Paolo Borsellino,via D’Amelio. Cosa nostra o servizi segreti? (2/2)

Paolo Borsellino,via D’Amelio. Cosa nostra o servizi segreti?  (2/2)

Seconda parte

Gaspare Mutolo decise di seguire il consiglio che Giovanni Falcone gli diede qualche giorno prima di morire. Paolo Borsellino, in quei giorni si trovava in Germania per lavoro, e quindi Mutolo si rivolse al capo della Procura Pietro Giammanco, il quale però decise di non informare Borsellino ma di mandare altri magistrati (Aliquò, Lo Forte e Natoli) a raccogliere le confessioni del pentito.

Mutolo però non si fidava di nessuno e si rifiutò di parlare con loro.

Borsellino quando seppe di essere stato richiesto da Mutolo montò su tutte le furie nei confronti di Pietro Giammanco, che per l’ennesima volta lo aveva ignorato. Il procuratore Capo su suggerimento di Aliquò scese ad un compromesso e diede l’incarico a Borsellino di raccogliere la testimonianza del pentito affiancandogli però i tre magistrati precedentemente scelti.

 

Gaspare Mutolo
Gaspare Mutolo

Il primo incontro con Mutolo avvenne il pomeriggio del primo luglio nella sede della Dia (Direzione investigativa antimafia) a Roma. Dopo aver appoggiato sul tavolo le immancabili sigarette e la famosa agenda rossa, avuta in dono dai carabinieri, il magistrato incominciò a raccogliere le prime dichiarazioni. Mutolo fece i nomi di Bruno Contrada, ex poliziotto e funzionario del SISDE (i servizi segreti italiani), e del giudice Domenico Signorino. Borsellino rimase visibilmente scosso quando sentì il nome del collega. Mentre Mutolo raccontava di come fosse strutturata Cosa nostra, Borsellino ricevette una telefonata. Alle 17.40 dovettero interrompere l’interrogatorio perché, e lo comunicò a Mutolo, il ministro degli Interni Nicola Mancino lo aspettava immediatamente al ministero.

Quando Borsellino ritornò il pentito si rese conto del visibile nervosismo del magistrato anche perché teneva due sigarette contemporaneamente, una in mano e l’altra in bocca. Il colloquio avuto scosse profondamente Borsellino che non nascose di avere anche incontrato il Capo della Polizia Parisi e Bruno Contrada, il quale gli chiese addirittura di salutargli Mutolo, dimostrando di essere al corrente di un incontro segretissimo.

Anni dopo, Vittorio Aliquò, dirà di aver accompagnato quel giorno Borsellino davanti alla porta del Ministro ma di non essere entrato. Mancino negò in un primo momento l’incontro, e successivamente di non ricordare quel particolare. Aliquò però smentì risolutamente dell’incontro con Contrada. Sicuramente dichiarazioni sconcertanti e inquietanti.

Un giorno Borsellino scoprì che, il procuratore Capo, Pietro Giammanco gli tenne nascosto un rapporto del Ros che sosteneva l’arrivo del tritolo a Palermo e che sarebbe servito per il suo omicidio.

Un giorno un agente della scorta gli chiese perché fosse così serio, e Borsellino gli rispose che era arrivato il tritolo per lui, ed era preoccupato ed amareggiato per tutti loro. L’agente sbiancò visibilmente rimanendo senza parole.

Il giudice confessò che l’unico dolore per lui sarebbe stato lasciare la famiglia per sempre.

Borsellino negli ultimi giorni ebbe atteggiamenti e comportamenti inusuali, come volersi confessare in ufficio quando don Cesare Rattoballi lo andò a trovare pochi giorni prima di morire. Venerdi 17 luglio prima di tornare a casa per il suo ultimo weekend salutò i colleghi abbracciandoli e baciandoli, una iniziativa che meravigliò tutti.

Domenica 19 luglio

Borsellino si trovava nella villa al mare di Villagrazia di Carini, e nel pomeriggio decise di andare a prendere sua madre per accompagnarla da un suo amico cardiologo per una visita. Dopo aver salutato gli amici anche loro abbracciandoli e baciandoli salì sulla Croma blindata guidata dall’agente Antonio Vullo. Dopo aver messo sul sedile posteriore la sua borsa con il costume bianco e le due agende di lavoro, avute in dono dai Carabinieri, una grigia e l’altra rossa, la Croma e le due vetture di scorta partirono verso Palermo.

Quel giorno alcuni ragazzini giocavano vicino ad una Fiat 126 posteggiata in via D’Amelio al numero 21, e Salvatore Vitale, inquilino della stessa abitazione della madre del giudice, li allontanò rimproverandoli, e quindi con tutta la sua famiglia si recò a Castelbuono. Salvatore Vitale era un mafioso che nel 2007 fu condannato all’ergastolo per il sequestro di Giuseppe Di Matteo, figlio di Santino Di Matteo pentito e collaboratore di giustizia. Il ragazzo fu rapito, su ordine del boss di San Giuseppe Jato, Giovanni Brusca, per dissuadere suo padre a parlare della strage di Capaci. Dopo centottanta giorni di prigionia Giuseppe venne strangolato con una corda, da Vincenzo Chiodo, Enzo Salvatore Brusca e Giuseppe Monticciolo e poi sciolto nell’acido.

Giovanni Brusca

Via D’Amelio è molto stretta e quindi pericolosa, e malgrado fosse stato richiesto più volte di vietare il parcheggio, le autorità lo hanno sempre negato.

Arrivati in via D’Amelio al numero 19, il giudice scese dall’auto e mentre l’agente Vullo in retromarcia cercava un parcheggio, le altre due si posizionarono a ventaglio secondo la procedura. Erano le 16 e 58 quando all’improvviso un’ondata di enorme calore precedette un boato fortissimo che si udì fino a parecchi chilometri di distanza. Un fumo, nero, acre, irrespirabile si diffuse tutto intorno. Duecento metri di manto stradale si sollevarono e una decina di auto parcheggiate nella via presero fuoco. Corpi carbonizzati e vetri ovunque. L’edificio presentava danni fino all’undicesimo piano.

Elicotteri e auto della polizia si diressero verso il luogo dell’esplosione.

Via D’Amelio

La nuova strategia di Cosa nostra di colpire con sicurezza auto blindate e scorte armate, fu di utilizzare esplosivo in modo da limitare i rischi e aumentare le probabilità di successo.

Fu così per l’attentato di Capaci e per quello di via D’Amelio. Novanta chili di plastico (Semtex-H composto da T4 e Pentrite) di fabbricazione cecoslovacca, nel cofano di una Fiat 126. Un esplosivo usato da gruppi terroristici e paramilitari.

Il corpo di Borsellino venne trovato nel cortile del palazzo completamente carbonizzato e senza un braccio. Morirono cinque agenti della scorta:

Emanuela Loi (prima donna poliziotto a morire in un attentato),

gli angeli di Borsellino

Agostino Catalano,

Walter Cusina,

Claudio Traina,

Vincenzo Li Muli.

L’unico a salvarsi fu l’autista Antonio Vullo che stava spostando la Croma per parcheggiarla meglio. Ci furono anche quindici feriti.

Il giudice Ayala, che abitava vicino, fu tra i primi a correre sul luogo dell’attentato. In seguito dirà che la borsa lasciata sul sedile venne consegnata ad un ufficiale dei carabinieri.

Venne trovato, in mezzo alla via, un blocco motore annerito, e tramite il numero di telaio si riuscì, grazie ad un tecnico della Fiat, a risalire al tipo di vettura. Era una 126 rossa-amaranto. Vennero trovati anche una targa e frammenti di telecomando. I rilievi proseguirono fino a tarda ora, e furono riempiti sessanta sacchi dell’immondizia pieni di referti. Vennero individuate tre postazione da dove sarebbe stato possibile usare il telecomando senza rischiare di essere colpiti dall’esplosione. Nel frattempo venne confermato che la famosa agenda rossa, dove il magistrato segnava tutto, era misteriosamente sparita.

Dopo l’esplosione centosei famiglie si trovarono senza abitazione, e furono costrette a trovarsi, a proprie spese, un’altra sistemazione, in quanto il Comune di Palermo non volle assumersi l’onere della spesa.

Per voler della famiglia del magistrato furono rifiutati i funerali di Stato. Lo Stato venne ritenuto impresentabile e contestato apertamente dai palermitani che accettarono solamente la presenza del Presidente Scalfaro, dell’anziano ex capo Antonino Caponnetto che fece l’orazione funebre molto toccante e del capo della polizia Parisi.

Antonino Caponnetto

Il procuratore capo di Caltanissetta, Tinebra, dopo aver chiesto la collaborazione dell’Fbi, coinvolse nell’indagine anche Bruno Contrada del Sisde, che orientò il suo gruppo di lavoro in due direzioni: una nella ricerca del latitante Provenzano, e l’altro nel controllo della famiglia Madonia, ritenuta esperta nell’uso degli esplosivi.

Le indagini accertarono che la Fiat 126 fu rubata da Salvatore Candura e Luciano Valenti, che risultò essere il fratello di Pietrina Valenti la proprietaria dell’auto.

Arnaldo La Barbera era il duro poliziotto che dirigeva la squadra indagatrice. Risoluto, con molte certezze e pochissimi dubbi, con qualche rudezza costrinse Candura alla confessione del furto, che avvenne su incarico di Vincenzo Scarantino, un piccolo spacciatore di droga, che fu arrestato subito.

Nel frattempo, Gioacchino Genchi, esperto di telefonia della polizia, studiando i tabulati telefonici scoprì che da una utenza clonata del mafioso Calabrò, erano partite delle chiamate verso alcuni numeri intestati al Sisde.

La Barbera dimostrò di avere una maledetta fretta nel concludere le indagini. Ed infatti gli arresti fioccarono uno dopo l’altro.

Dopo Scarantino e Candura seguirono gli arresti di Pietro Scotto, ritenuto il telefonista incaricato di controllare il telefono di casa Borsellino in quei giorni, quindi, per concorso in strage fu la volta di Giuseppe Orofino, di professione carrozziere, che avrebbe custodito nella sua officina la Fiat 126, e per ultimo venne fermato Salvatore Profeta, il boss della Guadagna e cognato di Vincenzo Scarantino, ritenuto il coordinatore dell’attentato.

Nel luglio del 1994 Scarantino, dopo esser stato sotto il regime del 41 bis nel carcere di Pianosa, diventò un pentito collaboratore di giustizia, e ammise di essere stato l’autista dell’ormai tristemente famosa 126.

Scarantino s i assunse anche la responsabilità di altri crimini ed omicidi. La madre e la moglie del pentito sostennero che il ragazzo avesse subito continue sevizie psicologiche e intimidatorie per costringerlo a confessare. Tra il 1995 e il 1998 vi furono continue ritrattazioni da parte del pentito.

 

Vincenzo Scarantino
Vincenzo Scarantino

Scarantino venne descritto come persona di modesto livello intellettuale, quasi analfabeta con grosse difficoltà a leggere anche il giornale, e uomo poco evoluto. Sebbene fosse un pentito non subì mai minacce dalla mafia che non cercò mai di ucciderlo, malgrado non fosse particolarmente protetto. Forti perplessità nacquero su come si potesse architettare un piano così chiaramente fasullo e le forze dell’ordine cadere nella trappola con questa facilità.

Ottobre 2001. Durante un processo venne proiettato un video che sollevò molti dubbi. Un vero mistero sul blocco motore trovato il giorno dopo in mezzo alla via D’Amelio. Dalle riprese effettuate dai vigili del fuoco il giorno dell’attentato non si vedeva nessun motore. Immagini confermate anche dalle riprese televisive della Rai e da Mediaset.

Il sospetto di un depistaggio lentamente si fece strada.

Nel 2010 si verrà a sapere che La Barbera era a libro paga dei servizi segreti con il nome in codice “Catullo”.

Il 14 luglio 2014, il procuratore de L’Aquila, Fausto Cardella, dichiarò che la borsa di Borsellino venne ritrovata su una poltrona nell’ufficio, del capo della squadra mobile, Arnaldo La Barbera, ma nessuna traccia della famosa agenda rossa.

Dopo tre processi e varie condanne il 26 giugno 2008 davanti al procuratore capo di Caltanissetta Sergio Lari, il pentito mafioso Gaspare Spatuzza riscrisse la strage di via D’Amelio. Spatuzza ammise di essere l’autore del furto della 126 amaranto, incaricato da Fifetto Cannella su ordine del boss Giuseppe Graviano. Nella notte fra l’8 e il 9 luglio insieme con Vittorio Tutino rubarono la macchina e la portarono in un garage. Quindi fecero rifare i freni usurati da un meccanico loro amico. Renzo Timmiriello e Ciccio Bellavia riempirono l’auto di esplosivo, e dopo un sopralluogo in via D’Amelio, Giuseppe Graviano individuò nel giardino dietro la casa della madre del giudice, il luogo ideale per poter attivare il telecomando. Su questo punto sorgono dei dubbi perché in una intercettazione fatta nel carcere di Opera, Salvatore Riina confida, al solito compagno d’aria Alberto Lorusso, che Borsellino innescò l’esplosione suonando il campanello. Gli inquirenti ritengono la tecnica possibile, ritenendola analoga a quella usata per l’attentato al rapido 904 del 23 dicembre 1984 nei pressi di San Benedetto Val di Sambro.

 

Gaspare Spatuzza
Gaspare Spatuzza

Spatuzza venne messo a confronto con Scarantino che ammise di essersi inventato tutto.

Il depistaggio durò 18 anni. Dopo la confessione di Spatuzza si dovette ricominciare da zero.

Spatuzza e l’altro pentito Tranchina vennero condannati per la strage di via D’Amelio rispettivamente a quindici e dieci anni di reclusione.

Scarantino e Candura anni dopo hanno accusato la polizia di averli minacciati e d’essere stati picchiati per costringerli a confermare di esser gli autori dell’attentato.

Arnaldo La Barbera è morto nel 2002 per un tumore al cervello.

Rimane il mistero di chi avesse portato l’auto in via D’Amelio, e di chi abbia azionato il telecomando.

Dopo le rivelazioni del pentito Gaspare Spatuzza la Procura Generale di Caltanissetta chiese il processo di revisione.

Nell’aprile del 2017, in merito al nel processo quater di Borsellino per la strage di via d’Amelio, la Corte d’Assise di Caltanisetta, presieduta da Antonio Balsamo, accogliendo le richieste della procura ha condannato all’ergastolo, il boss palermitano della cosca San lorenzo, Salvatore Madonia come mandante e Vittorio Tutino come partecipante attivo alla strage, ha inoltre inflitto dieci anni agli autori del depistaggio Francesco Andriotta e Calogero Pulci, prescrizione per Vincenzo Scarantino al quale viene riconosciuto di essere stato indotto a rilasciare le false accuse. Da chi non è dato sapere.

Salvatore Madonia e Vittorio Tutino

Il procuratore di Caltanissetta, Amedeo Bertone ha dichiarato che sebbene si sia giunta ad una sentenza, ammette che comunque sono rimasti interrogativi ancora senza risposte.

Fabio Repici, legale di Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, ha dichiarato che. “Con la sentenza di oggi la Corte di Assise di Caltanissetta restituisce dignità alla giustizia e punta a chiare lettere il dito contro i depistatori di Stato, finora lasciati impuniti dalla Procura della Repubblica. Il proscioglimento di Scarantino certifica come siano stati organi istituzionali a ideare le calunnie e il falso di Stato costruito su via D’Amelio in questi 25 anni. La nazione deve ringraziare ciascuno dei giudici togati e dei giudici popolari, che – con la sentenza di oggi – riconciliano i familiari delle vittime di via D’Amelio e la giustizia”.

Molte ombre e poche luci sulla strage di via D’Amelio. E sempre più sospetti sull’ombra lunga dei servizi segreti.

Il dubbio che i servizi abbiano usato gli uomini di Cosa nostra per assassinare Borsellino è una ipotesi avanzata all’epoca.

Il 13 luglio del 2017 la sentenza della corte d’Appello di Catania, dove si è celebrato il processo, è stata di assoluzione per Gaetano Murana, Giuseppe Orofino, Cosimo Vernengo, Natale Gambino, Salvatore Profeta, Giuseppe La Mattina, Gaetano Scotto, Salvatore Candura (condannato solo per il furto della 126 imbottita di tritolo) e Vincenzo Scarantino che vive sotto copertura in una località segreta.

Bruno Contrada fu accusato dal pentito Gaspare Mutolo di collusione con Cosa nostra. Accusa che venne confermata anche da Buscetta e Francesco Marino Mannoia. Contrada venne condannato definitivamente a dieci anni di carcere nel 2007. In carcere fino al 2012, il 7 luglio 2017 la Corte di Cassazione ha revocato la condanna a dieci anni, ed essendo la condanna già scontata questa revoca avrà risvolti solo sull’aspetto pensionistico.

 

 il funzionario del SISDE Bruno Contrada durante il processo a suo carico
il funzionario del SISDE Bruno Contrada durante il processo a suo carico

Lo Stato questa volta rispose all’assassinio di Borsellino in maniera perentoria. Chiedendo la testa del capo dei capi, e tra il 1992 e il 1996 Riina e tutti i suoi fedelissimi vennero arrestati.
Salvatore Riina venne arrestato il 15 gennaio del 1993 a Palermo a bordo di una Lancia Y10, guidata da Salvatore Biondino, non lontano da via Bernini dove abitava. Quando il 2 febbraio i carabinieri individuarono l’appartamento del capo dei capi è ormai troppo tardi (sic). I mobili al centro della stanza e le pareti imbiancate, la cassaforte vuota e senza i famosi documenti di Riina che avrebbero compromesso molti uomini di Stato. Provenzano che aveva chiesto in cambio della testa di Riina una sorta di impunità, rimase latitante per ben quarantatre anni, quando l’11 aprile del 2006 venne trovato in una masseria di Corleone. Provenzano, detto Binnu u tratturi, è morto il 13 luglio 2016 stroncato da un cancro alla vescica.

 

Strategia della tensione mafiosa:

14 maggio 1993 -in via Fauro a Roma attentato al giornalista Maurizio Costanzo. Ferite 24 persone

27 maggio 1993 -Strage in via Georgofili a Firenze: 5 morti 48 feriti

27 luglio 1993 – Strage di via Palestro a Milano: 5 morti 12 feriti

28 luglio 1993 – Strage di San Giorgio al Velabro e di San Giovanni in Laterano a Roma: 22 feriti

gennaio 1994 Tentata strage allo stadio Olimpico a Roma: una autobomba non esplosa per un difetto al congegno dell’attivazione della carica

aggiornamento al luglio del 2017

 

Alberto Zanini

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