Droid – Terrestrial Mutations – Recensione musica

Droid – Terrestrial Mutations

Anno: 2017

Paese di provenienza: Canada

Genere: thrash metal progressivo

Membri: Sebastian Alcamo – batteria; Jacob Montgomery – voce e chitarra; Chris Riley – basso

Casa discografica: Nightbreaker Productions

  1. Amorphous Forms (Shapeless Shadows)
  2. Suspended Animation
  3. Abandoned Celestial State
  4. Terrestrial Mutation
  5. Pain Of Reincarnation
  6. Temptations Of Terminal Progress
  7. Cosmic Debt
  8. Excommunicated
  9. Mission Drift

Quando il thrash metal tornò a farsi vedere nel 2000, nella sua forma più grezza e tradizionale, si sentì la mancanza di quelle sonorità più sofisticate e complesse che resero celebri molti gruppi usciti dagli anni 80 come Death Angel, Forbidden, Voivod, Intruder ecc.. . Ecco così comparire mirabili artefici di un thrash metal tecnico ormai dimenticato quali Vektor e Tantara, o pensando al nostro paese Vexovoid, Demolition Saint e Burning Nitrum. A questa schiera si sono uniti da poco i Droid, che si sono fatti notare con l’EP Disconnected del 2015 mettendo in mostra il loro amore per gli antenati conterranei Voivod. Un mini album che ha confermato le origini thrash metal arricchite da un’equilibrata dose di accenni iper tecnici. Terrestrial Mutations, come debutto sulla lunga distanza, rappresenta un passo stilistico molto radicale che vede il talentuoso e giovane trio approfondire ancora di più la matrice progressiva, abbandonando quasi del tutto il metal. La tempesta di stelle cadenti sotto forma di fantastici fraseggi di chitarra di Amorphous Forms (Shapeless Shadows) convince a metà, forse complice uno sviluppo troppo difficile da decifrare, risultando complessivamente un po’ monocorde e noiosa. Niente paura, perchè Terrestrial Mutations entra nel vivo con la seguente Suspended Animation, dove il thrash metal inizia a fondersi con il rock anni ’70 più elegante, dipingendo un esercizio di grande classe, splendente e magnifico come la via lattea. Riecheggiano i fantasmi dei Pink Floyd in un’architettura molto ben ragionata, tecnica, sofisticata ma anche di grande gusto. Abandoned Celestial State è un saggio dell’approccio dei Droid: lobotomizzanti schegge chitarristiche alla Voivod a cui seguono aperture melodiche vagamente malinconiche di grande fattura. La struttura complessa ed intricatissima è un racconto di fantascienza nello spazio più profondo del thrash metal progressivo. Era suggestione quando si rimpiangeva l’assenza di gruppi più tecnici nel genere, ma è addirittura commuovente scoprire come certi gruppi si impegnino ad indagare ancora più in profondità nel 2017. Di intramontabile fascino poi l’immaginario fantascientifico dei Droid, anche se il medesimo dei Vektor in pratica, condito anche qui da una copertina superba che per stile e colori non può che ricordare i mitici anni ’80.

Proseguendo la scaletta si giunge alla traccia che da il titolo al disco, un compendio dell’avventura galattica oltre i confini del metal. Progressive marziano mutato in un vortice di tempi dispari, chitarre dissonanti e ritornelli orecchiabili in voce pulita e profonda. Un sogno etereo ed extratterestre di altissimo livello compositivo. Come a voler ricordare le radici più estreme i nostri ripiegano sul metal con Pain Of Reincarnation, che nel contesto generale risulta un po’ anonima. Niente a che fare con Temptations Of Terminal Progress, un gioiello di eterno metal progressivo condito da cori solenni e fantasmagorici da brividi. Cosmic Debt, unico pezzo recuperato da Disconnected, è quello ritmicamente più sostenuto della scaletta. Le chitarre minimali si arrendono al tupa tupa creando un contrasto geniale che può nascere solo dalla mente di chi riesce a vedere al di là degli schemi prefissati dai generi. Un pezzo in pieno stile Killing Technology con riff terremotanti e schizoidi e una struttura dall’alto tecnicismo. Il disco si conclude con le atmosfere sognanti e i riff pachidermici e trascinanti di Excommunicated e con il fantastico viaggio intradimensionale tortuoso e variegato di Mission Drift. Fluviali, dettagliati e maniacali come un tomo di narrativa fantascientifica i Droid incidono un ottimo disco di metal progressivo, o forse sarebbe meglio dire di poco metal e molto progressive, dimostrando che certa musica non ha tempo, basta volerla e saperla fare.

Voto: 8

Zanini Marco

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