Intervista esclusiva a Bruno Morchio per i Gufi narranti

Intervista a Bruno Morchio

Lo scrittore genovese Bruno Morchio è entrato, con pieno merito, nel novero dei migliori giallisti italiani. La Fratelli Frilli Editori è la piccola, e meritevole, casa editrice di Genova che ha creduto e pubblicato i suoi primi romanzi che vedono la bellissima città della Lanterna fare da sfondo alle avventure dell’investigatore privato Bacci Pagano.

Nel 2007 Morchio vince il Premio Azzeccagarbugli per il romanzo poliziesco “Rossoamaro”. Nel 2012 viene pubblicato da Garzanti “Il profumo delle bugie”, dove Morchio abbandona momentaneamente il suo Bacci, per raccontare i segreti di una famiglia dell’alta borghesia genovese mettendone a nudo tutte le ipocrisie e i veleni che covano sotto le ceneri della falsa tranquillità. Il racconto è uno dei finalisti del prestigioso premio Bancarella del 2013. L’anno dopo “Lo spaventapasseri” si aggiudica il Premio Lomellina in Giallo. Nel 2015 La Rizzoli pubblica “Il testamento del greco” che introduce un nuovo personaggio, Alessandro Kostas, in una spy-story avvincente e adrenalinica.

 

morchio

 

Nel 2016 esce “Fragili verità”, il decimo romanzo che vede protagonista Bacci, ed è proprio dedicata principalmente a questa avventura che Morchio si presta con la sua consueta gentilezza e disponibilità ad una amabile chiacchierata.

D -In “Fragili Verità” tratti l’argomento delle adozioni. Credo che, mai come in questo romanzo, si vede la mano dello psicologo, che poi è il tuo vero lavoro. Cosa ti ha spinto e convinto ad affrontare un tema cosi delicato e complesso?

R – Proprio il mio lavoro., il numero crescente di adolescenti adottati che “scoppiano”. A mio parere c’è nell’adozione un’idea sbagliata di base, quella che si possa spezzare la vita di un bambino cancellando il passato e azzerandone l’identità (nonché la lingua e a volte il nome). Una buona adozione richiede un enorme sforzo “controcorrente” per gettare un ponte tra presente e passato e per valorizzare quanto di buono c’è stato nel passato (nel caso di Bernardo-Giovanni, il padre guerrigliero idealizzato.)

D – E visto che siamo sull’argomento che ultimamente ha suscitato tanto scalpore e polemiche, cosa ne pensi come uomo e come psicologo delle adozioni da parte degli omosessuali?

R – Non ho mai avuto occasione di vedere un bambino adottato da omosessuali. Perciò preferisco non affidare a teorie astratte messaggi che potrebbero andare nella direzione di impedire a qualcuno di fruire di un diritto.

D – Giovanni è il ragazzo di origine Colombiana che si trova al centro dell’attenzione nell’indagine di Bacci. Ma per chi segue un po’ la politica estera si parla spesso delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia. Tu affronti l’argomento dimostrando che conosci bene l’argomento. E’ proprio di questi giorni la notizia che è stato firmato a Cuba il cessate il fuoco tra le FARC ed il governo Colombiano. Sono passati oltre cinquantanni da quando nel 1964 vi fu la ribellione contadina contro le classi dominanti. Che opinione ti sei fatto in proposito?

R – La storia della Colombia è costellata di tavoli per trattare accompagnati da bombardamenti. Oggi sembra che qualcosa si sia mosso, grazie anche all’amministrazione Obama, ma se dovesse essere eletto un figuro come Donald Trump?

 

fragili verità

D – Bacci, in “Fragili Verità” fa una riflessione che mi ha colpito e che la ritengo molto interessante: “Coltivare armonia e bellezza nel chiuso delle stanze lasciando fuori dalla porta quanto di brutto succede nel mondo”. Inventarsi un proprio mondo dove rifugiarsi in alcuni momenti della propria esistenza è solo una panacea temporanea?

R – Da un anno a questa parte l’Europa si è accorta d’essere un gigante dai piedi d’argilla. La casa dei Selman, nel romanzo, è la metafora dell’illusione che possiamo lasciar fuori i rumori dei kalashnikov di Kobane e le polverose periferie di Cali. Il mondo sempre più, anche qui da noi, vede allargarsi la forbice tra pochi ricchi sempre più ricchi e una sterminata massa di uomini e donne privati di ogni diritto e opportunità. Bisogna tornare a pensare che non si può stare bene (sicuri e felici) se anche gli altri non stanno bene.

D – Dopo dieci romanzi dedicati a Bacci Pagano, mi sembra chiaro il percorso evolutivo della caratterizzazione dei personaggi. Bacci, che dopo aver rischiato la vita negli episodi precedenti (Lo spaventapasseri e Un conto aperto con la morte), adesso assume un atteggiamento più calmo e riflessivo ed affronta le situazioni con un disincanto mai avuto, ma è lo spessore psicologico dei personaggi in genere che fanno di te un autore forse unico nel panorama del giallo italiano. E’ stato un passaggio naturale ed inconsapevole, o ricercato appositamente?

R – Il filo di continuità della mia esistenza. La vita è memoria che genera futuro, e la mia città per me è proprio questo. Quando passeggio per i miei carruggi cerco e talvolta trovo la pace dell’anima, mi immedesimo con me stesso e questo mi fa davvero bene.

D – Genova la definisci: “E’ un luogo dell’anima e della memoria, un’aria che si respira , un modo di essere e guardare al mondo…”. Il tuo lungo camminare per le vie della città incontrando suoni, odori e colori cosa rappresenta?

 

Genova e i suoi carruggi
Genova e i suoi carruggi

R – Vuol dire riconoscere che i nostri strumenti di conoscenza sono precari e provvisori, che ci sono verità a cui non arriveremo mai o che ci si sgretoleranno fra le dita, che non possiamo non sbagliare. Perciò dobbiamo cercare di avere cura delle persone, perché sono l’unico valore certo in questo complicato mondo dominato dal denaro e dalle sue logiche perverse.

D -In “Un conto aperto con la morte”parla in prima persona Gian Claudio Vasco. E’ stato un momento in cui hai voluto prendere le distanze da Bacci?

R – Ho voluto “mettere Bacci sul lettino”, raccontare la sua storia dal mio punto di vista. Qualcuno ha parlato di “meta-noir”, e io sono totalmente d’accordo. E’ stata una sorta di ricapitolazione.

D – In passato hai affrontato anche l’argomento dell’Eutanasia. Cosa ne pensi?

R – Sono favorevole, senza riserve. Peraltro se vogliamo non essere ipocriti dobbiamo riconoscere che viene largamente praticata, anche in forma di “cattiva eutanasia” negli ospedali pubblici sempre più privati delle risorse necessarie

D – Lo scrittore Massimo Carlotto ha vissuto realmente una esperienza carceraria simile a quella di Bacci. E’ solo una coincidenza o ti sei ispirato volutamente a quell’episodio triste e doloroso?

R – Confesso che quando ho scritto il primo Bacci non avevo mai letto Carlotto, né Paco Ignacio Taibo II (Belascoaran non porta le mutande!)

D – Bacci dice: Ci sono momenti nella vita che bisogna tirare le somme. Dopo dieci romanzi dedicati al tuo personaggio inventato nel 2004 cosa puoi dire in proposito?

R – Posso dire che spero di tirane ancora altre, e per un po’ di tempo, di somme. Però è vero: in Un conto aperto con la morte questo ho fatto: ho tirato le somme.

D – Un’ ultima domanda per un momento di riflessione: Pensi veramente che la “precarietà sia la sostanza dell’esistenza?

R – Purtroppo sì, anche se bisogna intendersi: la vita è costellata di perdite e l’uomo deve imparare ad adattarsi a questa condizione. Naturalmente la vita è anche progettualità e capacità di tenere fede ai propri impegni. Questo assicura una certa immunizzazione dal senso di precarietà. Ma resta il fatto che l’esistenza si sviluppa su un asse reclinato che si fa sempre più ripido quanto più il tempo passa. La lezione che ne ricaverei è la stessa di Bacci: bisogna imparare a godere il presente, a centellinare ogni attimo.

Ci sarebbero tante altre domande che mi verrebbe voglia di farti, ma capisco di aver approfittato anche troppo della tua gentilezza e disponibilità. Se riterrai anche in futuro di potermi dedicare altro tempo, potremmo riprendere la chiacchierata. Magari quando uscirà il tuo prossimo romanzo.

Buon lavoro e a presto. Un abbraccio.

 

 Chiacchierata tra Bruno Morchio e Alberto Zanini

 

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