“ Non ricordo ”- racconto di Alberto Zanini edito da Sensoinverso edizioni

non ricordo

 

 

 

“ Non ricordo ”

Cerco di aprire gli occhi, ma non ci riesco, sembrano incollati.

Sono sdraiato e sento sotto il corpo l’asperità del terreno, terra e sassi.

Tremo, attraversato da brividi di freddo.

La testa pulsa e qualcosa mi cola sulle guance. Sento un insetto camminarmi sul viso. Ho dolore alle braccia e alle gambe, non riesco a muovermi.

Raccolgo le residue forze e lentamente, tra fitte lancinanti di dolore, sollevo il braccio e avvicino la mano al viso. Sento una crosta sull’occhio che mi impedisce di aprirlo, con le unghie la rimuovo malgrado il dolore al braccio, mi guardo la mano: minuscole scagliette scure di sangue rappreso coprono il polpastrello ma adesso riesco ad aprire l’occhio.

Il dolore mi fa perdere i sensi.

Mi sveglio perché piove e sento i vestiti incollati al corpo inzuppati d’acqua.

Potrei essere qui da minuti, ore o giorni. Non ho più la cognizione del tempo.

La pioggia lava e scioglie la crosta sugli occhi. La debole luce mi consente, di vedere le fronde e i rami di un albero che, imperioso, sembra fare la guardia, ma non abbastanza da ripararmi dalla pioggia.

C’è il buio nella mia mente, malgrado cerchi di ricordare. Sono molto stanco. Chiudo l’occhio, l’unico che riesco ad aprire e cerco di riposare.

Devo essermi addormentato.

Adesso non piove più, le nuvole hanno lasciato il posto alle stelle che punteggiano il nero del cielo. Mi stupisco di quanto siamo piccoli e miseri e malgrado la sofferenza, riesco a godere della bellezza di questo spicchio di universo.

Un lampo di luce mi trafigge il cervello.

Un’immagine fuggevole: sono io che corro, respiro affannosamente, ansimo per lo sforzo prolungato, i miei piedi si sollevano veloci dal terreno sollevando schizzi di terra umida. Poi più nulla. Di nuovo il buio.

Sono a terra immobile, riesco a piegare solo la testa. Braccia e gambe non rispondono ai comandi. Chiudo di nuovo l’occhio e cerco di concentrarmi. Perché stavo correndo?

I lampi di luce sono più frequenti, immagini sfuocate che si allargano e si espandono nel cervello.

Un altro squarcio nella memoria, corro, come se scappassi e mi volto per guardare indietro. Forse qualcuno m’insegue ma non ricordo perché. Di nuovo buio. Come una lampadina che si accende e si spegne.

Cerco di ricostruire cosa stessi facendo, ricordo che stavo correndo, mi sono voltato rallentando, ma nel frattempo ho urtato violentemente contro un grosso ramo, proteso davanti a me.

Ho sentito un dolore, acutissimo, come una scarica elettrica. Son caduto rimanendo per qualche secondo inebetito dal dolore. Il sangue mi colava sul viso, faticosamente ho cercato di rimettermi in piedi, barcollando e con l’equilibrio precario ho ripreso a correre ma sbandando vistosamente, mi sono ritrovato sul bordo del dirupo alla mia destra. Un piede ha perso l’appoggio e sono scivolato, cercando di mantenere il precario equilibrio, ho piegato il corpo in avanti e la spalla ha colpito il duro terreno. Ho cercato di richiamare le braccia e le gambe per proteggermi assumendo una posizione più raccolta, ma non ho fatto in tempo e sono rovinato contro grossi sassi e alberi perdendo completamente il controllo dei movimenti. Mi sono sentito come un cencio in balia del vento. Il dolore mi ha fatto perdere i sensi ancora prima di fermarmi vicino all’albero.

Mi sono risvegliato in preda a fitte dolorose, e la posizione innaturale del corpo è stata la conferma delle fratture diffuse.

Adesso ogni respiro è un tormento, cerco di controllarlo con fatica per evitare che mi procuri queste fitte dolorose. Faccio piccoli respiri. Anche le costole hanno subito danni, spero siano solo incrinate.

Non ricordo neanche chi sono.

Anche se sono bloccato nei movimenti vedo il cielo. Adesso è azzurro perché il buio della notte ha lasciato il posto al giorno e non piove più. I raggi del sole incominciano ad asciugare i vestiti bagnati.

Volto la testa verso l’albero e vedo delle grosse radici che emergono dal terreno, vorrei afferrarne una e a trascinarmi verso il tronco. Allungo il braccio fino a sentire le nodosità del legno, con la poca forza che mi rimane, lo stringo fra le dita e mi trascino. Non so quanto tempo ho impiegato, ma mi sono sensibilmente avvicinato all’albero.

I ricordi adesso fluiscono con più regolarità.

Voglio mantenere la mente occupata, mi aiuta a sentire meno dolore.

In questo silenzio quasi assoluto percepisco i piccoli rumori che però m’inquietano, non capisco da dove vengano.

Sento una musica conosciuta in lontananza. Grido con tutta la voce che ho sperando di attirare l’attenzione. Improvvisamente la musica si interrompe, grido di nuovo ma nessuno risponde. Passano pochi minuti e sento nuovamente la stessa musica di prima, pochi secondi e di nuovo il silenzio. Non grido neanche più, temo di aver capito che è la suoneria del mio cellulare che devo averlo perso durante la caduta. Individuo la direzione ma non riesco a vederlo.

Sono a ridosso dell’albero, se dovesse piovere nuovamente le fronde mi proteggeranno un po’.

Però adesso non riesco più a vedere il cielo, peccato.

Mi guardo attorno, il terreno è coperto di foglie giallo-arancio che mi riportano indietro a tanti anni fa.

Ho un ricordo vivido di quando ero piccolo e papà ci lasciò per sempre.

Il cimitero aveva un tappeto di foglie uguali a queste che adesso mi fanno compagnia.

Mia mamma era vestita di nero con un foulard in testa e gli occhiali scuri che nascondevano gli occhi gonfi di pianto. Io non piangevo, ma trattenevo le lacrime a fatica. Non volevo farmi vedere dai parenti, dai colleghi di papà, dagli amici. Ancora adesso il ricordo mi fa male.

Devo cercare di mantenermi lucido, mi accorgo che perdo il filo dei ragionamenti.

Ricordo quando mio padre mi portava allo stadio, e alla fine della partita al bar a bere la cioccolata calda con la panna, mentre lui beveva l’immancabile caffè.

Adesso i ricordi incominciano a scorrermi davanti agli occhi come un film.

Le passeggiate in bicicletta lungo l’argine del fiume, io davanti e lui dietro che mi seguiva.

Un altro flash di luce vivida.

Sono completamente sotto le coperte e con una piccola torcia illumino le pagine di un libro. Leggevo di nascosto perché non volevano che stessi sveglio fino a notte tarda.

Erano storie di avventure appassionanti, in posti lontani e sconosciuti che mi facevano viaggiare con la fantasia.

Le ombre lunghe degli alberi annunciano che il sole è prossimo al tramonto.

Dopo la morte di mio padre, che era l’unica fonte di guadagno, i primi tempi furono i nonni che aiutarono, come seppi anni dopo, a far quadrare i conti a fine del mese.

Venne il giorno che mia madre volle cercarsi un lavoro e, grazie ad un amico d’infanzia di papà, lo trovò come commessa in un negozio.

In questa forzata immobilità mi accorgo che il tempo è scandito senza fretta e ansia. Animali e vegetazione interagiscono secondo le leggi della natura.

Entro ed esco da questo stato di semi-incoscienza e dalla finestra dei ricordi filtra un po’ di luce, ma un angolo rimane sempre in ombra e m’impedisce di vedere i volti delle persone. L’unico viso che riesco a vedere nitidamente è quello di mio padre.

Ormai non riesco più a trattenere l’urina, e la sete incomincia a tormentarmi.

Con la mano sento l’erba, ne strappo un ciuffetto, lentamente lo avvicino alle labbra e lo succhio.

Un giorno mia madre tornò a casa accompagnata da un uomo, seppi in seguito che era lui che le aveva trovato il lavoro.

Ridevano e scherzavano come due complici, e la sua presenza in casa nostra divenne sempre più assidua finché non si trasferì definitivamente.

L’atmosfera idilliaca però non durò molto. Lui incominciò a criticarla sempre di più e a rimproverarmi per qualsiasi motivo.

In casa l’aria divenne pesante, mamma non sorrideva più, le vedevo la paura negli occhi e la depressione era sempre più evidente.

Ormai lui non si curava più della mia presenza e la insultava violentemente.

Un giorno tornai da scuola e trovai mia madre con una vistosa bendatura al braccio. Vedendo la mia faccia preoccupata cercò di tranquillizzarmi sostenendo che era caduta sul lavoro e in pochi giorni sarebbe passato tutto, ma suo sguardo divenne sfuggente come se volesse nascondermi qualcosa.

Gli episodi di violenza psicologica diventarono sempre più frequenti e spesso dovetti assistervi. Da quel momento fui costretto a divenire adulto, mi resi conto di non poter più contare sulla presenza protettiva di mia madre.

Il dolore che accompagna il mio respiro si sta attenuando e le fitte sono sopportabili.

Mi trascino lentamente verso l’albero aggrappandomi alle radici e con cautela mi avvicino e maledicendo tutto l’universo, riesco a sollevare il busto ed ad appoggiarmi al tronco nodoso.

In questa posizione ho un altro punto di vista e vedo meglio dove mi trovo.

Ricordo di quando lei si mise in mezzo tra me, che mi proteggevo il viso con il braccio, e lui, che alterato da alcol e rabbia cercava di colpirmi. Il pugno arrivò violento schiantandosi sulla faccia di mia madre.

Giurai a me stesso che non avrei più permesso che lui la toccasse.

Alla violenza psicologica, come detto , seguì quella fisica, e finalmente lei trovò il coraggio di denunciarlo. Un giudice emise una misura cautelare obbligandolo a non avvicinarsi ai luoghi che lei frequentava.

Adesso è tutto chiaro. So perché mi trovo qui.

Ero a lavorare quando il cellulare suonò:

<<Luca, lui è qui>>

<<Chiuditi in una stanza, arrivo subito>>

Le urla, i singhiozzi e il rumore del cellulare che si schiantava furono le ultime cose che si sentirono prima del silenzio. In pochi secondi fui in strada. Correvo senza riuscire ad elaborare un pensiero sensato. In linea d’aria la casa distava poche centinaia di metri, ma i palazzi e le strade allungarono il percorso. Andai presto in debito d’ossigeno e le gambe incominciarono a rallentare la corsa. Sebbene cercassi di scansare le persone che trovavo sul percorso alcune mi insultarono aspramente.

Il cancello di casa era chiuso e dopo averlo scavalcato dovetti piegarmi sulle gambe e cercare di controllare il respiro affannoso.

Percorsi gli ultimi metri sentendo le urla che provenivano dall’interno dell’appartamento, e con la rabbia che mi offuscava la mente e con mani tremanti, presi la chiave cercando febbrilmente di infilarla nella serratura.

Dopo un paio di tentativi andati a vuoto riuscii ad entrare.

Andai in cucina, e dal grosso ceppo di legno sfilai un coltello.

Mi diressi verso la stanza da letto dove mia madre era riversa per terra, mentre lui urlava e la colpiva senza pietà con calci e pugni.

Gli fui addosso e lo colpii al fianco con il coltello, lui si girò verso di me grugnendo. Una smorfia di sorpresa apparve sul suo viso. Allora affondai il coltello nell’addome fino all’impugnatura e glielo lasciai dentro. Allo stupore seguì il dolore e gemendo cadde a terra. Aiutai mia madre ad alzarsi, aveva il viso tumefatto e insanguinato. Lui con il viso pallidissimo si lamentava sommessamente con il coltello ancora affondato nella pancia. Presi il cellulare e chiamai il pronto soccorso dicendo che c’erano due persone ferite seriamente. Abbracciai mia madre e velocemente scappai allontanandomi da casa e avviandomi verso una stradina di campagna, mentre in lontananza si sentiva una sirena rompere il silenzio.

Adesso sono qui incapace di muovermi e di continuare a fuggire.

Sento un latrare non molto lontano.

Stanno arrivando.

Vedo due uomini e un cane. L’animale si ferma a pochi metri da me e abbaia, mentre il proprietario lo chiama per rabbonirlo.

<<C’è un uomo vicino ad un albero, sembra messo male. Ha bisogno di un medico>>

<<Chiamo subito il 118>>

Lo sguardo dei due uomini è eloquente, il mio aspetto non deve essere dei migliori.

<<Mi chiamo Luca Mori>> dico con gli occhi socchiusi

<<E’ il ragazzo che ha difeso sua madre dal pestaggio di quella bestia del convivente>> sento dire

<<Lei come sta?>> chiedo con un filo di voce

<<Dovrebbe venirne fuori>>

<<E lui?>>

<<Forse anche lui>>

<<Peccato>> mi scappa da dire

<<Adesso non pensarci, i soccorsi arriveranno presto>>

Le voci diventano dei sussurri mentre sento in lontananza la sirena che si avvicina.

Non riesco più a tenere gli occhi aperti.

Nuovamente buio.

 

Racconto “Non ricordo” scritto da Alberto Zanini e pubblicato nella raccolta di racconti “Come Marylin Monroe” di Senso inverso Edizioni 2018

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