Berlusconi. ascesa e discesa di un politico chiacchierato. (tredicesima parte)

Berlusconi ascesa e discesa di un politico chiacchierato (tredicesima parte)

Tangentopoli. L’inizio della fine (prima parte)

Davanti alla porta del Presidente di quel ricovero per anziani, fece un gran respiro, attese un attimo che i battiti diminuissero, quindi entrò e controllando il tono della voce salutò e si sedette.

Aveva un microfono nel taschino della giacca e una piccola telecamera nella valigetta piena di soldi.

Luca Magni era il titolare di una piccola cooperativa di pulizie di Monza e quel pomeriggio, del 17 febbraio 1992, si presentò in via Marostica 8 di Milano dove lo aspettava il Presidente del Pio Albergo Trivulzio l’ingegnere Mario Chiesa, socialista con l’ambizione di diventare il primo cittadino di Milano.

Pio Albergo Trivulzio

Magni stanco di dover pagare, da anni, tangenti per ogni lavoro assegnatogli si rivolse ai carabinieri, che lo attrezzarono da novello 007 per poter incastrare il vorace estorsore.

Mai e poi mai Magni avrebbe immaginato che dalla sua denuncia sarebbe nata una tempesta giudiziaria di enorme risonanza e altrettanta importanza.

Il blitz riuscì a meraviglia e l’ingegnere Mario Chiesa venne preso, con “le mani nella marmellata” come ebbe modo di dichiarare il magistrato Antonio Di Pietro, mentre intascava sette milioni di lire, segnate dai carabinieri.

Antonio di Pietro

Il sistema architettato dal Presidente del Trivulzio era molto semplice: ogni appalto assegnato doveva portare nelle sue tasche il 10% anticipate rispetto ai pagamenti futuri.

Chiesa fu arrestato il 17 febbraio 1992 e condotto a San Vittore.

Bettino Craxi cercò di mascherare la preoccupazione per il tornado che si stava scatenando su di sé e sul Psi minimizzando e definendo “mariuolo” Mario Chiesa, senza mai nominarlo però.

Mario Chiesa e Bettino Craxi

 

L’ex moglie dell’ingegnere, Laura Sala, rivelò ai magistrati che il marito possedeva anche diversi conti in Svizzera intestati alla segretaria.

Dopo la dichiarazione di Craxi, Chiesa decise di confessare, ammettendo che a Milano qualsiasi assunzione,  dal portinaio al primario ospedaliero, di qualsiasi organismo pubblico dalla Metropolitana, alla Cassa di risparmio o all’ospedale era mirata a fine politici. Una città sotto controllo totale dei partiti con il Psi in testa.

Chiesa precisò che il sistema tangentizio esisteva già dagli anni settanta quando lavorava all’ospedale Sacco con l’incarico di “capo ripartizione tecnica”.

L’ingegnere quando diventò, anni dopo, presidente del Trivulzio decise di perfezionare il sistema e di svincolarsi dall’obbligo di versare parte delle tangenti ai compagni del Psi tenendo tutto per sé.

Quando Chiesa decise di parlare saltarono fuori i primi nomi eccellenti, tra cui anche quelli di Carlo Tognoli e Paolo Pillitteri, gli ultimi due sindaci di Milano, che in maggio ricevettero gli avvisi di garanzia.

Tognoli e Pillitteri

Di Pietro incominciò a sospettare che le tangenti al Trivulzio fossero una pratica sistematica di corruzione divenuto sistema per finanziare occultamente i partiti.

Tutto il meccanismo incominciò a crollare con un effetto domino.

Milano e la Lombardia mostrarono il vero volto del malaffare, dove agli mministratori gestivano gli appalti in cambio di mazzette da destinare ai partiti.

Severino Citaristi, segretario amministrativo della DC, snocciolò candidamente ai Pm milanesi che l’apparato democristiano necessitava per vivere di almeno 60/70 miliardi di lire all’anno. Tredici miliardi arrivavano dal tesseramento, ventiquattro dal finanziamento pubblico e un paio dalle offerte di simpatizzanti.

Severino Citaristi

Ma per far quadrare i conti ne occorrevano ancora almeno una ventina, che dovevano provenire necessariamente da entrate illegali. Infatti Citaristi confessò di aver incassato per tanti anni soldi illegalmente, specificando di non aver intascato mai una lira per sé,  ma solo esclusivamente per il partito.

Nel frattempo in aprile si svolsero le elezioni politiche che evidenziarono alcune sorprese, come l’evidente flessione dei partiti di governo e la clamorosa crescita della lega di Bossi che raggiunse quasi il 9 % a livello nazionale.

Dopo le elezioni, riprese il lavoro dei magistrati milanesi.

L’inchiesta fu come un rullo compressore, dalla quale non si salvò nessuno: Fiat, Olivetti, Fininvest, Eni, Enel.

Nel luglio 1992, alla Camera, vi fu la prima ammissione di Craxi della consuetudine dei partiti a ricevere finanziamenti illegali. Il segretario del Psi però non perse l’occasione per un attacco frontale ai magistrati del pool.

A novembre arrivò la prima sentenza di “Mani Pulite”.

Mario Chiesa condannato per corruzione e concussione, ebbe 5 anni e 4 mesi, e dovette restituire 6 miliardi di lire.

Anche la sinistra partecipava all’abbuffata.

Nel febbraio 1993 Lorenzo Panzavolta, un manager della Ferruzzi, ammise il pagamento di tre tangenti al Psi, alla Dc e al Pci in merito ad un appalto ottenuto dalla Calcestruzzi, sempre del gruppo Ferruzzi, per la desolforazione delle centrali Enel. Panzavolta confessò di aver versato al famoso “compagno G”, Primo Greganti, oltre un miliardo e 200 milioni. L’ex funzionario amministrativo del Pci ammise, dopo l’arresto del 1 marzo 1993, di aver preso i soldi ma di averli tenuti per sé. Una dichiarazione, forse per non coinvolgere il Pci, ma che non convinse i giudici che lo condannarono definitivamente a tre anni di reclusione per corruzione e finanziamento illecito.

I fondi neri dell’Eni

Paolo Ciaccia era l’amministratore delegato della Saipem (società d’impiantistica dell’Eni) che fu arrestato il 13 febbraio 1993 e che davanti ai giudici fu come un fiume in piena. Svelò tutte le operazioni illecite dell’Eni in quegli anni, e fece anche il nome di un banchiere italo-svizzero: Pierfrancesco Pacini Battaglia.

Pierfrancesco Pacini Battaglia

Sconosciuto ai più, ma ci si rese conto di quanto fosse potente, tanto che tra i Pm del pool, qualcuno coniò un soprannome che divenne famoso: “Uno appena sotto Dio”.

La piccola banca di Pacini: la Karfinco, ricevette circa 500 miliardi di fondi neri dall’Eni che poi tramite “spalloni”, rientravano in Italia con destinazione Dc e Psi.

I magistrati, dopo le dichiarazioni del banchiere italo-svizzero, arrestarono i vertici dell’Eni: Gabriele Cagliari, Gianni Dell’Orto della Saipem, Pio Pigorini della Snam e Raffaele Santoro dell’Agip.

Pacini svelò ai magistrati che il sistema tangentizio era usato anche fuori di confini.

Un mediatore libico gestiva i rapporti tra L’Eni e il governo Algerino in merito al gas metano che arrivava in Italia, naturalmente in cambio di sostanziose commesse. Il libico pretese anche la mazzetta anticipata in previsione dei lavori, appaltati alla Saipem, del raddoppio del gasdotto che dall’Algeria sarebbe arrivato in Sicilia.

E i partiti Italiani? Pretesero la percentuale sulla mazzetta al libico. La solita abbuffata.

Affare Enimont

Quando, nel 1989, due grandi poli chimici come l’Eni e la Montedison, del gruppo Ferruzzi, decisero di creare una joint venture, nacque una nuova azienda chiamata Enimont. L’accordo prevedeva il 40% per ogni gruppo più un rimanente 20% a disposizione del mercato azionario.

Dalla morte di Serafino Ferruzzi fu il genero Raul Gardini che assunse la guida del gruppo, su delega dei figli del patriarca.

Dopo l’accordo con l’Eni, di nascosto, Gardini rastrellò, con l’aiuto di due amici, l’11%, delle azioni con lo scopo di diventare azionista di maggioranza per poter avere il controllo del settore chimico in Italia.

Il finanziere romagnolo attinse spregiudicatamente al piccolo fondo degli eredi di Ferruzzi.

Il Presidente dell’Eni Gabriele Cagliari e i partiti si opposero decisamente alla scalata di Gardini, e un giudice bloccò, con una manovra illecita, le azioni del gruppo privato.

Quando Gardini si rese conto che non sarebbe riuscito ad ottenere la concessione degli sgravi fiscali di quasi mille miliardi sulle plusvalenze dallo Stato decise di pagare i partiti per riuscire a rivendere le azioni, avvalendosi dell’aiuto di Sergio Cusani.

Cusani frequentò la Bocconi senza però conseguire la laurea. Consulente finanziario del gruppo Ferruzzi-Montedison. Invece di scappare e rendersi irreperibile, dopo la sentenza di condanna, in seguito ai processi Enimont e Eni-Sai Cusani si presentò a San Vittore accettando serenamente il suo destino e scontando 4 anni di galera. Venticinque anni dopo il terremoto giudiziario di Mani Pulite, Cusani, ormai libero cittadino, in un incontro pubblico con Gherardo Colombo organizzato dal settimanale Famiglia Cristiana, ha detto:

Gherardo Colombo e Sergio Cusani sulle pagine di Famiglia Cristiana 25 anni dopo

<<Molto meno chiaro era nella cultura di allora, il senso dell’illegittimità: pagare il sistema era da tutti considerato legittimo>>.

L’Eni riacquistò le quote della Montedison alla cifra enorme di 2805 miliardi di lire. Con circa 600 miliardi in più rispetto alla cifra di mercato. Il sospetto di una maxitangente pagata ai partiti venne a molti.

Anche la faccenda Enimont alla fine fu presa in esame dal pool milanese.

L’inchiesta registrò purtroppo momenti drammatici. Il 20 luglio 1993 Gabriele Cagliari, arrestato qualche tempo prima per delle inchieste aperte riguardanti l’Eni, una mattina venne trovato morto soffocato nelle docce del carcere di san Vittore con un sacchetto di plastica in testa.

Gabriele Cagliari e Raul Gardini

Un apparente suicidio che sollevò parecchie perplessità malgrado il ritrovamento di una lettera destinata alla moglie, nella quale Cagliari spiegava il motivo dell’estrema decisione.

 

Raul Gardini era ormai nel mirino degli inquirenti che lo avrebbero arrestato ma, il 23 luglio venne trovato riverso sul letto nella sua residenza del palazzo settecentesco Belgioioso di Milano, con la pistola in mano e con un buco nella tempia.

Combinazione volle che mentre Gardini si sparava, a poche centinaia di metri da lui si celebrava il funerale a Gabriele Cagliari. I due protagonisti dell’affare Enimont.

Il processo chiamato “madre di tutte le tangenti” prese l’avvio il 28 ottobre 1993 nel quale furono coinvolti Sergio Cusani, e politici di tutti i partiti tra cui Craxi, Forlani, Martelli, De Michelis, La Malfa, Cirino Pomicino, e anche faccendieri come Bisignani, amministratori delegati ecc.

Dopo sei mesi  fu emessa la sentenza, che divenne definitiva nel 1998.

Il 15 dicembre 1992 Craxi ricevette il primo avviso di garanzia per concorso in corruzione, ricettazione e violazione della legge sul finanziamento pubblico dei partiti.

Il 29 gennaio 1993 a Craxi arrivò un altro avviso di garanzia per concussione e finanziamento illecito.

Craxi il 9 febbraio 1993 si dimise dalla segreteria del Psi

Silvano Larini, di professione architetto e pittore a tempo perso. Vive a Rangiroa nella Polinesia francese, dove prende il sole e vive da privilegiato, d’altronde gli è sempre piaciuto ostentare il corpo alto, atletico, abbronzato, e sfoggiare costose camicie che facessero vedere il petto villoso coperto da pesanti catene d’oro.

Di famiglia agiata non ha mai disdegnato il lusso, a Milano possiede un appartamento di quattrocento metri quadrati con piscina sul tetto.

Ma non gli manca neanche la bellissima villa sull’isola di Cavallo, dove in mezzo alla stanza da letto ha la vasca da bagno.

Grande tombeur de femme, si è sposato tre volte e per le donne ha sempre avuto un debole.

Silvano Larini

Amico di Bettino Craxi fin dagli anni giovanili quando si frequentavano a Como, nei primi anni 70 fu proprio Larini a presentare Berlusconi a Craxi.

Silvano verso la fine degli anni sessanta era il direttore del Pim (Piano intercomunale milanese) quando Craxi era assessore al Comune di Milano, e in seguito anche amministratore delegato di Lombardia risorse.

Sebbene amasse frequentare i salotti buoni di Milano, Larini scelse un profilo basso lavorando nell’ombra.

Divenne un abile collettore di tangenti e appalti. Larini era un consigliere talmente fidato che decideva dove sistemare gli amici del capo.

Larini si trovava a Parigi dove conduceva una vita invidiabile, ma per paura di essere coinvolto o sospettato della morte di Calvi decise di rientrare in Italia e dopo otto mesi di latitanza all’estero, il 7 febbraio 1993, a Ventimiglia trovò ad aspettarlo una macchina dei carabinieri che lo prese in consegna e lo condusse nel carcere di Opera dove in quattro giorni raccontò molte cose al Pm Di Pietro.

Tra le tante dichiarazioni fatte Larini fece luce anche sul famoso conto “Protezione”.

Il famoso conto n°633369 presso la UBS di Lugano detto “Protezione” fu messo a disposizione di Craxi da Silvano Larini nel 1980 dove vennero versati tra il 1980 e il 1981 da Roberto Calvi sette milioni di dollari da destinare al Psi e a Craxi.

I magistrati di Milano durante la perquisizione degli uffici di Licio Gelli a Castiglion Fibocchi nel 1981, vennero a conoscenza di questo misterioso conto, ma fu soltanto nel 1993 che seppero che apparteneva a Silvano Larini

Larini dopo solo tre notti riuscì a ritornare nel suo lussuoso appartamento di via Morigi 3 nel centro di Milano grazie all’arresto domiciliare ottenuto per la sua estrema disponibilità a collaborare con la giustizia.

In seguito alle dichiarazioni fatte da Larini, Craxi ricevette il primo avviso di garanzia. Ma i vertici del Psi incominciarono a tremare quando anche Martelli fu raggiunto da un altro avviso.

Larini raccontò che all’inizio era il presidente della Metropolitana milanese, Antonio Natali in persona che consegnava i soldi delle tangenti a Craxi, poi in seguito venne sostituito proprio da Larini che riceveva le tangenti delle imprese che lavoravano per la Metropolitana tramite il democristiano Maurizio Prada e il comunista Mijno Luigi Carnevale.

Natali che era inquisito per concussione, venne eletto senatore, per il Psi, per usufruire dell’immunità parlamentare.

La vista delle guglie di Milano dall’ufficio di Craxi al quarto piano di Piazza Duomo 19 era molto bella, ma quello delle buste marroncine contenenti la mazzette delle tangenti (7/8 miliardi circa tra il 1987 e il 1991) portate da Larini lo erano molto di più.

Silvano era chiamato il postino di Bettino.

 

Alberto Zanini

Precedente Il libro dei Baltimore di Joel Dicker - Recesione Successivo Pallbearer - Heartless - Recensione musica

4 thoughts on “Berlusconi. ascesa e discesa di un politico chiacchierato. (tredicesima parte)

  1. Michele il said:

    Ciao Alberto, ti ho trovato in gran forma in questo articolo e anche in quello precedente che ho potuto leggere appena ieri. Insisto nel considerare il tuo blog molto coraggioso. Questi articoli non sono certo fatti per carcare click ma per diffondere delle verità. Alla lunga la tua linea editoriale pagherà o forse ti sta già pagando, cosa che spero. Alla prossima

    • igufinarranti il said:

      come ti ho già spiegato noi dei gufi non cerchiamo guadagni, ma vogliamo produrre articoli seri e di qualità, sperando di riuscirci. tutto quello che scriviamo negli approfondimenti ci richiede ricerche continue e certificate, mi fa piacere che possano riscontrare l’apprezzamento di persone come te. grazie. ormai siamo quasi ai titoli di coda con Berlusconi. domenica prossima credo che sarà l’ultima puntata. poi comunque continuerò con la storia degli anni settanta, e i percorsi noir dedicati alla letteratura gialla italiana. ho in cantiere anche una retrospettiva su Hugo Pratt. spero tu possa avere le motivazioni di seguirci anche per questi altri lavori. ciao

Lascia un commento

*