Verso se stesso Racconto breve

Verso se stesso

Tanto lo sapeva che prima o poi sarebbe dovuto tornare, per questo non avrebbe mai voluto andarsene.

Quando il treno si fermò, scese titubante i gradini e respirò profondamente ad occhi chiusi. Era tornato, e un brivido gli corse lungo la schiena.

Tutti quegli anni erano passati così in fretta che faticava a credere che ne erano trascorsi così tanti da allora.

Non era sicuro di ricordarsi la strada ma non aveva fretta, camminava come un marziano che mette per la prima volta il piede sulla Terra. Si guardava intorno spaesato, cercando qualcosa di familiare che percepiva nell’aria, ma non riusciva a focalizzare. Dopo tutto aveva vissuto lì per tanti anni, ma altrettanti ne erano passati, e si sa, anche le città per quanto piccole, hanno come tutti, un rapporto di simbiosi con il tempo e si adeguano, un po’ a forza, alle novità del momento. Così, tutto intorno, era uguale ma diverso. I negozi pur restando tali avevano cambiato genere e proprietari, le cabine telefoniche, dove aveva passato pomeriggi interi a parlare con amici lontani, erano praticamente scomparse, se ne trovava una ogni tanto che probabilmente non funzionava. Eppure l’aria era quella, lo spirito della sua città, grazie a Dio, non si era svenduto al passare del tempo, e questo lo faceva sentire a casa. Continuò a camminare come un cieco che pur senza vedere sa perfettamente dove sta andando. Il paesaggio cominciò a cambiare passando dal centro città alla prima periferia e qui si accorse con una stretta allo stomaco che niente era cambiato. Accelerò il passo, ora aveva urgenza di tornare là.

La salita era proprio la stessa, invasa dal sole che faceva maturare sulle reti ai lati della strada degli immensi cespugli di more selvatiche.

Si fermò a mangiarne un paio, e un senso di deja vù si impossessò di lui in maniera prepotente. Era quasi sicuro che se si fosse guardato allo specchio avrebbe visto riflesso il ragazzino di tredici anni che passava l’estate in quel luogo solitario inventando sempre una nuova avventura. Ma ora non era lì per giocare, ma perché un giorno, tanti anni prima, l’aveva promesso. Con le mani appiccicose di more e con qualche graffio sulle braccia continuò a salire mentre il sole impietoso batteva sulla testa e faceva sfrigolare l’asfalto.

Passo dopo passo la salita era sempre più ripida. Si fermò a prendere fiato ed estrasse la macchina fotografica dal marsupio. Avrebbe voluto fotografare ogni minimo dettaglio per paura di perderlo per sempre dalla memoria. Man mano che saliva il cuore accelerava cosciente dell’approssimarsi della meta. Respirava a pieni polmoni l’aria che aveva lo stesso profumo di allora. Si fermò davanti al cancello e lo accarezzò quasi fosse il volto di un amico caro. Finalmente era tornato. Si asciugò il sudore e si sorprese nel farlo con il fondo della maglia come faceva da bambino. Il cancello era chiuso, evidentemente qualcuno doveva averlo riparato, in fondo c’era da aspettarselo ma lui non ci aveva pensato. Si sedette a terra sotto il sole cocente appoggiando la schiena al portone, si sentiva svuotato. Non avrebbe potuto scavalcare il cancello, la sua età gli metteva dei paletti morali che non poteva ignorare, se avesse avuto ancora tredici anni lo avrebbe fatto, ma ora se più in là ci fosse stata gente come si sarebbe giustificato? Poteva forse dire che lui era lì perché l’aveva promesso?

Non credeva che i proprietari del terreno sarebbero stati disposti ad assecondarlo. Chiuse gli occhi cercando di ricacciare dentro lo sconforto.

La strada era deserta ad eccezione di un grosso gatto tigrato che saliva pigramente verso di lui. “Ciao micio” gli disse “Che ci fai quassù?”. Il gatto si fermò a guardarlo, circospetto, erano a pochi metri di distanza. Gli si avvicinò e si lasciò accarezzare facendo le fusa. Lui lo fotografò. Il gatto annusò un po’ l’aria, si grattò pigramente un orecchio e si infilò fra i rovi. L’uomo chiuse gli occhi per non vedere temendo che l’animale in quel groviglio di spine potesse farsi male. Quando gli riaprì, un secondo dopo, il gatto non c’era più. L’uomo si alzò. Non aveva più molto senso restarsene lì. Fotografò quello che poteva da dove si trovava con in cuore un senso di sconfitta.

Non avrebbe potuto mantenere la promessa. Era pronto ormai per andarsene quando vide il gatto al di là del cancello intento a pulirsi le zampe. “Chi se ne importa!” disse fra sé rimettendo rapidamente la macchina nel marsupio, fece qualche passo indietro, per prendere la rincorsa, e con un salto si aggrappò al bordo alto dell’inferriata, mentre si reggeva a penzoloni e cercava disperatamente un appiglio per i piedi rimpianse la sua vecchia agilità… Faticò e sbuffò per qualche minuto con movimenti incerti e goffi, ma alla fine con un salto che lo fece quasi ruzzolare a terra fu oltre il cancello. Si spazzolò i pantaloni con le mani e si risistemò i capelli con dita veloci. C’è l’aveva fatta! Intorno non c’era nessuno, il terreno era incolto e sassoso esattamente come allora, solo i cespugli erano decisamente più alti. “Sono tornato” disse a mezza voce mentre camminava dritto davanti a se. Il cuore batteva all’impazzata. Quanti anni erano passati? Non lo sapeva con precisione. Lo spazio era sterminato, e ad occhio non si vedevano le recinzioni. L’uomo aprì le braccia come ali lasciando che una leggera brezza lo rinfrescasse un po’. I suoi passi su quel terreno sassoso scricchiolavano sotto il suo peso alzando dietro e davanti a sé un po’ di polvere bianca che andava a depositarsi sulle sue scarpe. L’uomo sorrise e le fotografò “Proprio come allora” disse.

In quel posto deserto e silenzioso il tempo sembrava essersi fermato. Camminò ancora qualche passo cercando una pietra dove potersi sedere. Non si muoveva più timoroso di essere scoperto, in fondo quel posto era stato suo prima di chiunque altro.

Finalmente si sedette. Chiuse gli occhi respirando lentamente. Poi alzò la testa per guardare il cielo. “Eccomi” disse “sono di nuovo qui, proprio come allora e proprio come promesso”.

Di tempo ne è passato tanto, sicuramente troppo, e la vita ha preso una piega diversa da come me l’ero immaginata qui con te. Le cose stanno andando meglio del previsto, e non posso lamentarmi, ma tutto questo troppo che mi circonda mi sta allontanando da me stesso, da quello che ero, e che amavo essere, da quello che stava qui con te a contare le pietre ed inseguire le nuvole.

Sono tornato per questo, perché rivedendoti possa riavvicinarmi a quella parte di me che ho dimenticato o forse più semplicemente avevo lasciato qui.

Richiuse gli occhi riportando la sua mente all’ultimo giorno in cui era stato lì.

Pantaloncini corti, scarpe da ginnastica distrutte dalle partite a pallone e dalle arrampicate sugli alberi, e una maglietta gialla sudata.

Rivide con gli occhi della memoria tutto quello che aveva vissuto in quel posto: dal pomeriggio che aveva passato a studiare quella noiosa lezione di storia, al temporale che lo aveva sorpreso mentre era distratto a chiacchierare con gli amici. Il ricordo dei loro visi gli fece stringere forte gli occhi. Allora pensavano di essere inseparabili, ma il tempo aveva dimostrato che non era così. Uno di quelli l’aveva addirittura incontrato di recente per caso in città, ma non era stato accolto come sperava, si erano semplicemente salutati come se si conoscessero appena. Ma lui era tornato lì perché non era cambiato, e il solo fatto di trovarsi lì in quel momento gli ridiede quel senso di spensieratezza che da un po’ non aveva. Era così preso dai suoi pensieri che sussultò sentendo una voce alle sue spalle: “Chi è lei? Non ha visto che è proprietà privata? Credo che lei mi debba delle spiegazioni se non vuole che chiami la polizia”. L’uomo si alzò da dove stava seduto. “Le chiedo scusa, me ne vado subito, ero solo venuto a riprendere una parte di me che avevo perso”. Il proprietario indietreggiò “Ma di che sta parlando?”. L’uomo imbarazzato cercò un punto da dove cominciare, quando sentì qualcosa strusciarsi sulla sua gamba. “Ehm … il mio gatto, mi è scappato e l’ho seguito fin qui” disse mentre sollevò l’animale da terra e lo tenne in braccio. Il padrone del campo sembrò tranquillizzarsi e lo accompagnò al cancello per farlo uscire. Appena poté l’uomo mise giù il gatto e lo ringraziò: ”Sei arrivato giusto in tempo vecchio mio, se non fosse stato per te, ora sarei davanti a quello, a farmi prendere per matto, mentre gli spiego quanto sia importante ritornare sui propri passi quando si sente che si sta dimenticando il proprio passato. Io sono nato qui, e ho promesso a me stesso, che qualunque cosa fosse successa non lo avrei mai dimenticato”. Il gatto lo guardò con i suoi grandi occhi gialli e mosse un po’ la coda. Se ne andarono giù per la discesa fianco a fianco mentre il sole tramontava all’orizzonte sulla nascita di una nuova amicizia.

 

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Foto di Antonio Duilio Puosi

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