L’uomo che camminava – i fumetti di Jiro Taniguchi

L’uomo che cammina i fumetti di Jiro Taniguchi

 

 Jiro Taniguchi

Decine di muscoli che si tendono e si rilassano, segnali elettrici che si diramano attraverso l’intero sistema nervoso, articolazioni che si piegano in sincronia perfetta: poche cose sono più semplici del camminare.
Eppure quando eravamo bambini ci pareva un compito tremendamente difficile. Ci impegnavamo al massimo, e applicavamo tutte le nostre energie e la nostra concentrazione su quello che stavamo facendo. Così è stato quando abbiamo dovuto imparare a mangiare, a guardarci intorno, ad interagire con gli altri.
In breve la maggior parte delle nostre azioni è divenuta automatica, di modo che la nostra mente ha potuto liberarsi da questi pensieri e concentrarsi su cose più importanti.
Grazie a questo ora possiamo parlare al cellulare mentre stiamo guidando, oppure seguire una telenovela mentre stiamo mangiando e parlando con altre persone, oppure ancora pensare alle vacanze mentre siamo al lavoro, o pensare al lavoro mentre siamo in vacanza.
Il cervello è una macchina meravigliosa.
È molto calzante la metafora del computer, che non per niente da aspiranti dèi abbiamo creato a nostra immagine e somiglianza. Anch’esso è saturo di programmi parassiti e di dubbia utilità, ma che teniamo dentro perché “è meglio non toccare niente”. Poi vi sono programmi che servono per far funzionare altri programmi, e a loro volta altri programmi servono per far funzionare questi ultimi, in un assurdo circolo vizioso.
Anche il cervello possiede formidabili capacità di calcolo, indispensabili ad esempio per pensare a quale tasto del telecomando pigiare, o per scegliere il colore dell’auto nuova, e una fantastica memoria utilissima per fischiettare jingles pubblicitari o per tenere discorsi sui flirt dei calciatori di serie A.
Sarebbe bello tornare, almeno ogni tanto, allo stadio primigenio, quando ci concentravamo davvero sulle cose che facevamo, accantonando quelle sovrastrutture, quella fretta, quella superficialità che ci vengono inculcate come valori assoluti.

E qui ci viene in soccorso Taniguchi.
Jiro Taniguchi è un disegnatore giapponese, autore di numerosi fumetti, che al suo paese vengono chiamati “manga”.
Ma accanto a lavori di stampo più classico vi sono alcune sue produzioni che non seguono i consueti cliché narrativi.

Leggendo ad esempio “L’uomo che cammina”, una sua raccolta di brevi storie disegnate, al momento ci si può trovare come spiazzati. Abituati come siamo ai cibi pronti, vorremmo estrarne subito il “succo”, trovare un’azione, un mistero, uno sparo, una fuga. O una scena erotica, una battuta…
Ma le pagine una ad una si sfogliano, e non accade niente. L’atmosfera è lenta e rarefatta. I disegni sono puliti e ben curati. Non accade ancora niente.
Il protagonista cammina, cammina, non fa altro che camminare. Di norma da solo, per la città, per i vicoli e le campagne.
Non accade nulla. Ovverosia tutto.
Proprio l’assenza di momenti eclatanti fa dilatare la percezione del protagonista, che si accorge così di ogni minimo particolare di quanto lo circonda, e della meraviglia insita nel quotidiano. Una meraviglia non fine a se stessa, perché ricca di insegnamenti. Il lettore attento seguirà l’uomo nei suoi percorsi, e alla fine, alzando gli occhi da quel mondo di carta, potrà accorgersi che anche il mondo reale può essere letto in maniera diversa dal solito.
Ma il messaggio che filtra tra queste vignette è sottile, ed è più adatto a farsi ascoltare dall’emisfero destro del cervello, quella parte di noi che si ciba di sensazioni, immagini, intuizioni, quella parte di noi che spesso viene considerata un intralcio, perché più difficile da imbrigliare entro schemi logici e produttivi.

 

 Jiro Taniguchi

Sempre su questa scia di semplicità si collocano serie come “L’olmo ed altri racconti”, oppure “Gourmet”, che narra di un uomo che ha fame e cerca qualche posto dove mangiare.
Spesso i disegni di Taniguchi ci parlano di personaggi qualunque, di non-eroi protagonisti di una quotidianità senza infamia e senza gloria. Storie che simboleggiano tutte quelle piccole vicende umane che non ritroveremo mai sulle cronache e sui giornali, perché ritenute, a torto, poco “interessanti”. Ma in fondo la storia scritta dai vari Cesare e Napoleone di turno non è che la punta dell’iceberg. Il restante novantanove virgola nove per cento è stato scritto da casalinghe, studenti ed operai, milioni di invisibili che non hanno fatto altro che vivere la loro vita.
Forse è stato proprio il frastuono di un paese ipercompetitivo ed esasperato come il Giappone ad aver ispirato questi racconti. Un’ipotesi confortante, perché confermerebbe il principio secondo il quale assieme ad ogni malattia si trova la sua medicina.

Per questo, per andare più spediti, proviamo a rallentare il passo. E per divenire più realisti, leggiamo più fumetti.
Jiro Taniguchi, “L’uomo che cammina”, Panini Comics 1999

Francesco Gizdic
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