Torquato Tasso: follia, poetica ed amore

Torquato Tasso: follia, poetica ed amore

Una strana compagna di viaggio: la follia

Marzo 1579-luglio 1586: è il periodo, sette lunghi anni, che il Tasso trascorre, recluso come “pazzo”, nell’ospedale di Sant’Anna a Ferrara. Si tratta di un dato biografico certamente doloroso ma oltremodo rischioso e fuorviante per la critica, a volte condizionata nella corretta ermeneutica dell’opera, poiché l’episodio è divenuto, con poca acribia, il cardine attorno al quale i romantici hanno potuto costruire quell’alone leggendario e misterioso sul poeta “folle” e “malinconico”, oltre che un valido sostegno per le estreme diagnosi cliniche di stampo scientifico-positivista del tardo Ottocento. Hanno concorso, invero, la sua contraddittoria e fragile personalità e l’intera sua vicenda biografica, fortemente caratterizzata dalle manie di persecuzione, dal dissidio interno sulla rigida osservanza dei precetti aristotelici, dall’errare disperato ed irrequieto di corte in corte, dalle sfuriate incontrollate e incontenibili, dalle improvvise escandescenze e dalle violente invettive.

Malgrado ciò, a Sant’Anna, non vennero mai meno le ambiziose facoltà poetiche: liriche pregne di lucida sapienza stilistica e armoniosa musicalità, dialoghi (almeno una ventina) e una copiosa successione di lettere gli permettono di prendere coscienza della propria individualità angosciata e della crisi storica che attraversa l’ultima fase del Rinascimento. La follia non è, in conclusione, soltanto la proiezione di un io scisso da ossimoriche aspirazioni e di una personalità continuamente contrastata, ma è il risultato della potente ed intransigente pressione controriformistica esercitata sul ceto intellettuale che, nel Tasso, sfocerà nel processo di severa autocritica e di filologismo regolistico che investirà in pieno la Liberata e avrà come esito finale il poema riformato.

Storia di un predestinato: il rapporto di Tasso con la poesia

Guardando alla poesia tassiana, il rilievo distintivo che più si staglia è il vigoroso eclettismo con l’audace ed ostinato polimorfismo, sia sotto il profilo stilistico che linguistico. Dalle evasive atmosfere pastorali a quelle eroico-drammatiche del poema epico-cavalleresco, dalla vis fosca, nordica e torbida che anima il Re Torrismondo alla religiosa liberazione finale, sorretta dal desiderio ardente di pacificazione interiore (la Conquistata e il Mondo creato), il Tasso appare soprattutto brillante e orgoglioso innovatore, fedele interprete della sua epoca storica, accogliendo in tutta la sua creazione artistica le profonde trasformazioni delle forme poetiche che, dalle ormai frantumate contraddizioni rinascimentali, portano fino alle nascenti trasgressioni barocche.

La sua personalissima tecnica scrittoria e la sua teoria poetica possono contare su vari fattori: l’ “asprezza”, ossia l’allitterazione, è motivo di “grandezza e gravità” così come il “concorso di vocali” generato dalla dialefe; i “versi spezzati” concorrono a rendere il “parlar magnifico e sublime” in quanto l’uso dell’enjambement (ampiamente documentato nella Liberata) mina la prevedibile e monotona uniformità metrica a favore della diversificazione ritmica e degli esiti di rallentamento con i quali risulta più semplice conferire maggiore enfasi e avvaloramento ad uno dei due termini della frattura. Passando al registro lessicale, risulta fondamentale il retaggio dei classici. Si accostano, a guisa di mosaico, tessere provenienti da fonti differenti che il raffinato ed insuperabile gusto tassiano fa proprie e poi le incastona in un coerente tessuto sintattico, in maniera tale da velare l’esplicita reminiscenza in un gioco continuo di rilettura e rielaborazione degli auctores letti e postillati, come ben ha dimostrato Loredana Chines in un suo recente studio. Anche su questo versante, allora, il Tasso appare come sperimentatore ed innovatore rispetto ai codici petrarcheschi: vocaboli aggettivali come “ignoto”, “antico”, “ermo” e “solingo” si configureranno come motivi stabili della lirica italiana (e si pensi almeno al Leopardi), latinismi come “estolle”, “vestigia”, “magion”, “atro” porteranno nuova linfa a quella stilizzazione ispirata a un decoroso aulicismo, proponendosi come strumenti indispensabili di eleganza, di solennità e di maestà, nonostante le feroci censure dei cruscanti.

AII80202 Torquato Tasso reading a poem to Leonora d'Este by Mussini, Luigi (1813-88) oil on canvas Galleria d'Arte Moderna, Florence, Italy Italian, out of copyright

Torquato Tasso reading a poem to Leonora d’Este by Mussini, Luigi (1813-88)
oil on canvas
Galleria d’Arte Moderna, Florence, Italy
Italian, out of copyright

Il pudore della passione: Tasso, l’amore, l’amicizia

Nel 1570, in occasione delle nozze tra Lucrezia d’Este e Francesco Maria della Rovere, il Tasso lesse cinquanta Conclusioni amorose. Nulla di nuovo nei contenuti, già largamente indagati dalla precettistica amorosa cinquecentesca ma, quando afferma che “Amore tanto esser più nobile quanto governato dalla ragione”, il pensiero corre ad un leitmotiv che funge da connettore in tutta la sua opera: sovente l’amore e l’ amicizia s’intersecano ma entrambi sono ricondotti sotto l’ala protettrice e pacificatrice della teoria platonica dell’anima razionale, alla quale si compete e si congiunge l’amor celeste. La passione non appare mai sfrenata e, anche quando nell’Aminta si canta lo slancio d’amore voluttuoso, ardente e giovanile, aleggia costantemente il senso di effimero, di caducità (“Amiam, ché ‘l Sol si muore e poi rinasce: /a noi sua breve luce/s’asconde, e ‘l sonno eterna notte adduce” – recita il Coro nel primo atto).

Prendiamo ora in esame tre figure femminili, tre eroine, emblemi, con le loro individuali storie, dell’impossibilità dell’amore. In Erminia, tenera e spontanea, il desiderio inconfessato verso Tancredi è soffocato dalla sua stessa timidezza: l’aspirazione maggiore è di proteggere e curare “l’amato cavaliero”, mentre nel suo cuore si svolge l’incerta battaglia drammatica tra Onore ed Amore. Armida, autentica e sinuosa immagine della sensualità e dell’erotismo, riesce dapprima ad irretire Rinaldo facendogli dimenticare il dovere e perdere la dignità di cavaliere, ma si rivela fragile e debole quando costui l’abbandona. Ecco, è proprio lo scudo in cui Rinaldo si specchia ad illuminare la coscienza e spegnere le fiamme della passione, a decretare la vittoria inesorabile dell’incomunicabilità dell’amore. Ma è la figura di Clorinda che meglio esprime drammaticamente l’incapacità di un saldo rapporto d’amore, anzi l’unico rapporto può essere quello del duello risolutivo: Tancredi stringe Clorinda con “nodi tenaci”, ma sono “nodi di fèr nemico, e non d’amante”: è l’irrealizzabile legame amoroso che genera la morte, simbolo estremo di una rassegnata catarsi liberatrice. La guerriera impavida e proterva si rivela donna soltanto nell’ “ora fatale” e, rivolgendosi al suo amato, esclama dolcemente: “Amico, hai vinto: io ti perdon […]”. Amore e Morte si congiungono.

Prof. Francesco Martillotto

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