P25 Racconto di Sandra Pauletto

Pmed25

L’avevo fatto mentre nessuno della squadra mi vedeva, non so perchè, ma non lo rifarei per quel poco che conta. Sono stato uno sciocco, lo so, ma forse la mia idiozia a qualcuno servirà, magari negli anni futuri. Quel sassolino raccolto dal suolo di Marte, come souvenir, mi ha ridotto così, ma il protocollo prevedeva che gli indumenti andassero lasciati nella stanza pressurizzata per scongiurare contaminazioni e in seguito distrutti. Se qualcuno mi avesse visto portar dentro quel sassolino, sarei stato condotto al tribunale militare e processato per direttissima per insubordinazione e attentato alla salute pubblica, così per nasconderlo ho fatto la prima cosa che mi è venuta in mente: l’ho messo in bocca. Era piccolo piccolo, all’apparenza innocuo, alla fine si trattava di un semplice sasso, o forse no? Non lo so, mi stanno studiando. Ora sono in orbita per motivi di sicurezza Nazionale. Sono legato ad un letto, ripreso costantemente da una telecamera, ho un sacco di macchine addosso che monitorano i miei battiti, la pressione, e analizzano il mio sangue ogni venti minuti, inviando i dati ad una navicella che viaggia vicino alla mia. Non ho speranze che qualcuno entri per salvarmi, nessuno sa come fare. Da ieri anche le giunture delle ginocchia si son irrigidite. Le sento vive ma non riesco a muoverle, avete mai avuto una gamba in gesso? Ecco la sensazione è quella. Dolore, prurito e immobilità. Quando mi sento abbastanza lucido, osservo quella strana sostanza che sta ricoprendo il mio corpo: è simile alla pietra, identica a quel minuscolo sassolino che malauguratamente nascosi in bocca. Quel giorno, appena lo feci, la lingua mi si pietrificò all’istante, mentre per le labbra, le guance, la faccia ci volle qualche minuto mi dissero, perché io persi conoscenza per un bel po’. Mi risvegliai qui, dove sono ora, e da dove non uscirò più.

Sono stanco di essere legato, mi sento solo, mi manca la luce del sole, il canto degli uccelli, il vento. La mia sola compagnia è la voce del capo medico che, tre volte al giorno, verifica la mia lucidità sempre con le stesse domande: “Come ti chiami, dove sei nato, come si chiama tuo figlio”. Ovviamente non posso parlare, la mia lingua è di pietra come la faccia, rispondo usando un computer ad imput oculare. La terza domanda è sempre la più dolorosa, pensare a mio figlio mi sconvolge. Non potrò vederlo mai più, e lui dovrà crescere senza padre, poca perdita visto a quanto sono stato incosciente.

Oggi è la seconda volta che che il medico mi ripete la litania, dev’essere pomeriggio sulla Terra. Io galleggio nello spazio come una bolla di sapone persa nell’aria. Non so dove sono, non capisco neanche se siamo fermi o ci stiamo muovendo, il sarcofago cresce sulla mia pelle, aumenta, lento ma inesorabile. Ci sono giorni in cui, raccolgo le forze e cerco di strappare i legacci che mi tengono le braccia, per spaccare con le mani questa crosta di pietra che ho sul viso e sugli arti inferiori, altri in cui spero che tutto finisca presto, pur sapendo bene quale sarà la fine.

Devo essermi addormentato, o mi hanno fatto dormire loro. Succede spesso che prima di assopirmi, io senta odore di terra bagnata, gonfia di pioggia, ma escludo possa essere possibile in una navicella in giro per lo spazio, quindi o sto impazzendo, o mettono qualcosa nell’aria che mi fa dormire. Dio li benedica.

Devo aver dormito a lungo, la crosta è salita, la ricordavo alle ginocchia ma ora mi sento bloccato fino all’inguine e anche più su. Ce l’ho di pietra ora, mi vien quasi da ridere!

Una delle macchine alle quali son attaccato ha fatto un suono strano oggi, non lo avevo mai sentito, e non avevo neanche mai sentito la voce di donna che è intervenuta subito dopo chidendomi: “Si sente bene P25?” Ormai questa sigla, di cui ignoro il significato, mi è familiare molto più del mio nome, che nessuno usa, e che al solo pensarlo mi suona strano, come non mi appartenesse, ma infondo è così, perché la persona che rispondeva a quel nome non esiste più. Credo che quel suono indicasse qualcosa di grave, è successo qualcosa di nuovo nel mio corpo, sento uno strano formicolio sul petto, ed un peso che prima non avevo. Se solo riuscissi ad alzar la testa per guardare, ma quella è pietrificata da tempo.

Prigioniero nel mio corpo, un sasso con l’anima sto diventando, e manca sempre meno. Da quando mi son svegliato, ho perso il controllo delle braccia e delle mani. E’ terribile adattarsi, non potersi muovere, con un bisogno costante di grattarsi. Mi prude tutto, come se mille formiche mi corressero lungo il corpo mordendomi. Finché potevo usar le mani avevo il sollievo di provare almeno a grattarmi, anche se era un’illusione. Lo strato di pietra che mi ricopre, mi impedisce di raggiungere la pelle sottostante, se di pelle ancora si tratta.

Sento che giorno dopo giorno le forze mi abbandonano, non so neanche se il medico capo mi interpella più tre volte al giorno o se lo dimentico, se rispondo in modo corretto o non rispondo proprio. L’altro giorno ho sognato mio figlio, era dietro la porta, e mi guardava oltre il vetro. Potevo vedergli solo gli occhi, ma ad un padre basta per riconoscere il proprio figlio, mi chiedo se valga lo stesso anche viceversa. Solo gli occhi son rimasti di me ormai, l’unica parte libera di questo corpo in trappola.

Le macchine fanno suoni sempre più strani, credo che mi sto spegnendo finalmente. Non so quanto tempo sia passato da quando è iniziato questo calvario, ma lo strato di roccia su di me pesa, e faccio fatica a respirare. Si è ispessito, solidificandosi strato su strato. Il prurito iniziale è passato, sento solo un leggero formicolio al cuore. La roccia arriverà anche lì, prima o poi, sento che si sta facendo strada. Se non avessi messo quel sassolino in bocca ora sarei a casa con la mia famiglia, con gli amici, o magari di nuovo in missione nello spazio. Chissà com’è andata poi quella su Marte dove mi son contaminato. Non ho più avuto notizie di nessuno dell’equipaggio, stavamo cercando l’acqua dopo i dati che ne segnalavano la presenza ai primordi del tempo. Chissà che avranno pensato di me: “Che sono stato scemo, pazzo, egoista”. Portando dentro un sasso direttamente dal suolo di Marte ho rischiato di contaminare tutti, spero che a loro non sia successo nulla. Sono sempre stato solo qui, se ci fossero altri contagiati li avrebbero messi con me, credo. Vorrei che mi perdonassero. Mi sento così in colpa, mi vien da piangere. E’ la prima volta che ho voglia di piangere, e non voglio frenarla. Mi son sempre trattenuto. Mi hanno insegnato che un vero uomo non piange, e son sempre riuscito a ricacciar indietro le lacrime, ma ora che importanza ha? Non sono un vero uomo, non sono neanche più un uomo, e sono stanco, tanto stanco. Sento le lacrime rimepirmi gli occhi. Come vorrei sentirle bagnarmi il viso, ma del mio viso non c’è nulla, solo uno spesso strato di pietra. Ora che neanche il calore delle mie lacrime posso sentire, voglio solo andarmene al più presto. Un sibilo sempre più forte arriva da non so quale macchina, forse da più di una, forse da tutte, è fortissimo, acuto, mi farà esplodere il cervello. Stringo forte gli occhi per difendermi, è la sola cosa che posso fare. Aumenta sempre, aumenta ancora, non resisto, sento dolore, come una fitta al cervello, non voglio morire così: AIUTO!

Silenzio.

Finalmente il suono è cessato. Non resistevo più, posso rilassare gli occhi, aprirli. Non ci riesco! Non riesco più ad aprirli! Anche le palpebre son diventante pietra! Nooooo!

“P25 come si sente?” Sento la voce ma i miei occhi sono inutilizzabili, non posso comunicare. Mi sforzo in tutti i modi di aprirli, ma lo strato di dura pietra che li ricopre li ha sigillati per sempre. Devono averlo visto dalle telecamere quello che è successo, loro che ancora possono vedere, sanno che ripetere la domanda non ha alcun senso. Sono un sasso ora, uno stupido sasso pensante che naviga nello spazio.

“Finalmente il processo si è completato P25, non facevi parte dell’esperimento, ma il tuo gesto ti ha catapultato all’interno, e ti ringraziamo. Abbiamo scoperto delle cose molto interessanti su questo batterio che trasforma l’acqua in pietra. So che mi senti, perché le macchine segnalano che i valori sono stabili, anche se praticamente non ci sei più. Io vedo solo una roccia frastagliata, vagamente simile alla sagoma umana. Avevamo isolato il batterio tempo fa tenendolo segreto, ma nell’era di internet niente è abbastanza nascosto. I servizi segreti di uno stato, che immagino conosci, hanno violato l’archivio, scoprendone l’esistenza, e hanno finanziato delle spedizioni, compresa la tua, e delle ricerche, arrivando fino a riprodurre il batterio in laboratorio. Il nostro solo punto oscuro era come inocularlo nell’uomo, perché, come vedi, il sangue è la sola cosa che non subisce la metamorfosi, ma tu ci hai indicato la via. La saliva riattiva il batterio, che inizia a riprodursi a velocità sorprendenti, come ti sarai reso conto tu stesso.

Ora quest’arma è nelle nostre mani. Ho pensato molto a questo mentre ti osservavo. Sei un segreto troppo pericoloso se finisci nelle mani sbagliate. Non voglio passare alla storia come quello che ha reso possibile l’utilizzo del batterio per uccidere la vita, perchè tanto lo sappiamo che lo scopo prima o poi sarebbe quello. Chiunque scoprirà come inocularlo nell’uomo, potrà minacciare di usarla, ricattare o usarla davvero, e questo mi fa orrore. Nessuno deve sapere quello che ti è successo. La webcam che ti riprende è a circuito chiuso e non ha nastro, non voglio prove, ho già sbagliato una volta riguardo. Ai nostri finanziatori racconterò una balla, mi dispiace per quello che sto per fare, ma credimi, è la sola cosa sicura. “

Sento che le macchine che sono attorno a me si spengono, il ronzio del loro motore cessa. Ora sono nel vuoto dello spazio, imprigionato in un guscio di pietra, nel silenzio totale. Credo che basti molto meno di questo per impazzire. Spero che le macchine dalle quali mi hanno staccato servissero anche per tenermi in vita, voglio spegnermi anch’io come loro. Il rumore del mio cuore è assordante ma stupendamente ritmico e regolare. Non ha intenzione di aiutarmi, lui va per i fatti suoi con me o senza di me. Il mio letto trema, ho un senso di vuoto allo stomaco, senza dubbio la navicella ha acquistato velocità, mi stanno mandando da qualche parte ma dove?

“P25 ora tutto sta per concludersi. La tua navicella si schianterà su Marte. Spero che sia una fine rapida per te, hai già sofferto abbastanza” Ora abbiamo preso velocità tra un minuto ci sganciamo e che Dio abbia cura di te.”

Non so come mi passa per la mente, ho desiderato tanto la fine, e ora che sta per arrivare vorrei avere un minuto in più. Un minuto per pensare ai miei cari, i miei genitori, mia moglie, mio figlio, i miei amici, il mio cane. Chissà cosa ci sarà dopo, e se qualcuno si ricorderà di me. Le vibrazioni del letto son tremende, ormai ci siamo, addio mondo, è stata solo colpa mia.

Impatto

Mi fischiano le orecchie e ho la sensazione che potrei vomitare ma non credo di aver una bocca per farlo. Ho sentito caldo, tanto caldo, e poi più nulla. Forse sono morto. Vedo qualcosa che potrebbe assomigliare al cielo, ma non è il cielo amico, quello che potevo vedere dalla finestra di casa quando ero vivo. Provo a muovermi, ma non so che cosa muovere, non riconosco il mio corpo, non credo di aver né gambe né braccia. Mi sto muovendo, forse rotolando. Un orribile pensiero mi assale: non sono morto. Gli occhi si stanno abituando all’oscurita, e un urlo mi sale da dentro senza poter uscire. In quanto roccia ho resististo all’esplosione della navetta, e ora sono sul suolo di Marte. L’impatto deve avermi liberato lo strato che mi era di recente cresciuto sugli occhi, non ha avuto tempo di cristallizzarsi, per questo ci vedo. Il paesaggio è grigio, muto infinito. Io avrei voluto solo morire, e invece sono uno stupido sasso grigio con gli occhi, che aspetta che il nulla cessi. Incapace di compiere azioni o emetter suono. Senza nè fame nè sete. Senza progetti o domani, con la sola consolazione, che mi riempie di orrore, di aver visto attorno a me altri sassi con gli occhi, con una P incisa nella roccia. Ero il venticinquesimo, pregate che io sia l’ultimo.

Il racconto è contenuto nell’alntologia PEZZI (AA.VV) edizioni sensoinverso Vol 2

www.edizionisensoinverso.it/catalogo_extra_pezzi.htm

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