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I fiori all’innocenza – Agata Alma Sala – edizioni AttraVerso con intervista

“I fiori all’innocenza” è una silloge scritta da Agata Alma Sala, pubblicata dalla casa editrice AttraVerso, collana Percorsi, nel 2021. La silloge consta di 45 pagine. La prefazione, a cura di Andrea Munforte, spiega che la poetessa Sala riesce a esprimere la sua vicinanza per il passato, per la natura, con parole che esprimono potenza e grazia. Tutto questo viene recepito e comunicato attraverso la lirica e la delicatezza dei versi liberi, scevri dalla rima, con un linguaggio accurato e compiuto.

“Torno piccola per sempre”, scrive così la poetessa Sala, che scrive di voler ritornare nel caldo abbraccio dell’amore, della protezione, scolpendo nella sua memoria la scoperta del mondo, forse della sua infanzia, e del richiamo della natura vivida (“Notti calde, in riva al mare”).

Ecco che i ricordi sono racchiusi dentro una conchiglia, in un lasso di tempo, in un tiepido e accogliente momento: la poetessa Sala scrive che i suoi ricordi sono lasciati marcire sul bordo del mare. Ma è lei quella che è mutata, perché è cresciuta, ha fatto esperienza, insomma è maturata e si è trasformata in donna. La natura e il passato l’hanno modellata, hanno reso la sua nostalgia e il suo dolore importanti e fondanti la sua vita. Anche la sofferenza serve per maturare e per ricolmare la vita. Si attraversano momenti di angoscia per crescere. Ogni vita è composta dalla nascita e dalla morte, ma in questo breve tempo noi viviamo, facciamo esperienza, sia in modo positivo che in modo negativo. Non ci resta che affrontare con coraggio quello che ci pone il destino o la vita, assaporare gesti quotidiani, rendere ciò che è insignificante glorioso e importante.

Per la poetessa Sala la vita è una lotta dura, con poca salvezza (“Fioriscono lembi di vita strappata”), tuttavia la gente continua a vivere, a sperimentare, malgrado le durezze e l’affanno, malgrado non vada tutto sempre come vorremmo.

Tuttavia la poetessa Sala rincorre l’amore, un sentimento forse strappato, ma riconducibile a quell’Amore Universale e fiero (“E poi ci sono l’alba, il tramonto/ e l’amore senza età”), atemporale e inscindibile. La poetessa scrive di un’unione con la natura, col ciclo vitale (della nascita e della morte), col moto perpetuo della terra, insomma quasi un afflato che riconduce a una visione panteistica del mondo: Dio c’è e si trova in ogni dove, nei sentimenti offesi, nella natura, nella paura, nello scoramento.

“Trovare un poco di terra vivace/ lasciarla cantare”, ecco che la poetessa Sala scrive di una terra che vive all’unisono del suo sentire, una terra che canta, che vuole liberarsi dal costante dominio dell’uomo.  Una natura che vorrebbe esplodere, che vorrebbe vivificarsi, autonomizzarsi rispetto all’umanità. La terra ha uno spirito vivo e libero, secondo la tradizione degli indiani d’America, e anche per la corrente dei romantici: non è quindi solo regolata da principi fisici e meccanici, ma vive, si commuove, soffre.

“Gli darò nome Casa”, l’autrice Sala scrive così: vuole ritrovare un nido, un ricongiungimento dopo tanto dolore, dopo un abbruttimento spirituale. Ma la casa potrebbe indicare anche un luogo emotivo intimo che si situa nella nostra anima, nella nostra profondità, nella nostra parte migliore, quella sublimata dal dolore, quella che perdona gli altri ma soprattutto noi stessi.

Si definisce la poetessa Sala “Piccola donna” come l’universo intero femminile: le donne costruiscono la loro energia portante sul loro coraggio e sulla loro forza, sulla loro determinazione a portare avanti la famiglia, la loro volontà di crescere la prole e di autodeterminarsi col lavoro. Un verso, richiamando la condizione della poetessa Sala, si rifà alla condizione universale d’essere, e una donna qualsiasi viene accomunata a molte altre, tutte differenti, per origine, per pensiero, per sentimento.

Nella silloge la poetessa Sala vorrebbe immergersi e farsi abbracciare dal mare, nella sua totalità, nella sua dolcezza: c’è una rassomiglianza con la pancia della madre, come per ritornare nel grembo che protegge e include il feto. Forse ogni persona necessita di protezione, anche da adulto, indipendentemente dall’età e dalla sua condizione. “Apri i tuoi occhi /le tue orecchie, il tuo seno/ apri la pancia e fammi entrare”, questi versi restituiscono il patos dal mare alla madre, da una dimensione naturale a una condizione materna e di protezione. Il mare assurge quindi come una Grande Madre che all’interno accoglie e accetta, perdona e dimentica ogni colpa e fraintendimento.

Ho apprezzato la silloge per la delicatezza dei sentimenti, per la stesura lirica dei versi, per il desiderio di perdonarsi e dimenticare il passato. Questa silloge fa parlare gli elementi naturali come persone in carne e ossa. Consiglio questa silloge per gli stimoli astronomici (“Il passaggio della luna”) e naturali, le personificazioni antropomorfe del mare, delle montagne e della terra. Ho amato particolarmente la delicatezza delle parole: la poetessa Sala vuole germogliare, crescere e maturare, proprio come un seme dentro la terra così buia e materna, ma piena di nutrimento e di spinta propulsiva verso il mondo, verso l’esterno.

Eloisa Ticozzi

Intervista a Agata Alma Sala

Agata Alma Sala

 

Abbiamo da poco recensito “I fiori all’innocenza”, scritto da Agata Alma Sala, edito da Attraverso Edizioni e abbiamo ora la possibilità di scambiare quattro chiacchiere con l’autrice. Buongiorno, grazie di essere passato a trovarci, possiamo darci del tu?

 

  • Il poeta vive con lo sguardo al passato, è la malinconia il vero stato dell’animo del poeta?

 

Le poesie che scrivo prendono spesso vita da ricordi e memorie del passato. Sicuramente c’è una nota malinconica nel riattraversare determinate esperienze, che sono più o meno lontane da questi giorni. Tuttavia vi è in questo ripescare l’esigenza e il desiderio di riportarsi vicino un tempo andato. Una spinta vitale nel tenersi strette quelle esperienze che ci hanno portato qui dove siamo. Che hanno costruito il nostro Io, e che è dunque essenziale per me fermare sulla carta. Direi dunque che la malinconia è uno dei tanti stati che attraversa la mia poesia. Un’inquietudine di fondo guida la costante ricerca. Quella che risponde alla domanda: chi sono? Domanda che necessariamente ci rimette in contatto con le nostre origini e radici più profonde.

 

  • Perché si scrive una poesia?

 

Viviamo in un’epoca senza silenzi. Le parole si affastellano l’una sull’altra, quasi ci fa paura il vuoto. Attacchiamo le parole, generando un rumore costante che accompagna le nostre vite, che è sempre meno comunicativo. Allora è necessario per me ridare valenza emotiva al linguaggio. Riscoprire il valore e la potenza che la parola porta con sé. Ecco che la poesia si svela per la sua capacità sorprendente di ricreare mondi attraverso il linguaggio. È un invito a fare silenzio, ad aprire l’anima per far entrare sensorialmente tutto quanto ci circonda e che la poesia è in grado di tradurre in maniera universale. Perciò la parola poetica ha il diritto e il dovere di rompere i silenzi, in quanto portatrice  di mondi di significato.

 

  • Credi che esista tanta differenza tra una poesia e una canzone sentimentale?

 

La canzone sentimentale si  avvale, rispetto alla poesia, dell’accompagnamento musicale. La poesia ha la capacità di ricreare la musica con le sole parole, grazie al suo combinarle in forme sempre nuove. Interessante, in questo senso, è cercare di rendere universale, attraverso la parola,  quella musica intima che suona dentro di noi.

 

  • Come si rapporta la poesia con l’era di internet?

 

La frenesia è all’ordine del giorno. I mezzi tecnologici che ci ritroviamo tra le mani tendono sempre più a favorire una corsa contro il tempo, dove pare non ci sia neanche più spazio per la Relazione. La necessità di scrivere si presenta per me, anzitutto, come possibilità di evasione rispetto a tale meccanismo. È un po’ come fermare alcuni attimi preziosi sulla carta, per averli sempre lì, a disposizione. Inoltre oggi la scrittura tende a scomparire, sostituita sempre più da altri artifici tecnologici. Ecco perché  secondo me, ora più che mai, è un sapere antico da non perdersi, un dono irrinunciabile da non sprecare. Il mio invito è quello di non lasciarsi soffocare dal rumore della comunicazione frenetica a cui ci spinge la nostra epoca, ma a concedersi dei piccoli istanti di cura. Annotare l’esperienza che ci circonda, scrivere una lettera a chi amiamo, leggere una poesia prima di andare a dormire. Ricordarsi, ogni tanto, di curare l’anima.

 

 

Grazie mille  ad Agata Alma Sala per la disponibilità, arrivederci a presto sempre sulle pagine de I Gufi Narranti.

 

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