filippo Albacini con testamento del 1857. Seguono il concorso Originali di pittura e Poletti di
architettura del 1869, il concorso Lana per le tre arti del 1872, Werstappen per la pittura di paesaggio del
1873 e Montiroli per l’architettura del 1887.
Nel 1874, a seguito dell’annessione di Roma al Regno d’Italia, fu sottratta all’Accademia la finalità
istituzionale della didattica. Essa dovette, quindi, lasciare le aule di via Ripetta a Roma, assegnate alla
nascente Accademia di Belle Arti, e ridurre la sua attività negli spazi della sede storica al Foro romano.
In seguito cominciò un periodo di decadenza economica che, dalla seconda guerra mondiale, con la
svalutazione monetaria, comportò l’insufficienza delle dotazioni storiche e, conseguentemente, la cessazione
dei concorsi.
L’Accademia di San Luca ha comunque ripreso l’attività di promozione delle arti tramite il conferimento di
premi e borse di studio a giovani artisti e studiosi.
Questa seconda parte del percorso si apre con il ritratto di Valadier eseguito da G. B. Wicar.

Al pittore neoclassico si deve, per volontà testamentaria, l’ingresso nelle collezioni dell’Accademia del Putto di Raffaello.
Non mancano opere di esponenti del Neoclassicismo, come Andrea Appiani, Vincenzo Camuccini e Francesco
Hayez, così come si può vedere il predominio della ritrattistica: dalla grazia di derivazione ancora
settecentesca di Gaspare Landi alla capacità di introspezione psicologica dei protagonisti del movimento
milanese degli Scapigliati, Tranquillo Cremona e Federico Faruffini. Anche il Novecento si apre nel segno del
ritratto, con Lawrence Alma Tadema, che si raffigura intento a dipingere al cavalletto, e Giacomo Balla,
presente con l’opera Primi e ultimi pensieri (Autoritratto) del 1949, dove accosta il suo volto a quello della
produzione di un autoritratto della figlia Elica.

Opere di Antonio Mancini, Camillo Innocenti, Carlo Mattioli, Alberto Viani concludono quello che può essere
considerato un ricco e completo excursus fra i capolavori della storia dell’arte dal Cinquecento al Novecento.

Orari: martedì- giovedì: 15.30/19.00; venerdì-domenica: 10.30/13.30 – 15.00/19.00. Chiuso il lunedì
Costo del biglietto: intero 7 euro; ridotto 4 euro; ingresso gratuito per studenti fino a 18 anni
Info e prenotazioni: o75/5734760

FONTE

www.fondazionecariperugiaarte.it/in-primo-piano/da-raffaello-a-canova-da-valadier-a-balla-a-perugia-cento-capolavori-dellaccademia-nazionale-di-san-luca/attachment/scheda-della-mostra-2/

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