Contro Dio – Francesco Boer – Recensione

Contro Dio – Francesco Boer – Recensione

Un libro (quasi) per tutti.

Dio

“Contro Dio – la lotta tra Dio e l’umanità”, un titolo provocatorio sovrasta un’illustrazione su sfondo nero che richiama la grafica di certi demotape black e gothic metal prodotti negli ambienti underground a fine anni novanta.

Un titolo che in un contesto storico come quello attuale, in cui assistiamo a una polarizzazione e radicalizzazione di posizioni ottusamente scientiste (ma raramente scientifiche in senso classico) da una parte e rigidamente teistiche dall’altra (coi picchi rappresentati dai terrapiattisti), potrebbe rappresentare una sorta di “pietra dello scandalo” facendo presagire chissà quali prospettive sataniche o iconoclaste.

Niente di più lontano dalla verità.

Francesco Boer, giovane scrittore della Venezia Giulia (del quale ci sentiamo di consigliare il sorprendente “Favole Della Grande Guerra”, un susseguirsi di suggestive fantasmagorie dal sapore Meyrinkiano che mettono in scena, nel contesto della prima guerra mondiale, leggende, fiabe e simboli del folclore popolare, prevalentemente mitteleuropeo ma non solo), in questo corposo volume, forse il più grosso della sua produzione, propone qualcosa di molto più significativo di una semplice provocazione.

In un certo senso potremmo dire che, con la pacatezza che caratterizza tanto la sua persona quanto il suo approccio alla scrittura, sempre estremamente sobrio e misurato, quello che fa sia un tentativo di riordinare idee che hanno fatto parte non tanto o non solo del suo percorso individuale (filosofico, letterario, interiore, senza dimenticare i testi sacri), ma di quello della maggioranza delle persone a lui coeve, non necessariamente impegnate in una reale “ricerca” sia essa spirituale o meramente culturale, ammesso che simili scissioni siano realmente possibili.

Abbiamo tutti seguito gli stessi programmi ministeriali a scuola, frequentato le stesse parrocchie (quando ciò non era ritenuto quasi un “peccato” dalla massa) siamo stati esposti a influenze sia mediatiche che culturali contraddittorie, spesso diametralmente opposte le une alle altre, e ci siamo trovati confusi, sulla svirgolata del millennio a prendere le une o le altre parti più con lo spirito con cui si tifa per una squadra di calcio che non per effettiva consapevolezza, resa assai difficile dal sovraccarico informativo cui siamo tutti sottoposti nell’era della comunicazione.

Il progetto potrebbe apparire ambizioso, soprattutto se a realizzarlo è un autore relativamente giovane, ma spesso a suggerire questo genere di pregiudizi sono quelle resistenze interne che proviamo ogni qualvolta un soggetto diverso da noi ci propone qualcosa di “nuovo” e magari altisonante.

Alzi la mano chi non ha mai provato dell’imbarazzo che sottintendeva una discreta percentuale di irrisione quando un amico gli ha proposto di leggere una poesia o una canzone da lui scritta!

A maggior ragione ciò accade se uno scrittore avulso da percorsi accademici canonici si propone di sviscerare nientemeno che un’analisi metastorica e metaletteraria dell’evoluzione del rapporto tra uomo e Dio, specie se la prospettiva di analisi batte prevalentemente sul Dio della nostra cultura, quello giudaico cristiano che è uno.

Per l’uomo della strada la parola “Dio”, specialmente in un paese col Vaticano che “gioca in casa” è avvolta da un’aura di rispettabilità e di importanza per cui ne possono parlare solo i teologi per postularne l’esistenza o gli “scienziati” (o quelli che oggi chiamiamo così dimenticando che il vero scienziato è l’uomo alla Leonardo, non certo il monomaniaco concentrato su una sola materia) per confutarla.

E questo porta i più a sovrastimare i binari accademici dimenticando l’aspetto “vocazionale” che è spesso più importante del numero di informazioni immagazzinate durante un percorso obbligato in cui siamo stati instradati da un rigido piano di studi.

Diciamo ciò non per la banale affermazione, questa sì piccolo-cattolica, per cui “Dio parla agli umili”, ma perché domande su Dio ce le siamo poste tutti, consapevolmente o meno, e tutti abbiamo dato la nostra risposta, più o meno sensata a seconda dei casi.

Dio parla a tutti.

Sono le orecchie e il cuore che cambiano da persona a persona, ed è in questa prospettiva che è opportuno approcciare il libro. Non si confonda questa ultima affermazione, “Dio parla a tutti” come asserzione dell’esistenza di qualcosa di esterno all’uomo. Ci si riferisce qui all’idea stessa di Dio. All’interrogativo sulla sua esistenza, sul suo ruolo, e sulla sua posizione nella prospettiva umana. A un’idea che nasce ben prima della risposta che ci daremo, ma anche della domanda che ci porremo.

Una cosa a cui lo stesso autore dà molta rilevanza proponendosi in un saggio che ha un taglio estremamente personale, sottolineato da due introduzioni (una propriamente detta, l’altra che specifica se l’A. creda in Dio o meno) e una “chiusura dei lavori”, che fanno largo uso della prima persona a sottolineare che Boer parla di quello che lui ha visto o ritenuto di vedere, sottolineandone la limitatezza geografica e culturale.

“Mi sono concentrato sulle terre più vicine al nostro baricentro”, scrive in chiusura, e guai se non fosse così!

L’era della comunicazione, coi suoi sovraccarichi informativi pro capite, con l’erroneo uso intercambiabile di due vocaboli che non designano lo stesso concetto, “informazione” e “conoscenza”, ha consegnato alla storia un uomo che ritiene di poter parlare di tutto senza rendersi conto che quando parla di ciò su cui è sommariamente informato, è poco più di una comare di paese che spettegola sulla vicina perché sente il suo letto cigolare quando il marito non c’è, senza sapere che in realtà è il figlio di otto anni che ci salta sopra.

Ed è su questo schema (che tradisce quasi sempre paura), ad esempio, che si fonda la cultura dell’odio, ma pure l’esotismo esasperato che saluta tutto ciò che è nuovo, di cui è imbevuta non solo la politica, ma ormai il ragionare “per categorie” dagli albori del web 2.0.

Ben venga quindi l’atteggiamento umile di chi si limita parlare di ciò che gli è vicino!

Come ne parla Francesco Boer?

Indossando le lenti del mito e riconoscendo nell’evoluzione della “lotta” di cui al titolo, una sorta di megaciclo in cui l’uomo affronta uno sforzo titanico di allontanamento che lo riporta in fine a una sorta di “punto di partenza” simile ma non uguale alla condizione iniziale. Non possono non venire in mente nomi come Eliade o Guenon, Evola, come pure Hillman, Jung o Fromm, che con simili sguardi hanno osservato l’evoluzione tanto dei fenomeni storici, quanto di quelli sociali, ma anche psicologici individuali.

Riassumerne il contenuto, trattandosi di un’opera che si regge su citazioni, sarebbe impresa difficile per cui rimandiamo il lettore curioso a leggere l’opera carpendovi ciò che per lui è importante, e limitandoci solo a indicargli al possibilità di trovarvi qualcosa di utile.

Qui ci limitiamo a osservare che il saggio dell’autore giuliano ha un pregio che per i neofiti di argomenti di questo tipo può costituire incentivo e spunto: un citazionismo sistematico e appassionato che attinge da svariate fonti letterarie, filosofiche, sacre, comprendendo anche alcuni tra gli autori poco sopra citati.

Si va da passi della Bhagavat Gita e della Bibbia alle lettere di San Paolo, passando per William Blake (a intuito, uno dei più vicini al cuore dell’Autore), Dante, gli evangelisti, il Corano e chi più ne ha.

Benché le note bibliografiche siano un po’ scarne per il lettore di primo pelo che potrebbe trovarsi un po’ in difficoltà nella ricerca di edizioni attuali dei testi citati, bisogna sottolineare che testi come questo, carichi di corsivi citazionistici, hanno il pregio di stimolare il lettore a intraprendere la propria strada.

Se vi avvicinate a queste pagine in cerca di risposte, risparmiatevi la fatica, giacchè possono essere casomai degli “spunti”, un nuovo modo di porci domande che non ci ricordavamo di essersi posti.

Ci sono dei prodotti dell’intelletto umano che hanno il potere di scuoterci. A volte si tratta di una canzone, a volte un film, a volte un libro dal titolo che incuriosisce e forse un po’ spaventa.

Ed è dal titolo che eravamo partiti, dalla sua carica apparentemente iconoclasta.

La provocazione, quando si parla di materia così sottile è necessaria. Il rischio è altrimenti quello di banalizzare il soggetto e leggere in preda a un automatismo.

Se il saggio si intitolasse “Il rapporto tra Uomo e Dio dalla creazione ad oggi- un percorso metaletterario”, non solo passerebbe inosservato, ma anche quando preso in mano e letto, rischierebbe di non stimolare la vera attenzione quella che serve per non limitarsi a capire, ma apprendere e comprendere.

“Contro Dio – la lotta millenaria tra Dio e l’umanità” è invece, per chi si muove in un orizzonte giudaico cristiano, lo schiaffo del maestro zen che riporta alla realtà.

Il famoso “shock addizionale” che, Battiato ci ricordava in tempi più felici, “sveglia Kundalini”.

Ovviamente questa è solo la lettura e l’interpretazione del sottoscritto. Un tentativo di stimolare una lettura sicuramente più interessante di quei saggi di psicologia pop, esoterismo all’amatriciana o manuali di PNL per sedurre il proprio capo che campeggiano ahimè troppo spesso sugli scaffali delle librerie.

Quello che ci sentiamo di suggerire è: se (e sottolineiamo il “se”. Ricordate che il titolo di questa recensione è “un libro quasi per tutti) qualche parola di questa recensione vi ha stimolati leggetelo e fatevene un’idea, ma che sia la Vostra!

In questo l’umiltà del Boer vi aiuterà a non sventolare bandiere per far sapere a tutti da che parte della barricata state, e da parte nostra non possiamo fare altro che suggerirvi altrettanto.

Anche perché, onestamente: credete davvero a qualcuno interessi?

Se solo questa domanda se la ponessero più spesso tutti, facebook e twitter non sarebbero la cloaca maxima del pensiero che di fatto sono.

Buona lettura.

Tommaso Napolitano

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