INTERVISTA AD ALESSANDRO CORTESE – LA MAFIA NELLO ZAINO – IL RAMO E LA FOGLIA EDIZIONI

INTERVISTA AD ALESSANDRO CORTESE – LA MAFIA NELLO ZAINO – IL RAMO E LA FOGLIA EDIZIONI

Abbiamo da poco recensito “La mafia nello zaino”, scritto da Alessandro Cortese, edito da Il Ramo e La Foglia Edizioni e abbiamo ora la possibilità di scambiare quattro chiacchiere con l’autore. Buongiorno, grazie essere passato a trovarci, possiamo darci del tu?

 

Ci mancherebbe! Io, come sapete, sono siciliano e da noi si dà del lei a chiunque… ma devo dire che, da quando ho lasciato l’isola, è un’abitudine che sto perdendo, visto che qui in Abruzzo si dà del tu a chiunque. Da un estremo all’altro, quindi.

 

  • Come nasce l’idea di usare un ragazzino per protagonista?

 

Semplicemente perché ho voluto raccontare le emozioni che provai e i pensieri che feci quando fecero saltare in aria Paolo Borsellino. Non ho mai nascosto che tutta la storia e questo libro siano nati quel pomeriggio di luglio di 30 anni fa. Io allora avevo 12 anni appena compiuti ed è stato naturale, per me, pensare di raccontare tutto da quel punto di vista. Mi sembrava, poi, il modo giusto di scaricare la troppa serietà che il romanzo si portava addosso: è una storia di mafia, di omicidi e di violenza domestica, quindi trattarla con un registro diverso da quello bambinesco e un po’ buffo avrebbe significato esprimere il dramma per quello che è. E a me i drammi son sempre piaciuti poco.

 

  • Hai scelto la Sicilia per ambientare il tuo romanzo, credi che effettivamente altrove la mafia si muova maggiormente nell’ombra?

 

Io credo che la mafia sia ovunque. Lo credo sinceramente e altrettanto sinceramente credo che, per essere ovunque, nell’ombra non ci sia proprio nulla. Piuttosto, è tutto fin troppo alla luce del sole e la colpa è di tutti: la colpa è nostra, che evidentemente non siamo bravi a istruire i nostri figli, i nostri picciriddi, a crescere liberi da quel compromesso morale contro cui puntavano il dito Falcone e Borsellino.

La colpa è di istituzioni come la scuola, che non sa compensare lì dove le famiglie sono assenti. Ma la colpa è anche dei tribunali, che spesso condannano la gente che ruba il pane ma sembrano dimenticarsi della giusta applicazione della legge quando va giudicato il criminale di turno.

Infine, la colpa è dello Stato, perché il pesce puzza dalla testa ed è evidente, da come furono uccisi Falcone e Borsellino, che lo Stato non è estraneo a collusioni che oggi, forse, sono oggetto di indagini meno di quanto dovrebbero.

 

  • È stato un fatto di cronaca ad ispirare il tuo romanzo?

 

Non c’è dubbio che l’omicidio di Nino Sboto, che nel mio romanzo diventa Giulio il ladro, sia l’evento da cui la mia storia inizia a muoversi… ma non vi nascondo, e mi ripeto, che volevo raccontare l’omicidio di Paolo Borsellino. Mettiamola così: Woody Allen ha sempre detto che lui fa film perché vuole raccontare i finali. Io invece scrivo i miei libri per raccontare certi capitoli speciali: in Eden, che fu il mio primo romanzo, era un capitolo centrale con protagonisti Adamo ed Eva; ne La Mafia nello Zaino, invece, è il capitolo dove racconto di quel pomeriggio di cronaca, trasmesso a reti unificate, che mi mostrò la Sicilia lacerata da un’autobomba. Quel pomeriggio io non l’ho mai dimenticato, fa parte di me <<come un nuovo organo interno>>, dice il mio picciriddu protagonista… questo romanzo è iniziato domenica 19 luglio 1992, al numero 21 di via D’Amelio.

 

  • Visto che hai messo le note per tradurre alcuni passaggi in dialetto, da cosa nasce l’idea di usarli?

 

Volevo raccontare una storia siciliana, ambientata in Sicilia e che della Sicilia avesse l’odore, il sapore, i modi di dire e di fare. Volevo che parlasse anche come si parla da me, non un dialetto ma una lingua, fatta di suoni magici e con un suo codice: il siciliano ti insegna a dire certe cose per dirne altre e, in questa storia, i miei personaggi parlavano siciliano. Sapete come funziona per noi creativi un po’ matti, no? In realtà non creiamo nulla o quasi, semplicemente ci mettiamo in ascolto: un attimo prima non c’è nulla e l’attimo dopo c’è un intero universo, popolato da persone che non conosci ma di cui sai tutto. Ecco… sul mio picciriddu, sulla sua famiglia, sul suo paese, all’improvviso, c’è stato un momento in cui sapevo tutto di loro. E sapevo anche come parlavano. Ho scritto questa storia ascoltando le loro voci.

 

  • Alessandro Cortese stai lavorando a un nuovo romanzo?

 

Bella domanda. Credo sia la più difficile a cui rispondere.

Io ho smesso di scrivere nel 2017, infatti La Mafia nello Zaino è un romanzo del 2015, e ne ho lasciati incompiuti diversi… si tratta della fiaba di Orfeo ed Euridice, con cui rivedo quasi interamente la mitologia greca alla luce della  loro storia; c’è poi il mio mastodontico lavoro su Nikola Tesla, un romanzo storico che passa attraverso i 100 anni più importanti della nostra storia recente; e ancora una storia d’amore e malattia mentale a cui tengo molto, intima e personale… mi manca scrivere e mi mancano loro, questi miei personaggi che tanto mi hanno insegnato su me stesso. Ma sinceramente non so se ho più le energie, il tempo e anche la voglia di tornare tra loro.

Per me scrivere è sempre stata un’esperienza molto stressante, a livello emozionale: ne esco stravolto, cambiato e prosciugato. Ma è l’esperienza più bella che ho avuto la fortuna di fare in vita, quindi mai dire mai.

 

Ringraziamo Alessandro Cortese per la disponibilità, arrivederci a presto sempre sulle pagine de I Gufi Narranti.

Matteo Melis

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