Approfondimento: 14 luglio 1970 I moti di Reggio Calabria

14 luglio 1970. I moti di Reggio Calabria

I moti di Reggio Calabria

Il 16 maggio 1970 con l’approvazione della legge 281“Provvedimenti finanziari per l’attuazione delle Regioni Statuto Ordinario”, nascevano le Regioni a statuto ordinario come previsto dalla Costituzione.

A Reggio Calabria la Democrazia cristiana era alla guida del Comune e anche della Provincia e la città sembrava avesse ricevuto notizie rassicuranti sulla sua eventuale nomina.

Geograficamente parlando Reggio si trovava nell’estremo sud proprio di fronte alla Sicilia dalla quale era divisa da pochissimi chilometri. Una situazione che l’aveva relegata in una sorte di isolamento sia sociale che economico.

Povertà e disoccupazione opprimevano fortemente la città, favorendo la criminalità locale e la ‘ndrangheta che non faticavano a trovare sostenitori da reclutare attingendo nelle sacche di disoccupati.

Quando il Governo decise di nominare Catanzaro capoluogo di Regione si accese la scintilla della rivolta popolare ed i reggini protestarono violentemente scendendo in piazza e combattendo una guerriglia urbana per le strade della città. Il Governo rispose con forza mandando diecimila tra poliziotti e carabinieri che invasero Reggio Calabria provenendo da tutta Italia.

La città in breve si trasformò in un campo di battaglia.

Con la Democrazia cristiana, rappresentata dal sindaco Piero Battaglia, offrì il proprio sostegno nella protesta anche l’MSI di Almirante, mentre il Pc e il Psi si defilarono dalla protesta.

Un sindacalista della Cisnal, Ciccio Franco, simpatizzante del ’Msi, diventò il simbolo della rivolta popolare indossando i panni di capopopolo dei reggini in lotta contro il potere centralizzato formando il “Comitato d’azione per Reggio capoluogo” dove confluirono fascisti e partigiani avendo un obbiettivo comune.

Ciccio Franco

Scioperi e manifestazioni si trasformarono in violenti scontri con le forze dell’ordine ed  inevitabilmente, ci furono anche le prime vittime.

Il 15 luglio Bruno Labate, un ferroviere, cadde colpito, sembra da un candelotto sparato ad altezza d’uomo. Il 17 settembre moriva Angelo Campanella, ucciso con un’arma da fuoco e il vice brigadiere Vincenzo Curigliano colpito da un infarto in Questura, durante un attacco dei rivoltosi.

Il 12 gennaio 1971 un treno in partenza dalla stazione di Reggio Calabria verso il nord con a bordo un contingente di militari per il ritorno a casa, venne preso di mira con un fitto lancio di sassi. Il militare Antonio Bellotti colpito alla testa morirà dopo tre giorni di coma. La quinta vittima è Carmine Iacobis colpito da un proiettile vagante. Il bilancio finale fu di 6 morti e centinaia di feriti.

Dal 14 luglio al 23 settembre si contarono 13 attentati dinamitardi, 33 blocchi stradali, 14 ferroviari, 6 volte viene attaccata la Prefettura e 4 volte la Questura.

Dopo 10 mesi di guerra senza quartiere, con i carri armati ed autoblindo dell’esercito che attraversavano la città, ormai in ginocchio, si concluse la rivolta urbana più feroce d’Italia.

Il Governo decise di varare il  “Pacchetto Colombo” con il quale Catanzaro si vide assegnare la Giunta regionale e Reggio Calabria invece il Consiglio regionale e Cosenza la sede dell’Università.

22 luglio. Strage di Gioia Tauro

In una calda giornata di luglio, partiva da Palermo verso Torino il treno la “Freccia del Sud”.

Tra i passeggeri trovarono posto oltre ad una cinquantina di pellegrini diretti verso Lourdes

Verso le 17, nei pressi della stazione di Gioia Tauro, un violentissimo scossone, colpì il treno lanciato a 100 chilometri orari.

Il macchinista, Giovanni Billardi, attivò immediatamente la frenata di emergenza rallentando la corsa e dopo una forte decelerazione le prime 5 carrozze si fermarono a 30 metri dalla stazione di Gioia Tauro, ma la sesta deragliò con il carrello anteriore dal binario trascinandosi le altre 12. La nona carrozza si staccò completamente. Il convoglio finì la sua corsa dopo 500 metri di frenata e ai primi soccorritori si presentò diviso in tre tronconi, con delle carrozze schiacciate e altre adagiate sul fianco.

22 luglio 1970, la strage di ferroviaria di Gioia Tauro

I vigili del Fuoco dovettero intervenire con la fiamma ossidrica per estrarre i corpi delle vittime incastrate dalle lamiere contorte.

Alla fine si contarono sei morti e settantasette feriti.

Gioia Tauro dista una cinquantina di chilometri da Reggio Calabria dove in quei giorni stava vivendo momenti di violenza urbana con le forze dell’ordine.

Comparando i dati emersi dalle perizie si riscontrarono analogie con gli altri attentati avvenuti in quel periodo dei disordini di Reggio Calabria e malgrado i forti sospetti che potesse essere un attentato, l’indagine fu indirizzata in un’altra direzione. Errore umano o guasto meccanico furono le tesi preferite dagli inquirenti.

Il Questore Emilio Santillo sostenne che “ lo sbullonamento del carrello n°2 del corpo della nona vettura” fu la causa del deragliamento. Gran parte della stampa nazionale sostenne invece l’ipotesi dell’attentato.

Una perizia datata 7 luglio 1971 escluse sia l’errore umano sia cause tecniche, ma confermò la tesi della presenza di esplosivo; venne accertata la mancanza di quasi 2 metri della rotaia dovuta sicuramente ad una esplosione.

Nel 1993, 33 anni dopo la strage, il pentito Giacomo Ubaldo Lauro, rivelò al Sostituto Procuratore della Direzione Nazionale Antimafia, Vincenzo Macrì, che il deragliamento del treno fu causato dalla ‘ndrangheta su commissione del “Comitato d’azione per Reggio capoluogo” di Ciccio Franco.

Il fascista Vito Silverini e Vincenzo Caracciolo con dei candelotti, esplosivo da cava e miccia a lenta combustione, furono gli autori dell’attentato.

Testimonianza confermata il 30 novembre sempre del 1993 dal pentito avanguardista, Carmine Dominici, al giudice istruttore del tribunale di Milano, Guido Salvini.

Dopo la riapertura del processo, nel febbraio del 2001, la Corte d’Assise di Palmi emise la sentenza che l’attentato fu causato da una esplosione dovuta ad una bomba e che gli autori furono Silverini, Caracciolo e Scarcella che però erano ormai deceduti.

Nessun colpevole per i sei morti del treno e nessun mandante ha mai pagato.

Il solito drappo nero fu steso sull’ennesima strage di quegli anni.

Nel 2006 fu condannato Giacomo Lauro per “concorso anomalo in omicidio plurimo”, ma intanto il reato si era estinto per sopraggiunta prescrizione.

Un altro dei tanti Misteri d’Italia, insabbiato e nascosto, ma la collusione tra l’estrema destra e la ‘ndrangheta e il collegamento tra i moti di Reggio Calabria e l’incidente ferroviario di Gioia Tauro risulta confermata.

I morti dell’incidente ferroviario:

Rita Cacicia

Rosa Fassari

Andrea Gangemi

Nicoletta Mazzocchio

Letizia Concetta Palumbo

Adriana Maria Vassallo

Dalla strage di Gioia Tauro ne è derivata un’altra che si rivelò un altro ginepraio inestricabile.

Dopo il terremoto del 1908, a Reggio Calabria, vennero costruite delle case di emergenza, tra queste una villetta liberty, chiamata “baracca” veniva saltuariamente occupata da un gruppo di anarchici reggini.

Il sospetto di sabotaggio convinse “Gli anarchici della baracca”, a fare luce sull’episodio.

L’indagine portò alla raccolta di parecchio materiale scottante.

In occasione della manifestazione, a Roma, contro il Presidente degli Stati Uniti Richard Nixon i ragazzi decisero di andare nella Capitale per partecipare alla dimostrazione e per fare visionare i documenti raccolti ad Edoardo Di Giovanni un avvocato loro amico.

Il 26 settembre 1970, a bordo di una Mini minor gialla, i ragazzi partirono con destinazione Roma.

La serata era bella, il cielo sgombro di nuvole e la visibilità buona. Alle 23.30 circa la Mini minor gialla tamponò un autocarro Fiat 690 con rimorchio.

Quando la polizia giunse sul posto trovò tre ragazzi, Angelo Casile, Franco Scordo e Luigi Lo Celso, sbalzati fuori dalla vettura morti, mentre Gianni Aricò, che era alla guida fu trovato in condizioni disperate e morì poco dopo l’arrivo in ospedale.

anarchici della baracca

Seduta accanto a lui cera la compagna Annelise Borth, in attesa di un figlio, che morirà dopo 21 giorni di coma.
Dopo i rilievi del caso la Magistratura escluse la responsabilità dell’autista dell’autocarro e, sempre secondo i rilievi, la causa dell’incidente fu attribuita ad un tamponamento dovuto alla forte velocità.
Le competenze territoriali bloccarono le indagini sull’incidente e la Procura di Frosinone decise di chiudere in fretta e il caso venne velocemente archiviato. Molti sospettarono del consueto insabbiamento per coprire responsabilità della destra.
La dinamica dell’incidente, in realtà, presentava molti aspetti poco chiari.
L’autotreno, condotto da Serafino Aniello, mentre il fratello Ruggiero riposava, aveva le luci del rimorchio integre ma spente, sia lo stop che quelle di posizione.
La vettura dei ragazzi fu trovata completamente distrutta nella parte anteriore e con il tettuccio scoperchiato.
Una perizia rivelò che il tamponamento per la forte velocità della mini Minor era una tesi poco attendibile smentendo clamorosamente la polizia stradale, perché i fanalini del rimorchio non presentavano nessuna rottura e anche perché la macchina non era incastrata sotto il rimorchio, ma venne trovata ad una ventina di metri dietro l’autocarro nella medesima corsia di marcia.
Stranamente i tre passeggeri sul sedile posteriore furono sbalzati fuori dall’auto dall’urto, mentre quelli seduti sui sedili anteriori rimasero al loro posto all’interno dell’auto
Qualcuno ipotizzò che il contatto potesse essere avvenuto durante un sorpasso e che l’autocarro abbia dato un colpo di coda con il rimorchio.
Si sospetta che sul luogo dell’incidente fosse presente anche una terza macchina che tamponò volutamente la Mini minor per spingerla contro l’autocarro.
Cinque giovani ragazzi morirono tra l’indifferenza dell’opinione pubblica.
Gli oggetti personali e le agende dei ragazzi non sono mai stati riconsegnati alle famiglie

Erano anni che professarsi anarchico veniva duramente criticato. La stampa evidenziò l’amicizia dei ragazzi con Valpreda, tra l’altro Angelo Casile e Gianni Aricò erano, dal 1969 anno della strage di piazza Fontana, controllati segretamente dalla polizia in merito alla loro attività politica.
Anche le critiche nei confronti della ragazza raggiunsero alti ed insopportabili livelli di meschinità da parte della stampa italiana.
Giovanni Marini era un anarchico che dopo l’incidente decise di condurre una indagine scoprendo che l’autista dell’autocarro era un dipendente di una ditta intestata al principe nero Junio Valerio Borghese.

Questa affermazione fu smentita dallo storico e politologo Aldo Sabino Giannuli.
Altro particolare inquietante è che sul luogo dell’incidente si presentò la polizia politica di Roma diretta dal maggiore Crescenzio Mezzina, che pochi mesi dopo partecipò al tentativo di golpe pensato ed organizzato sempre da Borghese e che tutta la documentazione raccolta dai ragazzi non venne trovata nell’auto.
Lo stesso Mezzina, tra l’altro, nel 1974 venne arrestato e  condannato per cospirazione contro lo Stato nel fallito golpe bianco del 1974.
Nel 1993 il pentito di Avanguardia nazionale, Carmine Dominici, rivelò al giudice Guido Salvini che l’incidente, che costò la vita ai 5 ragazzi anarchici, fu causato da un gruppo di persone di destra specializzati nel simulare incidenti stradali.
Fu il pentito Carmine Dominici a rivelare che seppe dal marchese Felice Genovese Zerbi che la morte dei ragazzi fu causata da un gruppo di fascisti specializzato in simulazione di incidenti stradali.
Questa testimonianza fu confermata da un altro pentito, Giuseppe Albanese, che aggiunse che fu Junio Valerio Borghese a voler eliminare i ragazzi con un incidente simulato.

 

Alberto Zanini

 

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