Rogue One: A Star Wars Story – Recensione film

Rogue One: A Star Wars Story

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Anno: 2016

Titolo originale: Rogue One: A Star Wars Story

Paese di produzione: USA

Genere: fantascienza, azione

Regia: Gareth Edwards

Produzione: Kathleen Kennedy, Allison Shearmur, Simon Emanuel

Cast: Felicity Jones, Diego Luna, Ben Mendelsohn, Donnie Yen, Mads Mikkelsen, Alan Tudyk, Jiang Wen, Forest Whitaker

 

Lo scienziato Galen Erso, da anni al servizio dell’Impero, si è ritirato sul pianeta Lah’mu con la moglie e la figlia. Un giorno però il Direttore imperiale Krennic va a prenderlo per costringerlo a completare l’arma di distruzione di massa Morte Nera. La figlia di Galen, Jin, viene nascosta dai genitori e viene accudita dal ribelle Saw Gerrera. Dopo quindici anni, con la Morte Nera quasi completata, Galen in silenzio progetta la vendetta contro l’Impero. Per farlo registra un messaggio dove lui stesso indica il punto debole della terribile stazione da guerra. Come tramite convince un pilota dell’Impero, Bodhi Rook, a recapitare la registrazione all’Alleanza Ribelle. Quest’ultimo però viene catturato dalla banda di ribelli estremisti di Saw Gerrera  che non credono affatto che sia un disertore. Nel frattempo Jin, ormai adulta, viene fatta evadere da una prigione imperiale da una squadra ribelle. Vogliono usarla per rintracciare il padre Galen e ucciderlo. Quando però l’Alleanza viene a sapere di Bodhi Rook e Saw Gerrera, inviano Jin con il ribelle Cassian Andor su Jedha per recuperare il messaggio di Galen. E’ qui che effettivamente parte la grande missione di Rogue One.

Questo ultimo film di Star Wars approfondisce il preambolo di Una Nuova Speranza, in cui appunto si parlava di una squadra ribelle che era riuscita a rubare i piani della Morte Nera in seguito a grandi battaglie. Come episodio a sè stante si riscontra anche uno scarso utilizzo delle musiche classiche della saga, scelta curiosa e rischiosa, visto che gli arrangiamenti utilizzati non sono eccelsi e risultano eccessivamente epici. Cronologicamente quindi Rogue One si colloca esattamente tra le due trilogie, a 19 anni di distanza da Episodio III – La Vendetta Dei Sith. In più la pellicola in questione inaugura una serie di storie appositamente create per raccontare in profondità alcuni temi legati alla grande saga. Rogue One è proprio questo, una storia estrapolata da Star Wars, popolata di nuovi personaggi, pianeti, creature e risvolti. Gareth Edwards, che recentemente aveva girato un rifacimento di Godzilla, a mio parere ben fatto, dimostra ancora di essere un grande visionario, mettendo in scena un susseguirsi pirotecnico di scontri, mondi inesplorati mozzafiato e miracoli visivi. La coesione visiva e concettuale è perfetta in scene come quella dell’attentato su Jedha o di Darth Vader che emerge dalla sua vasca conservativa, ridotto come sappiamo a quello che è. Ma non è tutto: gli effetti speciali in questo caso hanno anche permesso di riportare in vita un attore morto da anni, con risultati ormai impressionanti; una scelta comunque che lascia qualche perplessità; non si poteva usare un altro attore? Si può dire che sotto questo punto di vista Rogue One sia un film perfetto, straordinario, eccellente, un po’ come tutti i film di questo genere. Stessa cosa vale per i costumi sempre affascinanti, ennesima dimostrazione di come, al di là dei risultati, il concetto di Star Wars rimanga indelebile ed attuale. Ciò che può inoltre vantare, rispetto a Il Risveglio Della Forza, è la libertà narrativa, cosa che nel settimo episodio era mancata visto che Abrams ha deciso di scrivere una storia già vista. Rogue One ha una sua storia, mai proposta fin’ora da Star Wars e di questo bisogna dargli atto. Nonostante questo però, i problemi di sceneggiatura de Il Risveglio Della Forza, emergono anche stavolta. In assoluto penso che Rogue One, per come è stato sceneggiato, sia il film di Star Wars peggiore. L’incredibilità della fantascienza sembra pretendere di poter spiegare cambiamenti interiori dei personaggi condensandoli in pochi minuti, questo perché la trama lo richiede, in nome della mitologia e dell’avventura Star Wars. Così è possibile che Jin Erso, da qualunquista persa nell’immensità della Galassia e del conflitto che vive, nel giro di pochi minuti diventi una spietata idealista nemica dell’Impero, in una dinamica che ricorda molto da vicino la conversione improvvisa di FN – 2187/Fin dal Primo Ordine alla Resistenza.

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Chirrut Imwe inoltre, grande novità del film, è un combattente asiatico cieco, molto abile col bastone, che sembra non soffrire del suo handicap data la grande abilità in battaglia. In lui è forte il credo nella Forza, ma non è un Jedi. Quindi la Forza non è solo cosa da Jedi?
Sono un po’ confuso. E’ un peccato perché l’idea di Chirrut non sembrava male ma è stata maneggiata in maniera un po’ ridicola come si palesa soprattutto nel finale. Ciò che avevano reso grandi le Trilogie erano i personaggi, Edwards invece si serve di un cast fatto di personaggi insipidi o ridicoli, in cui spicca solo la prova convincente di Ben Mendelsohn nei panni di Orson Krennic. Persino Mikkelsen, relegato in una parte poco partecipativa non riesce a dare il meglio di sé. Certo, anche in Godzilla le interpretazioni erano piuttosto mediocri, ma potevano essere giustificate dalla presenza dei mostri che erano i veri protagonisti, ma qui funziona diversamente. Anziché seguire l’ottimo esempio lasciato da Guardiani Della Galassia, capace di recuperare quel vecchio spirito di fratellanza ed avventura con simpatia ed autoironia, qui viene scelta la via della serietà dove gli unici spunti umoristici vengono da un droide sarcastico come un maggiordomo inglese, K – 2SO. Si è vero, Rogue One è un film dalle tematiche principalmente guerresche, quindi l’ironia dovrebbe essere messa in secondo piano; peccato tuttavia che la mano ormai sempre presente di Disney non gli permetta di accettare in toto la sua natura. Il politicamente corretto la fa’ da padrone, in linea con Il Risveglio Della Forza, negando scene eccessivamente violente; mentre io ho ancora nella mente la fantastica scena finale de La Vendetta Dei Sith, dove Anakin mutilato emerge arrancando dalla lava. Bei tempi quelli… erano proprio una Galassia lontana lontana ormai… Altro frutto inevitabile della Disney è il personaggio di Bodhi Rook, un pilota disertore dell’Impero improbabile e quasi imbranato, che non ha né l’aspetto del pilota imperiale, né tantomeno del disertore. Ma per tutti gli altri sembra che questo sia assolutamente normale. Per non parlare di Whitaker, ridotto a vestire i panni di un estremista ribelle con problemi respiratori accompagnato da un pathos interpretativo tutto suo, la cui rilevanza all’interno della trama è più o meno uguale a zero. Qui devono essere le donne e gli uomini a fare la storia, ma la fanno solo per le grandi azioni militari che gli vengono commissionate, per i viaggi nell’iper spazio che devono compiere o per i folgoratori che devono impugnare, ma di carattere ce n’è ben poco. Diventa difficile affezionarsi e immedesimarsi e soprattutto, per come vengono gestiti gli slanci emotivi umani è anche difficile crederci. Ciò che mi ha fatto innamorare di Star Wars, che è ciò per cui lo amo ancora adesso, era la possibilità che queste avventure potessero essere credibili. E ce la facevano! Avevano personaggi carismatici e divertenti e le storie erano sicuramente scritte meglio, con più attenzione all’aspetto più umano dei personaggi. Rogue One conferma un andamento piuttosto negativo del concetto legato molto alla spettacolarizzazione e alla mitologia della saga, ma senza i contenuti giusti per essere ricordato. Di certo va menzionata la sequenza finale, uno dei rari momenti da tramandare ai posteri: i piani vengono messi in salvo con un’azione disperata, girata con una tensione drammatica notevole. Il tutto condotto dalla malvagità di Lord Vader che scruta lo spazio per seguire la navicella consolare che sappiamo già tutti chi trasporta.

Zanini Marco

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