Black Oath – Behold The Abyss – Una volta la morte cantava.

Black Oath – Behold The Abyss

Anno: 2018

Paese di provenienza: Italia

Genere: heavy doom

Membri: A. th – voce, chitarra e basso; Chris Z. – batteria; B. R. – batteria

Casa discografica: High Roller Records

  1. Behold The Abyss
  2. Chants Of Aradia
  3. Lilith Black Moon
  4. Once Death Sang
  5. Profane Saviour
  6. Everlasting Darkness

Ormai incontrastati alfieri dell’heavy doom italiano, i Black Oath arrivano al loro quarto impegno in studio sulla lunga distanza. Il gruppo lombardo si è contraddistinto in questi anni per un gusto musicale notevole, sempre con lo sguardo volto alla melodia trascinante e alle lunghe composizioni. Un approccio senza compromessi insomma, che se ne infischia delle tendenze e persegue un obbiettivo: rievocare le sonorità sofferte di certo metal anni ’80. Non a caso la traccia che titola il disco, un’odissea che rasenta i dieci minuti sviluppata su una progressione di doom mistico e heavy metal dai due volti, ha un piglio vagamente maideniano. La potenza ma anche la bellezza delle linee melodiche è il punto forte del gruppo, particolare che emerge prepotente in Chants Of Aradia. Lungo tutto lo snodarsi di Behold The Abyss è evidente che l’originalità non sia la prerogativa dei Black Oath. Aleggia spesso il dejavù, praticamente inevitabile quando ci si ispira a modelli sacri come Metallica, Mercyful Fate ecc. Nulla toglie comunque a questi musicisti la capacità di comporre brani interessanti, coinvolgenti e molto gradevoli all’ascolto. Se fino a questo punto quasi tutto sembrava quadrare perfettamente, l’unico elemento a cui si può imputare un po’ di mancanza di carattere è la voce, a tratti un po’ monocorde e poco incisiva. Tuttavia con Lilith Black Moon anche la linea vocale sembra assestarsi meglio, adattandosi di più alle partiture. Il riff muscolare è di grande effetto e tutto il brano convince alla grande.

Stesso discorso vale per la seguente Once Death Sang, tutta guidata da chitarre lente, anthemiche e granitiche. In nessun altro momento del disco come in Profane Saviour comunque si sprigiona l’abilità più tipica dei Black Oath, cioè quella di abbinare assoli di chitarra e riff efficaci, che conquistano subito, ed è questa la risorsa che li avvicina di più ai Metallica che furono. L’heavy doom dei nostri infatti non disdegna il riff più aggressivo, come non si dimentica di infarcire le proprie tessiture con richiami epici, forgiando un compatto muro di suono a suo modo personale. Everlasting Darkness, pezzo conclusivo, ci regala un altro carico di melodia preziosissima che forse poteva essere elaborato maggiormente, ma di cui non si può certo negare il fascino. Di una cosa si può essere sicuri: i Black Oath ogni volta che registrano un disco non lasciano indifferenti.

Voto: 10

Zanini Marco

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