Racconto Sabbia negli occhi di Sandra Pauletto

Racconto Sabbia negli occhi

Non c’è niente di più noioso che aspettare qualcuno in ritardo.

Odio le persone che non arrivano puntuali per principio, che escono un minuto prima dell’ora dell’appuntamento, pur sapendo che, ben che vada, ci metteranno dieci minuti per raggiungere chi li sta aspettando, siccome però i miei amici li conosco bene, faccio sempre in modo che l’incontro avvenga in un posto, dove l’attesa possa risultare, per quanto possibile, piacevole.

Il giardino profumava di primavera, teneri ciuffi d’erba facevano capolino dal terreno, e qualche gemma sbucava timida dai rami spogli.

Guardando l’orologio mi accorsi che ero uscito in anticipo, e considerata la classica percentuale di ritardo di Francesco, avevo davanti a me quasi mezz’ora d’attesa.

Non imparerò mai – mi dissi sedendo pesantemente su una panchina – ma non riesco ad arrivare all’ultimo momento, non ne sono capace.

C’era silenzio intorno, e solo ogni tanto arrivava qualche breve folata di vento che sibilava fra i rami ancora spogli e sollevava un po’ di polvere dal terreno secco per le mancate piogge.

La panchina di pietra del piccolo giardino era fredda e scomoda, e nonostante lo starmene lì mi desse un senso di pace e tranquillità, c’era una parte di me (quella su cui sedevo) che implorava pietà, e decisi di alzarmi.

Il cielo era sereno, anche troppo, la tv era da un po’ che lanciava messaggi inquietanti sul pericolo di siccità e sul rischio di dover razionalizzare l’acqua se non fosse arrivata presto la pioggia.

Beh” –pensavo fra me- “saranno i soliti inutili allarmismi”, e senza pensare affondai la mano in un vaso di fiori visibilmente abbandonato ma ancora pieno di terriccio.

La terra era secca e non lasciava sulle mani che un sottilissimo strato di polvere.

Mi passai il terriccio da una mano all’altra lasciandolo scivolare fra le dita.

Il suo scorrere silenzioso mi solleticava il palmo.

Mi tornò in mente -come una scossa elettrica- quella strana sensazione di incapacità, quando da ragazzino giocavo con la sabbia, e non riuscivo a tenerla in pugno.

Quante volte al mare cercai di stringere un pugno di sabbia inutilmente?

Scivolava sempre via, e più cercavo di stringere le dita per non farla cadere e prima la perdevo.

Anche in quel momento, inconsciamente, chiusi la terra nel pugno senza riuscire a trattenerla.

Sarà stato il silenzio interrotto solo da qualche pigolare solitario, o il sommesso fruscio del breve passare del vento, ma rimasi incantato a guardare la terra che scivolava dalle mie mani e, ogni volta che nonostante il pugno chiuso, la terra se ne andava, affondavo nuovamente la mano nel vaso e la riempivo di nuovo, e di nuovo la fissavo, mentre silenziosa scappava dalle mie dita.

Per la prima volta mi sentii simile alla terra.

Non amo le costrizioni.

Fuggo da tutto quello che in qualche modo può tenermi legato, scivolo via silenzioso e non mi lascio prendere, esattamente come fa lei nel mio pugno.

I miei ricordi sono come i suoi singoli granelli, mi formano e fanno di me ciò che sono, e anche se ne perdo uno, ogni giorno altrettanti vanno a formarsi, per non lasciarmene mai privo.

Non potrei mai vivere senza ricordi, sarei vuoto e inesistente come la terra senza terra.

Il vento soffiava un po’ più forte ora.

Mi rialzai guardando sul palmo il segno del terriccio rimasto.

Chissà se anch’io ho lasciato una traccia sul palmo di chi ha cercato invano di trattenermi,

e dal quale son fuggito, o se la prima pioggia (anche di lacrime) l’ ha pulita per sempre.

Guardai l’orologio: “Ma quando arriva?” mi chiesi.

Mi voltai fissando un punto indistinto della strada, una persona, un minuscolo puntino veniva nella mia direzione, man mano che la figura andava avvicinandosi riconoscevo l’amico che stavo aspettando.

Gli andai incontro alleviato dalla sua presenza, quei pensieri mi avevano messo addosso un velo di malinconia.

Mentre lo raggiungevo mi sorprese una folata di vento, chiusi gli occhi d’istinto, ma troppo tardi per impedire al terriccio sollevato da terra di finirci dentro.

Gli occhi adesso mi facevano male come aghi affilati, lacrimavano, faticavo ad aprirli.

Ti è andato qualcosa nell’occhio?”

No”,- risposi- riuscendo a pulirli e guardandolo in faccia… “deve essere solo un brutto ricordo.”-

sabbia

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