Berlino e il muro. Hitler e l’Europa (Approfondimento di Alberto Zanini p1)

Berlino e il muro. Hitler e l’Europa

L’avvento del nazismo causò morti e distruzione in quella che Winston Churchill definì: “La guerra più inutile della storia”.

La fine della guerra ridisegnò in parte i confini in Europa. Si vennero a creare blocchi contrapposti che causarono “La guerra fredda”.

In seguito furono eretti muri fisici ed ideologici che divisero paesi e città.

Nel 1989 uno di questi muri fu abbattuto. Quello di Berlino

Fuoco sull’Europa

La Germania nazista e l’Unione Sovietica sottoscrissero nel 1938, un patto di non aggressione che comprendeva segretamente anche la spartizione della Polonia, con due interessi diversi.

Hitler aspirava a mettere le mani sul porto tedesco di Danzica oltre all’accesso alla Prussia Orientale attraverso il passaggio sul suolo polacco.

Stalin mirava a riprendersi i territori perduti dopo il 1914 e la Bessarabia.

Marzo 1938 Hitler si annesse l’Austria con il tacito consenso dei governi inglese e francese.

Dopo il patto segreto con Hitler, Stalin rivolse la sua attenzione al nord. Strinse un accordo con le tre repubbliche baltiche. Estonia, Lettonia e Lituania e quindi si rivolse anche alla Finlandia chiedendo alcune isole ritenute strategiche, in cambio di territori, e l’affitto per 30 anni del porto di Hango. I Sovietici che erano già in possesso della base navale di Paldiski sulla costa opposta in territorio Estone, in pratica avrebbero avuto il pieno controllo dell’ingresso nel golfo di Finlandia.

I finlandesi disponibili a cedere le isole si rifiutarono a cedere in affitto il porto di Hango.

In risposta al rifiuto, Stalin annullò il trattato di non aggressione sottoscritto nel 1932.

Dopo aver usato la carota dell’accordo condiviso, Mosca decise di usare il bastone e il 30 novembre l’esercito Sovietico invase la Finlandia. Stalin dovette ricredersi subito quando si rese conto delle notevoli difficoltà riscontrate sul territorio finnico. Malgrado la strenua difesa, fu solo questione di tempo e il gigante russo riuscì a piegare la resistenza dei finlandesi, che il 6 marzo 1940 avviarono la trattativa di pace. Stalin la concesse aggiungendo però altre richieste oltre a quelle fatte in precedenza e il 13 marzo il governo finlandese le accettò in cambio della fine delle ostilità.

 

Il primo settembre 1939 scoccò la prima scintilla che in breve sarebbe diventato un incendio spaventoso.

Alle 6 del mattino, preceduti dagli attacchi aerei, le truppe naziste invasero la Polonia. Due giorno dopo la Gran Bretagna e la Francia dichiararono guerra alla Germania in virtù degli accordi presi precedentemente con la Polonia.

I polacchi offrirono scarsa resistenza affidandosi a degli sterili contrattacchi, oltre ad una estrema confusione di intenti. Il 5 ottobre si arrese l’ultimo contingente polacco a Varsavia.

Malgrado l’impegno assunto di difesa della Polonia da eventuali aggressioni, sia la Gran Bretagna che la Francia non fecero nulla o quasi. In realtà inglesi e francesi aspettavano i negoziati di pace.

Hitler temeva che la voglia “pugnace” del tedesco venisse meno per l’inattività dopo la conquista della Polonia.

L’appetito viene mangiando e il Belgio si offriva anelante per essere conquistato.

In realtà il Fuhrer temeva che gli anglo-francesi potessero avvicinarsi attraverso il Belgio troppo alla Ruhr, la regione più industrializzata della Germania nazista e quindi un obiettivo sensibile.

Sei mesi dopo l’invasione della Polonia fu la volta della Norvegia e Danimarca. Ma il vero obiettivo era il fronte occidentale: Francia, Belgio, Olanda.

Finché non venne anche il momento di sfidare apertamente Stalin.

Era il 22 giugno 1941 e l’esercito nazista invase la parte Sovietica della Polonia.

Tra la Germania nazista e l’Unione Sovietica si passò dal patto di non aggressione, sottoscritto nel 1939, all’invasione nazista dell’Unione Sovietica nel giugno 1941.

Hitler accarezzava il sogno di poter mettere le mani sulle risorse ricchissime di petrolio del Caucaso considerate di importanza vitale.

Il 22 giugno 1941 le truppe naziste, integrate da quelle finlandesi, romene, ungheresi e in secondo momento anche da quelle italiane misero gli scarponi sul suolo sovietico.

L’attacco tedesco prese tre direzioni: a nord verso Leningrado, a sud verso i giacimenti petroliferi in Ucraina e il Caucaso e centralmente verso Mosca.

Stalin decise di far trasferire l’industria pesante lontano, oltre gli Urali, in Asia Centrale.

Quella che venne chiamata “Operazione Barbarossa” colse di sorpresa i Sovietici, consentendo alle Armate tedesche, di arrivare fino alle porte di Mosca.

Ma quella che doveva essere una “guerra lampo”, come successe per l’invasione della Polonia, fu invece l’inizio della fine per l’esercito tedesco.

Il temporeggiare di Hitler allungò i tempi e nel frattempo le condizioni climatiche cambiarono.

La neve e il freddo trovarono impreparati i tedeschi, dando invece ai sovietici il tempo di riorganizzarsi.

Il 5 dicembre 1941, equipaggiata per l’inverno e con nuove forze provenienti dalla Siberia, l’Armata rossa sferrò la controffensiva e i tedeschi furono costretti ad indietreggiare definitivamente.

Hitler decise di cambiare obiettivo dirigendo le sue armate verso i pozzi petroliferi del Caucaso, vitali per il proseguimento della guerra, e successivamente verso Stalingrado.

Mentre i tedeschi stringevano d’assedio Stalingrado, la città subì il primo pesante bombardamento da parte della Luftwaffe.

Il 16 settembre 1942 l’esercito nazista entrava in città.

A Stalingrado il tempo è sangue” si sentiva riecheggiare nelle vie, con i sovietici che si difendevano stoicamente dagli attacchi dei tedeschi. Senza un attimo di respiro i sovietici contrattaccavano ininterrottamente specialmente di notte. Iniziata a novembre la battaglia si preparava ad affrontare il rigido inverno.

Quando sembrava che mancasse poco per la resa della città i sovietici, con grande abilità strategica, realizzarono la “Operazione Urano” riuscirono ad accerchiare le 20 divisioni tedesche che stavano attaccando Stalingrado. Improvvisamente si ribaltarono i ruoli. I tedeschi si ritrovarono chiusi in trappola.

Il freddo e la neve non facilitava le operazioni. Le armate romene e italiane vennero annientate.

Senza carburante per scaldarsi, senza divise invernali le armate tedesche rimasero intrappolate nella città. Uccisi o presi prigionieri, per i tedeschi non ci furono più speranze e il 31 gennaio il feldmaresciallo Friedrick Paulus si arrese al generale Michail Sumilov.

Stalingrado – prigionieri tedeschi

Il 2 febbraio 1943 si chiuse “La più grande battaglia della storia umana” come la definì lo storico Massimo Salvadori.

Stalingrado, ridotta ad un cumulo di macerie, fu la svolta fondamentale per la sconfitta finale dell’esercito nazista.

Durante la conferenza di Teheran, nel novembre del 1943, i leader delle forze alleate misero a punto i dettagli dello sbarco in Normandia, che aveva lo scopo di aprire un secondo fronte in Europa occidentale per alleggerire la pressione che, sul fronte orientale, l’Armata rossa stava subendo ormai da tre anni, da parte dei nazisti.

D-DAY

Normandia – Spiagge dello sbarco

 

Il 6 giugno 1944 partì il piano d’invasione Overlord, che prevedeva lo sbarco in Normandia.

Poco dopo la mezzanotte del 6 giugno presero il volo 9200 aerei alleati dalla Gran Bretagna verso la Francia. Arrivati a destinazione i bombardieri lanciarono i paracadutisti.

I convogli e le navi presero il mare partendo dall’isola di Wight e si diressero verso la Normandia malgrado il mare mosso e il forte vento che flagellava la Manica.

Alle 5:30 entrarono in scena migliaia di aerei a bassa quota, coadiuvati da grossi bombardieri in alta quota, che colpivano le installazioni difensive tedesche a guardia del litorale francese (dall’Olanda al golfo di Biscaglia), il famoso “Vallo Atlantico”.

il supervisore tedesco delle difese occidentali era il feldmaresciallo Erwin Rommel

Poco dopo entrarono in azione i cannoni delle navi al largo della costa.

Centotrentamila soldati e ventiquattromila paracadutisti delle truppe alleate approdarono sulla costa del Calvados.

Lo sbarco del contingente americano sulle spiagge di Utah e Omaha ebbe notevoli problemi che costò parecchie vittime.

Sulle spiagge di Gold, Juno e Sword, che si estendevano per un tratto lungo 32 chilometri, sbarcarono invece le truppe anglo-canadesi. Malgrado i problemi dovuti al mare mosso e al forte vento lo sbarco ebbe successo.

Il mare mosso rappresentò un grosso problema per lo sbarco. Molti carri armati, specialmente quelli anfibi non riuscirono ad arrivare e colarono in fondo al mare.

Nell’attacco furono impiegati duemila carri armati e dodicimila veicoli.

Per il rifornimento della benzina, indispensabile alle truppe angloamericane, si ricorse a “Pluto”( Pipe-Lines Under The Ocean); un tubo d’acciaio lungo oltre 100 chilometri posato sul fondo della Manica che collegava la Gran Bretagna con la Francia, che pompava benzina necessaria per muovere i carri armati.

La reazione tedesca fu lenta e le forze alleate, malgrado le forti perdite avute durante lo sbarco (oltre 4 mila morti), il 10 giugno si insediarono stabilmente sulle spiagge invase e riorganizzatesi dilagarono verso gli obiettivi prestabiliti all’interno.

Il primo luglio Cherbourg fu liberata e con esso lo strategico porto della città.

Malgrado le avverse condizioni meteorologiche che colpirono la zona gli scontri con i soldati tedeschi furono favorevoli per le forze alleate.

L’esercito americano ruppe il fronte tedesco e il 31 luglio anche Avranches fu conquistata.

Caen, città ritenuta strategica, fu accanitamente difesa dai tedeschi e l’armata britannica ci mise due mesi a conquistarla e il 6 agosto gli alleati entrarono in città.

L’avanzata venne accompagnata dalle incursioni della R.A.F. che distrusse i ponti sulla Senna e sulla Loira bloccando di fatto l’esercito tedesco.

I tedeschi presi da due fuochi faticavano a sostenere contemporaneamente gli scontri ad Oriente contro i sovietici e ad Occidente contro gli angloamericani e a nulla valsero le obiezioni dei generali nazisti quando dovettero obbedire agli ordini del Fuhrer di combattere fino all’ultimo.

Ormai nell’alto comando tedesco i generali temevano che la Normandia fosse persa.

L’avanzata degli anglo-americani, grazie anche alla scarsa resistenza tedesca, proseguiva e le città incontrate furono liberare abbastanza agevolmente.

Venne il giorno che gli alleati si trovarono la strada per Parigi spalancata e il 24 agosto i carri armati francesi, agli ordini del generale Leclerc, furono i primi ad entrare nella capitale accolti trionfalmente dai parigini.

Ad Oriente intanto l’Armata rossa invadeva la Polonia e i Balcani.

Sulla strada per Bruxelles riprese la marcia delle forze alleate e il tre settembre anche la capitale del Belgio fu liberata dai nazisti grazie ad una divisione inglese. Il giorno dopo anche Anversa con il suo porto, sorprendentemente illeso, cadde nelle mani degli inglesi.

Belgio e Lussemburgo vennero strappate ai tedeschi.

Tra ritardi, contrattempi e limitazioni dei rifornimenti dei carri armati l’avanzata degli americani fu più volte rallentata o addirittura fermata. In una azione di guerra è fondamentale mantenere la continuità e la regolarità; questo purtroppo a volte venne a mancare vanificando situazioni favorevoli.

La strada verso la Germania sembrava ormai libera. Gli alleati giunsero ad un passo dal centro minerario di Aquisgrana, ma purtroppo gli angloamericani si persero in discussione sulle strategie da adottare che ritardarono le operazioni e le conseguenze vennero pagate caramente.

Le truppe americane ci misero quasi un mese a riuscire ad entrare nella città tedesca.

Aquisgrana fu il luogo in cui nel 1940 i mezzi corazzati tedeschi varcarono per invadere la Francia.

Nel novembre 1944 le forti piogge trasformarono le campagne in paludi, ostacolando notevolmente le manovre dell’esercito che comunque, pur se lentamente, si avvicinava verso il confine tedesco.

Il 20 venne liberata Metz e tre giorni dopo fu la volta di Strasburgo.

L’obiettivo era raggiungere il tratto settentrionale del Reno ed effettuarne il passaggio per creare una “testa di ponte” per poi puntare risolutamente verso il suolo tedesco.

Nel frattempo Hitler escogitò un piano che avrebbe dovuto alleggerire la pressione, ormai diventata insostenibile, ad occidente e consentire di far rifiatare gli uomini per poi occuparsi dei sovietici sul fronte orientale.

Sarebbe stato l’ultimo tentativo tedesco per risollevarsi da quello che sembrava ormai il destino finale. La sconfitta del terzo Reich.

Hitler mise in campo due armate corazzate con l’intento di prendere Anversa e il suo porto ed interrompere i collegamenti nonché i rifornimenti degli alleati.

Il generale Josef Dietrich era al comando di tre Armate con il compito di puntare prima su Liegi e quindi su Anversa.

Il 16 dicembre inizia l’attacco, attraverso le foreste delle Ardenne, dei tedeschi, che vide le forze alleate sorprese e in chiara difficoltà.

Battaglia delle Ardenne: I generali Omar Bradley, Dwight Eisenhower e George Patton

I tedeschi riuscirono a sfondare un corpo d’armata americano lanciandosi verso Bastogne e St.-Vith.

Gli americani comunque si riorganizzarono e riuscirono a resistere all’attacco delle forze naziste respingendole verso la linea Sigfrido, la linea difensiva fortificata lunga 630 chilometri che risaliva alla prima guerra mondiale ed ormai indebolita dall’incuria e dal tempo passato.

La vittoria fu degli alleati.

I tedeschi oltre ad una sostanziale superiorità degli americani persero anche per le difficoltà che riscontrarono a muoversi sul terreno impervio, alla scarsità di vie di comunicazione e ai problemi legati al carburante.

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Alberto Zanini

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